martedì 16 aprile 2019

(ri)epilogo


Se lo chiedeva, lei, perché si ritrovasse così spesso nel vicolo cieco della paura e della disperazione assoluta, quando invece avrebbe voluto essere tanto serena, tanto pacata. Era come se una forza si impadronisse di lei, un fuoco che lambendola la faceva vergognare di essere lambita, e quindi lei gli si opponeva. Afferrava le parole, che non erano quelle giuste per lei, sentiva un silenzio che non doveva esserci per lei, e d’improvviso la vampata partita dalle viscere le investiva tutto il petto, arrivando fino agli occhi e alle tempie: una zaffata di calore che non aveva deciso lei. Questa cosa incalcolata era decisamente troppo e non doveva essere permessa. D’altronde, lei non aveva dato il permesso a quel calore di diffondersi ed abbattersi su di lei. Lei doveva pur reagire all’affronto. E agiva assecondandolo, perché sotto sotto lei è una fervente credente. È la fedele più fedele. Lei spera e si consuma in questa speranza. La speranza della ragione, la speranza che ci sia un senso. Tutto il suo essere si consuma in questa speranza, anche quando pensa di non crederci più. Il senso la permea, questo senso che però non ha alcuna base solida, ma disperata. La fede nell’intelletto, in un Intelletto universale che giustifichi perché qualsiasi cosa succede.
E allora deve esserci una ragione, un perché sensato, logico, lineare e reale a quell’ondata di ira calda e vergognosa. Allora una causa deve essere trovata, una causa nel concreto, nelle vicissitudini. Se non è stata lei a decidere quella reazione che pur tuttavia subisce, la ragione deve essere da un’altra parte. Al di fuori di lei, dentro quell’Intelletto più grande quindi più oscuro per degli intelletti finiti, ma che però funziona sulle stesse regole di un piccolo intelletto come il suo. Ci deve essere qualcosa sotto, altrimenti perché mai lei avrebbe una reazione così? Lei non si accorge, ma confonde l’interno con l’esterno e la sua strada fatta dal mettere a posto e in ordine con distaccata sensatezza ogni cosa nello stesso modo, con lo stesso metodo, è un fallimento globale sotto l’aspetto espistemologico. Mescola campi e domini diversi, che rispondono a regole diverse, uniformandoli tutti quanti sotto uno stesso indice; il suo. Oltretutto il suo. Quanti errori mascherati in presunta onestà intellettuale! Un soggettivismo, un ego-centrismo, un’ egologia di lei applicata a tutto il mondo.

Guarda fuori dalla finestra, sente il sole che le penetra le iridi, sente l’occhio reagire, stirarsi, lasciarsi stimolare dalla luce. È una sensazione piacevole, che a lei piace ripetere un paio di volte. Ritorna a guardare davanti a sé, nella stanza meno luminosa, e poi ritorna a guardare fuori, alla ricerca di qualche fotone che le stimoli la pupilla, per avvertire di nuovo quel senso di dispiegamento dei suoi occhi che nello stesso momento, però, è anche un contrarsi. Che strano, non riesce a decidersi se è uno stiramento o una contrazione. Oscilla fra i due opposti concetti e opta, come spesso fa, per la terza via, di mantenimento di entrambi gli aspetti. Come spesso fa, per queste cose, per questi sollazzi minori, da gioco della mente. Quando poi si tratta delle cose che meritano davvero, che hanno delle conseguenze e possono condizionare la sua vita, la sua essenza o più semplicemente il suo carattere, decide per la tortura estrema (Bacone: ottenere risposte dalla Natura anche a costo di metterla sotto tortura, pur di farla parlare) affinché riesca a estorcere un aspetto, una tonalità inconfondibile con qualsiasi altra (quel colore è rosso mattone, senza se e senza ma, e senza ritornarci più sopra). A lui; a se stessa; a come è fatto il mondo.
Lei lo intuisce, è affascinata dalla contraddizione, ma è irrimediabilmente attratta e costretta a ricercare quello che non può che essere assolutamente. È alla ricerca, sempre, di un appiglio così tanto solido da potercisi aggrappare irrevocabilmente, abbandonando per sempre quel dubbio che ama tanto abitare ma che sotto sotto disprezza e che medita di sacrificare. Al riparo così, lei potrebbe non avere più paura. Alcun timore, alcuna incertezza. Eviterebbe così, aggrappata in una posizione tanto brutta quanto rigida, di sentire di nuovo quel calore invadere il suo corpo senza che lei abbia potuto innalzare difese o premeditare qualche reazione. Quell’ondata non arriverebbe più a disturbare il suo corpo; perché il suo corpo sarebbe totale, unico, immobile. Sarebbe un corpo privo di possibilità. In rigor mortis, cosicché nessuna modificazione potrebbe insinuarsi nei suoi tessuti e nelle sue articolazioni ormai già da sempre contratte.

sabato 9 luglio 2016

Dis-astro (o ebrezza del marcio)

Resta solo, in fondo alla giornata, nella sua gola a provetta da laboratorio, un senso di vuoto da raschiare, di perdita, di parto mancato. Un parto che si sarebbe potuto manifestare solo nel Bello: ma nel brutto il nuovo venuto si è ritratto, si è gonfiato, ha bloccato la sua crescita con sofferenza ed è diventato un aborto di feto ridotto a forme deformate e atroci.

Resta quel senso di abbandono, un sospiro mozzato a metà, un singhiozzo che risuona nella colonna vertebrale e causa lancinanti dolori alle ossa. Resta sulle labbra un cristallo di sale che le screpola e non puoi farci niente. Come quando il ghiaccio causa un'ustione sulla pelle: non te ne capaciti, ma è proprio quello che è avvenuto. Una discrepanza tra ciò che ci si aspettava e quello che è successo, come un'anca sbilenca che manca il giusto movimento e viene fuori uno sghembo da storpio.

La notte sopravviene e tu ancora senti che la tua giornata non è arrivata a compimento... Ma, ormai, che poterci fare? Il buio avvolge già tutto e tu non hai voglia di rischiarare quello che vuole restare coperto. Allora ci si ritrova a giocare, a trastullarsi col buio, sporcarcisi tenendolo in mano, non accorgendosi per tempo che quel buio entra dentro il corpo e inizia ad inquinare anche te: il lago dei pensieri che fino a quel momento avevi tenuto a bada e avevi posto sotto controllo. Ora transitano come vogliono i pensieri, e si convogliono dritti allo stomaco, creando un grumo ed una congestione del traffico. Senti una palla pesante fra le viscere che ti obbliga a restare ben piantato per terra, relegato al tuo ruolo che vorresti, ma che oggi non sei riuscita ad inquadrare. Allora ti blocchi sull'assenza. Allora avverti che un pezzo è mancante e ne indovini anche la forma e la grandezza, come la tavola periodica di Mendelev, grande genio, che aveva lasciato spazi vuoti apposta perché aveva intuito che altri elementi erano ancora da scoprire. Però tu non sei una inanimata carta su cui disegnano una tabella con tasselli assenti. Tu le percepisci le mancanze e se ti ci focalizzi provi pure un grande dolore. Fino a sentirti sbagliata, con un moncherino, con non tutti i requisiti che permettano di restare a galla.

Resta allora una sensazione strana, come un odore acre che importuna le narici, ma le tenta nello stesso momento, a respirarlo ancora. Odore di benzina o di carne bruciata. Odore di una disfatta che avvolge nelle sue spire sempre più strette, come una promessa di consolazione, se decidessi di lasciartici andare del tutto. Una madre che ti uccide abbracciandoti. Cosa c'è di più invitante? Accettare il proprio cono d'ombra e rientrarci in maniera mite come l'agnellino dentro al mattatoio.


La bellezza del mattatoio
gli attimi irripetibili
che cancellano il tempo
non esiste il tempo
esisti tu e
io
e loro
e l'esplosione
con l'orgoglio che guida,
al timone c'è lui
e ride
di risata pazza schiumosa
smostrata
una risata senza faccia
terribile
insulsa
gratuita
violenta
lasciate che tutto abbia il suo corso, la mia lacerazione deve essere riparata
una questione di rispetto
e di fedeltà alla casata
consumiamo questa faida
che la gara abbia inizio
chi pesta ammazza violenta bastona picchia incrina squarcia scortica con più foga vince
lasciamo trionfare questo delirio dionisiaco, l'ebrezza del marcio
intarsiamoci di potenza pura e ripudiamo disgustati la morale
le volontà non possono essere ingabbiate e fasciate, no, bisogna che si sprigionino con una intensità che spazza via qualsiasi cosa
distruggetevi
distruggetemi
distruggiamoci
mandiamo tutto a fanculo. Il tempo è ora, solo ora. Immoliamo come un capretto patetico la concezione del panta rei, sgozziamolo, che il sangue schizzi sulle nostre labbra e lecchiamocele con la lingua avida
sacrifichiamo un'eternità vergognosa per il trionfo ed il tripudio di un attimo. In un attimo scateniamoci e mordiamoci e facciamo di noi carne da macello, strappiamoci a suon di botte la vita da questi corpi che sono puro niente, sempre più forte, sì, sempre più ferocemente, sì, sempre più senza limiti decenti. Sì, sì, sì.
trucidiamoci con occhi che non vedono più ma sentono, annusano, distorcono, sfregiano e diventano sempre più bestiali, sempre più triviali. ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ahaaaaaa.

.

Rabbia. Bibbia del comune pensare, accelerazione giustificata, folle, malata. Sangue che tinge la pelle, capillari si divaricano, no, lasciatemi in pace, non la voglio la medicina per stare meglio, io voglio stare male
male
male
male.

Ho indurito il cuore per farlo schiantare con meno dolore contro le pareti delle gole profonde e rocciose delle relazioni umane. Schiantarsi contro queste pareti e al massimo scheggiarsi; ma non rompersi, non spaccarsi. Mantenere a tutti i costi la stessa unità primordiale. Restare lo Stesso come lo stesso scoglio resta uguale a se stesso anche dopo che è stato sommerso da un'onda. Inafferrabile, inscalfibile, immutabile. Quanta vana gloria dietro a questo movimento di morte. Dietro a questa inattività testarda ed ottusa. Consumare energie per restare immobili e pesanti-
- inossidabili.

martedì 19 gennaio 2016

Le lezioni del Saggio

Ieri ho scovato il Saggio a tu per tu con il suo Destino: eretti entrambi, si fissavano con una calma accesa e surreale, gli occhi dell'uno si conficcavano pacatamente negli occhi dell'altro. Erano speculari e disinvolti sul Ponte che già aveva fatto il suo saluto al sole e si dava senza remore all'assalto della notte. 
Il Saggio ed il suo Destino non si muovevano, solo le labbra impercettibilmente mostravano una cadenza densa ma segnata da un ritmo naturale. Gli occhi erano saette e la parole che si comunicavano dovevano essere proprio belle, perché inchiodavano sui loro visi cremosi sorrisi. Non si muovevano i loro corpi, è vero, eppure stavano danzando insieme, il Destino sinuosamente con curve di donna, ed il mio Saggio che le scorreva attorno, inebriato di questo movimento taciuto e sotteso, ma comunque restava pacato e padrone di sé. Era come le ostinate e piccole onde in riva di un enorme lago, che però non turbano la quiete d'insieme del bacino.
Mi avvicino al Ponte, mi avvicino a queste due figure, a malincuore, perchè so che la mia presenza turberà questo spettacolo sublime, infrangerò il loro quieto tentarsi. E forse sanno già prima di vedermi che sto arrivando, sanno che il loro attimo non può durare in eterno; il Saggio si gira per primo verso di me, con un sorriso da pace cosmica. Beato e, solo quanto basta, bagnato da una leggera malinconia. Il Destino allora lo segue e porta a compimento lo stesso movimento lento del Saggio, ma, a differenza sua, ha negli occhi un piccolo sisma di ansia, nonostante anche il suo sorriso a me rivolto sia genuino. Infatti abbassa lo sguardo, poi lo rialza sull'alto Saggio, gli sorride come solo tra loro due sanno fare, mi accenna un saluto con la mano e si allontana da noi. Il Saggio non può fare a meno di godersi questo atto finale, volge lo sguardo al Suo Destino che se ne va, non vuole perdere neanche un briciolo di quella camminata lenta, seducente, nostalgica. Insegue le curve di quella bella silhouette che conosce bene e solo per un attimo, un fulmine che subito si ritrae, vedo balenare sulle sue spalle il peso opprimente che deve sostenere per far vivere la bellezza di queste logiche e di questi attimi.
Ma adesso il Saggio è solo per me, mi cinge le spalle e iniziamo a percorrere la strada adiacente al Fiume, cammino assecondando la sua cadenza trasognata, aprendoci un  percorso nel buio che dilaga.
E dal Saggio sgorgano parole concentrate, messe dolcemente in fila, raccomandate affinché non disperdano nessuna delle cose che hanno su di sé e che devono traghettare fino a me. Il Saggio con la sua voce mi fa venire un amabile tormento allo stomaco, lo ascolto senza poter fare a meno di investire della necessità più urgente ogni pensiero che mi voglia comunicare. il Saggio finisce i suoi discorsi, mi mostra la sua pacatezza e la sua serietà. Mi parla di decisioni "prese di stomaco" ma guidate dalla ragione, trasuda dalla sua bocca una determinazione ed una profondità di riflessione che io credevo esistere solo nelle utopie e illusioni dell'uomo. Scavalca con lo sguardo la spalletta di mattoni e, seguendo le acque torbide del Fiume, mi narra del vuoto che adesso ha davanti e tutto intorno a sé. Adesso che con cortesia e tenerezza ha mandato via, lontano da sé Destino, con lo stesso Amore col quale fino a quel momento l'aveva amato più d'ogni altra cosa. Ride, addirittura, mentre mi dice "voglio essere in grado di gestire il Vuoto, può essere divertente, anche", ride quando mi dice "Magari ho fatto una cazzata, ma ho seguito quello che sentivo".

Diventa più serio quando ascolta le mie poche parole, mi sento un gruzzolo di sabbia scomposta, davanti alla maestosa dignità di Montagna quale è lui; o forse neanche mi ascolta, non mi risponde, lascia che le mie parole cadano nel vuoto che ci circonda. Forse si sta destreggiando in esso e cerca di disseminarci i miei suoni, così da farlo ritornare di nuovo un Vuoto completamente brullo.
Il mio Saggio se ha paura non lo mostra. Se qualcosa lo intimorisce, lo tiene a bada. A me riserva solo la sua enorme serenità ed i suoi enormi abbracci. Mi saluta con un leggero bacio calibrato sulla guancia, mi fa uno dei suoi sorrisi un po' ermetici
e
lascia che il fluire delle sue parole, formalmente pacate
mi invadano la testa
assediandola con la frenesia delle api in un alveare
mentre torno a casa accompagnata dal silenzio,

da quella quiete che precede la tempesta.
Lo sa che la sua calma, che esercita con tanta fatica,
in me diventerà terremoto caotico.
Ed infatti, ormai girato, in direzione opposta alla mia, dietro la sua barba scura

tra un passo trasognato e l'altro, sorride di questo piccolo sentore.

venerdì 18 dicembre 2015

Introspezione

Una nebbia spessa e incrostata di strani presentimenti. 
Gli strani presentimenti mi creano un cerchio alla testa, un fastidio, come il leggero dolore del collo indolenzito quando provo a scrutare tutto quanto possa essere scrutato, ma no, non quello che ho davanti. Non riesco a vedere niente, oltre le punte dei cipressi, tutto è d'un bianco sporco, complice, colpevole. La nebbia è umidità compressa, un'opacità impossibile da tagliare e sezionare per rendere tutto più chiaro. Ma funziona bene come giustificazione per un umore guasto: perchè mi viene incontro ed è appiccicosa, mi accerchia e mi inghiotte. E' un po' opprimente, preme sul mio corpo, cerca di conquistare ogni spazio, prova a penetrare il giacchetto, il maglione caldo di lana ed infine la pelle indifesa. Ci prova e ci riesce: fa scivolare piano e decisa il suo indice sulle mie costole, sento rabbrividire le ossa, tentennano nel loro predefinito posto nella grande impalcatura che sostiene carne, grasso, nervi, neuroni, dignità, sentimenti, pensieri, spavaldamente. Indietreggio impercettibilmente, dentro di me. L'ospedale, le retoriche colline toscane, le luci degli agriturismi, il convento appena dietro la curva..Non c'è rimasto più niente. Tento ancora di non guardare la tragedia che mi si staglia davanti, ancora sforzo il collo anche se fa male, ma questo nulla speculare a me non mi lascia altre vie di fuga. E dunque mi immergo, scendo in questa aria difficile da respirare, lascio che ogni mia cellula se ne impregni; abbandono la sabbia dorata e calda dell'esteriorità, di quella realtà bidimensionale e piatta della superficie delle cose per abbracciare ciò che, con decisa e costante attenzione, ripudio. Eccoci davanti al tempio delle cose scomode, ammucchiate ed abbandonate sulla scena di questa piccola disperazione personale. Tutto quello che è brutto o debole viene qui lasciato, per potersi mostrare al mondo sempre splendidamente luccicante e sfrigolante di sorrisi. A volte ci relego anche persone, interi esseri umani che per il momento devo far tacere e lasciarle sospese nel mio cono d'ombra, anche se poi la loro assenza viene a bussare forte ed io non posso fare altro che sopportare il dolore del rumore e lasciarli fuori dalla porta a morire di una attesa incessante. Capita che ci relego anche me, tutta me, voglio dire: un corpo non può andarsene a giro da solo, però con lui ci resta solo la percentuale minima di personalità, alla quale non costa niente sorridere ed annuire e ascoltare cose che in quel momento non mi toccano per niente. Perché nel frattempo io sono altrove; sono come un asceta sulla montagna, però un asceta turbato e stravolto da desideri che pensava di aver eliminato e superato, ma invece loro si presentano con una forza che sopraffà il povero uomo presunto stoico. Ed egli si accascia, su un letto di pietra, in una radura verde e boschiva, assume una posizione fetale nei confronti dell'universo che in quel momento gli pare soltanto un impossibile nemico da fronteggiare. Le spalle ricurve, inclinate ad incorniciare il collo teso, le leggere gambe che prima sostenevano un leggero corpo quasi etereo, ripiegate su di sè, fanno un blocco unico e compatto con l'addome. Ma il particolare più inquietante sono gli occhi: spersi e dispersi. Sono piantati dritti a loro, ma non vedono assolutamente niente, intuiscono solo caos ed un senso di impotenza dal quale è difficile fare ritorno. Hanno quel caos disegnato nei loro bulbi e lo percepiscono.
Al centro del tempio delle cose scomode, sto come il folle asceta, immersa in questo mondo che creo e che voglio dimenticare. Tra le altre cose sospese, gravitano nel mio spicchio di caos la grande disperazione, che somiglia ad una galassia e vista da lontana ha l'aria sacra delle cose imperscrutabili, rilucente nelle sue materializzazioni, e gli attimi non colti, figli di incertezze e paure inconsistenti, pulviscoli di grandi esplosioni mai avvenute e inesorabilmente mancate. Gravitano sentimenti scissi, le parti più buie del sentire, quell'acidità dell'invidia, quella rabbia cieca, quell'accidia dilaniante, che mi rendono poco incline all'elasticità mentale, a causa loro bandisco interi possibili mondi alternativi dal mio campo visivo e di azione.
Ma il fulcro di questo oscuro universo, che però mantiene una bellezza ed una luce in sè innegabili, se ne sta al centro di tutto e sembra vigilare su ogni cosa. E si palesa solo nell'attimo in cui porto a confronto me con gli altri: solo nel momento del contatto io lo vedo distintamente in me, una grossa vena al centro del mio corpo e del mio essere. Piano piano, porto alle forme, alle sfaccettature, questo materiale grezzo, che per contrasto negativo agli altri inizia a delinearsi sotto i miei occhi.

E allora vedo che...
Tu hai fame della gente, io no. Tu sorridi agli altrui sguardi con facilità, con voglia di succhiare dolcemente un sorriso di rimando. Io no. La gente non mi piace. La gente mi intimorisce, mi imbarazza, mi zittisce, mi mette a disagio. Tu invece parli con un tono di voce chiaro, aperto, un po' matto, indirizzi gentilezza e bellezza verso l'esterno. Tu vuoi che gli altri ti facciano stare bene e per una strana legge piuttosto ferrea, questo può accadere solo se anche gli altri stanno bene insieme a te. E tu, questo, lo sai fin troppo bene. Coerentemente alla tua stabile conoscenza di tale assioma, dunque, prendi un respiro e ti butti con entusiasmo nella mischia di suoni squillanti, gesti inconsueti e carini, una vera e propria giungla di frenesia, il grande trionfo della socievolezza.

Io no. Questa giungla la trovo alienante e sconosciuta. Girovago fra liane di legami con un'estraneità conficcata nel cuore che mi distrugge, ho gli occhi spalancati ed atterriti: io non capisco ciò che vedo. Non riesco a gestirmi in questo caos variopinto di rapporti e strette di mano, dove una naturale inclinazione per l'altro, fisicamente vicino, pare un dovere naturale. Un dovere che a te illumina gli occhi, un dovere che tu trasformi in fonte di piacere. Il tuo corpo è il tramite attraverso cui la socievolezza esterna viene a trasformarsi (si converte?) in un miele dolce e fluido che assapori e lasci sedimentare dentro di te con grande commozione.
Ed il mio corpo, invece, cosa è? Io non riesco a farlo funzionare come fai tu. Si risolve piuttosto nell'essere un impedimento, una barriera tinteggiata di colori fotonici, così da vederla in lontananza ed avvertire tutti. Non passate di qua vicino!
Non mettetemi in quella terribile situazione in cui devo aprire la bocca e far fluire parole che non so neanche trovare dentro di me! Lasciatemi nel mio autismo, abbiate rispetto della mia disabilità!
Ma tu no. Tu hai la battuta pronta e giochi di parole da esibire come amuleti orientali, che arrivano da culture lontane ed affascinanti. Tu necessiti del mondo e vuoi il mondo.
Io lo vorrei invece esiliare, sbattere lontanissimo, anni luce, via, vattene mondo! Non ho niente da dirti, non ho niente da offrirti, non pretendere niente da me.
L'incapacità di vivere giorni leggeri, relazioni leggere, colori leggeri. L'impossibilità di preservare per un periodo di tempo abbastanza lungo la leggerezza è il centro delle cose oscurate e terribili dentro di me.
Non riesco ad adeguarmi alla vita, a quello che crediamo essere il suo ritmo naturale. Le mie palpitazioni si consumano in un paesaggio solitario, freddo, dalle tonalità dense e scure.

 ...Ma poi, ora che mi ci fermo a pensare..."L'impossibilità di preservare per un periodo di tempo abbastanza lungo la leggerezza"...In base a quale unità di misura? Chi stabilisce la giusta misura? Chi ha un potere così grande? Tu e la tua socialità? Io e la mia asocialità?

Forse guardo male tutta questa grande mappa mentale; forse ci cerco più di quello che può manifestarmi.
Mi accontento, allora. Ed è un accontentarsi che mi riempie. Torno ad essere più serena. A tratti, incontro la leggerezza. E cerco di spenderla e di donarla con queste strane presenza che sono gli altri intorno a me. E per un poco viene ad essere lei il centro del mio universo.

Forse sì, è così.

martedì 28 luglio 2015

La Città Sospesa (Pilade, Pasolini)

Stamani: 
C'era la luce del nuovo giorno che inondava la camera. Sbircio con un occhio e poi lo richiudo subito. Ma già avevo conquistato con fatica il sonno, recuperarlo mi sembrava piuttosto un miraggio in quel momento. Mi giro di fianco e faccio un grosso respiro. La cadenza regolare dei polmoni mi tranquillizza un po' il cuore, ma non del tutto. Batte già con enfasi, anche se mi sono appena svegliata. Ha battuto forte e concitato per tutta la giornata e per tutta la serata di ieri. Adesso ricomincia. Poco alla volta mi sopraffà di immagini che si sovrappongono: la mente è di nuovo sovra-eccitata. Piano, piano, cuore. Calma, mente! Tutto è finito e passato, ma resterà per sempre sotto pelle, queste giornate non tramonteranno mai, ve lo assicuro! Come poter dimenticare la prima volta che sono entrata in Salina per le prove? Un ventre di balena artificiale, del sale che scorreva giù come cascata esotica e che sanciva lo scorrere del tempo. Uno spazio ampio, grezzo, essenziale. Come scordare l'euforia da bambini di molti adulti davanti ad una visione così surreale? Ed i bambini stessi, felicissimi?  Le labbra e le guance ed i capelli diventavano salati, il sale si insinuava in ogni dove, persino tra i rapporti interpersonali, suggellandoli e fortificandoli. Scendere da Volterra verso Saline era diventato una specie di rito: col sole ancora piuttosto forte lasciarsi alle spalle la mamma-città, con le sue contraddizioni e le sue abitudini, per rigenerarsi e purificarsi attraverso la parole salate,poetiche e dure di Pasolini. Ma Volterra, aggrappata al suo colle, la potevi scorgere se uscivi un attimo dalla fabbrica per una pausa, accigliata ed austera, che ti squadrava con fare indagatorio e severo: controllava ogni nostro gesto in quella fabbrica, sapeva che si trattava soltanto di una fuga precaria, di una sospensione, e che poi saremmo ritornati in fila indiana ed ordinati fra le sue schiere e nei suoi ritmi. Ma questo rendeva il tempo passato in Salina ancora più prezioso. Allora mentre me ne stavo a provare c'era anche una parte di me che si dissociava dal resto dell'unità-corpo, in un certo senso uscivo fuori da me e riuscivo a guardarmi e a guardare tutto dall'esterno. Come un giudice che ha la visione intera di un processo e del tribunale, infatti può vedere sia la parte dell'accusa e della difesa, sia la giuria e gli avvocati. Io riuscivo a contemplare l'insieme di ciò che tutti insieme stavamo portando a compimento, vedevo Gianluca ed Enrica, nello stesso momento avevo percezione del sale che scendeva, osservavo i passi lenti e misurati ed contemporaneamente le belle bandiere. La visione d'insieme, materiale e metafisica, della nostra opera mi lasciava senza parole. I legami fra noi e i legami delle scene, dei movimenti o delle parole, si facevano l'uno lo specchio dell'altro. Progredivano insieme, l'uno accanto all'altro, l'uno che innescava l'altro.
Il 25 luglio:
Lo spettacolo-debutto e la replica ci hanno travolto in un turbine: quando tutto è finito ero frastornata, incapace di capire ogni cosa del tutto. la visione d'insieme adesso mi sfuggiva dalle mani. Confusamente accecata dal sale, dalla stoffa rossa del vestito di Atena, il biancore delle montagne di sale e il nero dei nostri vestiti che risaltava. La processione-corteo delle Eumenidi e degli operai della Smith che veniva dietro ad Atena. Bandiere bianche, rami di ulivo, un movimento ellittico intorno alle montagne di sale; un movimento a spirale soffocante intorno a Pilade. Parole che sovrastavano, toni di voce che si alternavano e si rincorrevano. Da perderci il fiato. Davvero in quel momento, in quel luogo, il tempo era sospeso. 
La notte aveva incalzato il tramonto. Volterra adesso era soltanto un agglomerato di luci in lontananza. Anche lei quella sera taceva e non giudicava. La città era davvero sospesa, non ammessa, esclusa eppure presente, volteggiava nell'area, implicitamente si parlava di lei, ma non aveva diritto di replica. Volterra imprigionata ed ispezionata, rigirata, indagata, messa a nudo nel sale.
"Il progetto è nato come colossal" ci ha detto Enrica, e così si è manifestato in quella Salina, nella penombra della società industriale in cui viviamo, in cui spesso siamo sopraffatti da questo progresso cieco, che lui in primis ci ha escluso dalle sue logiche e da solo si nutre e cresce. L'uomo si ritrova estromesso da una cosa a cui lui stesso ha dato inizio. Un processo che ha avuto origini umane ma che adesso ha decapitato la stessa ragione umana, quella pratica (come la chiamerebbe Kant) che dovrebbe vigilare e vagliare tutti gli atti prima di esercitarli. L'uomo ha spodestato se stesso dalla sua egemonia rendendo il progresso spericolato e folle, si è reso conto che non può davvero essere padrone e tiranno di ogni cosa.  O meglio, non è più padrone, ma non se ne vuole rendere conto, ancora. Cieco e caparbio cerca a tutti i costi di stare alle costole del presunto progresso umano, tecnologico, industriale.
Quello che è stato messo in scena è stato un tentativo di rispondere e di opporsi alla direzione che questo flusso sta avendo: noi, attraverso immagini quasi oniriche (oserei dire) che almeno per l'istante dello spettacolo hanno provato a sospendere le logiche di questa vita trafitta dalla falsa credenza di poter soltanto progredire e di poter soltanto migliorare. E le nostre immagini sono nate dalle parole incalzanti, taglienti e allegoriche di Pasolini che decide di raccontarci questa sua analisi della realtà attraverso ciò che è lo strumento più universale nella comunicazione umana, dagli albori della civiltà: un mito. Pasolini quindi che fa? Deve parlare di cose poco evidenti, anzi, proprio sotterranee, che stanno sotto gli sfavillanti oggetti luccicanti che questo tempo offre. Deve parlare dell'altra faccia della medaglia, quella oscura, quella problematica. E decide di farlo riesumando culture umane antiche, in questo caso quella della tragedia greca. La modernità e i suoi disagi messi in scena attraverso miti e opere teatrali di un'umanità antica, considerata adesso da molti "arcaica". Non mette i brividi una trovata del genere?
Quindi, sostenuti dalle grandi spalle dell'intelletto pasoliniano("nani sulle spalle di giganti"), noi ci siamo eretti in quella fabbrica cercando di trasmettere tutti questi aspetti. Con la guida consapevole e calda umanamente di Archivio Zeta, con Enrica e Gianluca. Che ci hanno fatto conoscere e mettere in atto tutto questo universo di parole e significati. Ecco, azioni del genere lasciano dietro di sé impressioni ed effetti a lungo termine, affetti che non possono scadere insieme alla fine dell'esperienza con-vissuta.
Il 27 luglio: 

Mi sono accorta di ciò quando ieri, prima di partire per Carrara, per fare lo spettacolo al LunaticaFestival, ci siamo ritrovati per tentare di fare il viaggio tutti insieme: quando ho rivisto il laboratorio "Logos" riunito mi sono sentita istantaneamente bene. Come se qualcosa di solido e freddo alla bocca dello stomaco si stesse sciogliendo ed irradiasse un calore che si espandeva piano piano verso il cuore, i polmoni, il cervello. Nuovamente, tutto sorrideva intorno a me, di sorrisi complici ed umili, che avevano come unica pretesa quella di condividere ancora una volta questo viaggio così bello. Arriviamo a Carrara. Arriviamo al cimitero dove dovremo riprodurre lo spettacolo: anche questo un luogo sospeso, luogo umano incastonato in una natura verde e rigogliosa. In lontananza si scorgono le Apuane, con le cave bianche in mostra. Il pomeriggio passa veloce mentre proviamo, in un batter d'occhio siamo al momento dello spettacolo. Mentre ci cambiamo mi ritrovo vicino ad Enrica e a Gianluca, anche loro si stanno cambiando, in un silenzio raccolto, come la calma prima della tempesta. Solo vederli lì vicino a me mi rende felice ed orgogliosa di essere in quel cimitero sperduto in Toscana, pronta a dare il mio contributo per questo spettacolo. Poco da fare, anche se è la terza volta che lo facciamo nel giro di pochi giorni, lo stomaco mi si chiude mentre vedo arrivare Gianluca/Pilade con la sua coperta grezza e rustica sulle spalle, insieme a Rocco con la sua fisarmonica. Sospensione. Lo spettacolo piano piano si avvia verso il suo compimento. Le bandiere bianche (le stesse dello spettacolo alla salina, quelle portate in mano dagli operai della Smith) che innalziamo ad un tratto generano meraviglia e stupore nel pubblico. Finisce lo spettacolo, ci teniamo per mano e stiamo molto vicini fra di noi mentre salutiamo il pubblico. Come un unico corpo composto da molte piccole parti.
Sospiro di sollievo. Soddisfazione, ma anche svuotamento. E adesso? Ci catapultiamo a cena, nell'aria c'è una nota dolce di struggimento: dobbiamo scioglierci, le strade tornano a dividersi. E' il corso naturale delle cose, ma non riesco a farmi trovare pronta da questa naturalezza. Vedo che è una cosa condivisa da molti di noi. Come ho detto prima, vivere insieme cose del genere segna, ma anche lega, profondamente. La cena si sviluppa con allegria e leggerezza, i sorrisi sono tanti e genuini. La piccola Antonia è una risata limpida e viva costante. Giunge il momento di riconfluire nella vita quotidiana. Io mi sento così piena dentro che potrei esplodere da un momento all'altro. Ritorniamo alle macchine. Ci guardiamo fra tutti, ci abbracciamo fra tutti e sono abbracci che vanno oltre l'abbraccio, tentano di far capire qualcosa di ineffabile. Saluto la gentilezza e la dolcezza di Enrica, saluto il bel sorriso e la simpatia di Gianluca. Saluto il loro impegno ed il loro lavoro magnifico. Con gli altri "attori-cittadini" ci rivedremo sicuramente fra le mura di Volterra. Lo stomaco mi si stringe forte: saluto Antonia, la riempio di baci, le dico che non so quando ci rivedremo e lei con semplicità e stupore mi replica:"presto! Ci rivediamo presto". Giusto, ha ragione. Sono io un po' stupidamente romantica che mi lascio prendere da questo piccolo vuoto che incalza, senza tutti loro e mi ci trastullo un po' troppo. 

Presto torneremo sullo stesso sentiero battuto insieme. E lo aspetto con impazienza. Nel frattempo però, nel flusso quotidiano della vita, una nuova piccola luce si è accesa dentro di me, illuminando cose che non avevo ancora conosciuto. E questo è uno dei regali più grandi e belli che si possa fare ad un essere umano.

"Presto! Ci rivediamo presto!"

sabato 11 luglio 2015

Sabbia dorata di tenera nostalgia
mi si addiceva in tempi più miti
le stagioni erano meno invasive

il bianco non era così violento per le mie pupille.
Lontani sussurri di uccelli sugli abeti
mi contornavano l'anima chiara

Albeggiava su ogni centimetro di mondo 
con ineluttabile felicità
e facilità
la pelle era osmotica 
non faceva fatica alcuna ad intrecciarsi
amorevolmente 
con il cielo
e la terra
e le altre pelli di uomo,
scambio reciproco
di energie
e fiori di parole.
Versi o prosa
inchiostro stampato

inchiostro che sgorga da un pugno
tremante e chiuso
rigido, fermo sulla penna a stilo,
traduttore istantaneo
che rende visibile l'invisibile
scrive l'indicibile
su fogli chiari di neve.
Adesso è tutto più deprezzabile

meno arioso
la mano è mozza 
e la penna si incaglia e s'arresta
piove un lampo sulla scrivania
ma io ho gli occhi bendati
e non lo posso vedere
scivola sul legno inosservato
inutile
si ritrae la nuova idea 
nelle viscere della mente
è una mente che non vede
non parla
non ci sente:
percepisce solo un vuoto
grigio e soffocante
ma non prova a riempirlo
no.
La mente è stanca

e si stanca della sua stanchezza
pian piano rallenta pure lei
per inabissarsi in una penombra salata
mangiata, già consumata.
Resto veramente sola,
neanche più i pensieri
mi accompagnano
e mi tengono sveglia
non c'è più bocca per assaggiare
occhi per parlare
cuore per calcolare
gli ultimi avanzi di una personalità
lasciata in debito e al chiodo.
L'involucro è triste

e prova nostalgia per 
un'anima svanita.

sabato 30 maggio 2015

Spicchi di tracce mnestiche

Mi è appena apparso nella mente il suo sorriso, insieme alla leggerezza che eravamo in grado di donarci a vicenda. Eravamo capaci anche di questo, oltre che fare discorsi da stupide depresse. Nonostante fosse la mia piccola luce nel buio più assoluto, era anche un enorme sole nelle giornate estive del cuore. Il suo sorriso era dolce. I suoi occhi diventavano più piccoli, ma brillavano. Mi prendeva in giro, mi sfotteva, io allora le prendevo la testa fra il braccio e l'avambraccio per strusciarle il pugno sopra la nuca e nel frattempo la minacciavo:"adesso passi da busseto".
Ricordo anche il suo scoppio di risata, improvviso, aggressivo, affamato di vita, di prenderla e farla sua, inglobarla a sé per sempre. Il suo riso era sfacciato, spesso presuntuoso; come lei, del resto. E questo mi piaceva davvero molto, questa spavalderia mi catturava ogni volta. Anche quando litigavamo, poi mi riconquistava con quell'aria orgogliosa e nobile. Rientravo nella sua orbita con indulgenza e allegria: la fragilità che mascherava così pomposamente mi stringeva il cuore. Non potevo che volerle bene. E gliene volevo, infatti, ogni mattina che la vedevo questo bene si auto-alimentava, ogni mattinata iniziava da una sua espressione, "che palle, oggi non ho un cazzo di voglia", "ho dormito 4 ore per studiare quelle cazzo di diapositive dimmerda"; la ascoltavo, era come un mantra...La giornata partiva davvero dalle sue parole del cazzo, il mondo da quel momento poteva iniziare un nuovo giro di giostra.
Quando penso a lei penso al suo piccolo naso, a quegli occhiali così grandi dietro ai quali si nascondeva e si difendeva dalla realtà per lei sempre troppo crudele. Li faceva ergere appena sopra le guance come una grande muraglia, come il Muro di Berlino, per una separazione netta e decisa:"dietro di loro ci sono IO, oltre c'è tutto il resto, lontano da me". La penso spesso, mi chiedo cosa diavolo stia facendo adesso, la penso spesso associata ad una parolaccia o ad una offesa. Impreco quando sento il suo nome e non riesco a trattenere una smorfia di bambina schifata.
La nostra dialettica adesso è questa, una "guerriglia" fredda, sabotaggi di riflessioni, sgambetti al suo ricordo...fatta nei tunnel sotterranei del pensiero, in profondità, dove è certo che nessuno possa capire o vedere. Le dichiaro guerra ogni pochi giorni, nella mia testa, è diventata un feticcio psichico al quale spesso comunque mi appello, anche se per associarci cose un po' poco gradevoli.
Ma stamani mi si è piantato addosso il suo sorriso, quello leggero, d'una volta, proveniente da una diversa vita, lontana. Un sorriso d'estate, verde, fresco, precario. Una piccola brezza sulla superficie vellutata del mare afoso. Le sue magliette a fiori, i suoi consigli su libri da leggere, film da vedere, sogni da realizzare. Crescere con lei è stato bello, è stato un "gioco serio" dove la posta era alta ma quasi mai considerata. Si cresceva per il piacere di crescere insieme e a fanculo tutto il resto. Potendo guardare le cose a posteriori mi rendo conto di quanto sia stato importante conoscerla, viverla, affiancarla ed allontanarla. La lontananza forzata non può scalfire quello che abbiamo racchiuso entro i nostri corpi durante quella nostra stagione di vita. Le stagioni sono fatte così, appartengono alla realtà della finitezza, sono delimitate e confinate, devono lasciare il passo alla stagione seguente che nasce ed incalza; ma sono anche cicliche. 

Magari ci rincontreremo sotto una stella benevola ad un prossimo giro di giostra.