"E' difficile spiegare quello che anch'io non so capire." (L. B.)
Ma devo parlare di quei suoi occhi enormi e belli, di quei nei e di quelle labbra, del mio brivido irrazionale se mi guarda come ha già fatto. Ho la necessità di esorcizzare quello che con coraggio mi ha sbattuto in faccia, io devo arginare e difendermi. Devo, perchè è solo uno straccio, è solo un'intuizione che non ha una forma vera e propria. Devo.
Ma lasciatemi almeno questo spazio per raccogliere una manciata di parole ed uscire da questo "devo": voglio affondare, almeno su questo schermo, il dito in questa mia piaga e lasciarla sgorgare in piena libertà, senza il peso di alcuna necessità.
C'è che amo la bellezza quando è nascosta, quando riesco a intravederla piano piano, mi piace lasciarle il tempo di manifestarsi, quando non è propriamente immediata (e magari è superficiale). Mi piace seguire le sue tracce, come un piccolo segugio, darle tempo per definire i suoi importanti dettagli, starle dietro ma senza stressarla. Non mi piace quando è sgualcita per la troppa fretta di scoprirsi. Per la bellezza ci vuole tempo, e la pazienza di non farsi bastare il primo sguardo frettoloso. La bellezza la vedo come un nucleo intimo, che sta nel luogo più riparato e protetto di ogni cosa: la bellezza sta in profondità.
La conoscenza deve calarsi quindi nei meandri di ogni suo oggetto, se vi ci vuole scorgere del bello.
Mi piace pensarmi come una pescatrice di bellezza, che paziente attenda sulla sua silenziosa barca che essa abbocchi al suo amo. E' la bellezza che viene a noi, non il contrario. Che si presenta, che si lascia vedere. Se solo glielo lasciamo fare.
E dunque, anche stavolta, l'ho trovata. Mi si è schiusa con tutta la forza e la potenza che solo la musica ha: si è manifestata magnificamente, con sguardi magnetici ed ammalianti su un tappeto di note; a tal modo da farmi vacillare, da portare il mio cervello a corrompersi e fare pensieri distorti. Lo ammetto, ho fantasticato sui suoi impulsi, ed è stato sbagliato perchè al bellezza se si cristallizza diventa qualcosa di diverso da sè; si stravolge. Perchè immediatamente lei non può che offrire un piccolo spicchio dell'oggetto ed anche di sè. Ed ecco, quindi la bellezza è intuizione, un fulmine che folgora i neuroni un attimo, ma nell'attimo dopo si estingue e non lascia che una vaga sensazione. Non si può subito poter credere di aver capito la bellezza; c'è bisogno di un altro fulmine in altro momento e in altro ambiente, e poi di un altro e un altro e un altro... Miss Beauty ha note jazz come vestiti, incomprensibili al primo ascolto, ma che ti lasciano attonito. Ed i vestiti sono solo il primo assaggio, solo la prima lieve - ma potente per te che ne benefici- scossa che può offrire. Sei disorientato, ma non è il momento di cristallizzarsi su questo primo guizzo.
Ed ecco perchè accetto con calma quegli occhi magnetici, che cerco di sminuire l'elettricità di quelle labbra oggettivamente belle che mi attrarrebbero all'istante e che hanno rischiato di farmi inciampare sul più bello. Un verde chiaro ha indirizzato lo sguardo su di me da troppo vicino, parole troppo dirette hanno trovato il modo di incunearsi nello spiraglio di una porta interna lasciata semichiusa. una camicia bianca mi ha fatto sorridere con malizia. Il resto non posso trascinarlo qui, avrebbe la meglio la prima visione fulminea e confusa di questa nuova bellezza appena scovata.
sabato 27 dicembre 2014
venerdì 12 dicembre 2014
un'inflazione di "Vorrei"
Vorrei non fosse così difficile
Vorrei fosse più facile
Vorrei che non facesse così male
Vorrei chiudere gli occhi e far scomparire tutto
Vorrei chiederti tutti i miei perchè
Vorrei tu mi sapessi rispondere
Vorrei che questo sole malato scaldasse forte ogni mia cicatrice
Vorrei poter pensare di non aver sofferto invano
Vorrei non sentirmi umiliata
Vorrei essere più decisa
Non vorrei dover scegliere
Vorrei che fosse notte e vedere solo le lucine dell'albero di Natale
Vorrei sentirmi un po' meno spenta
e un po' più sicura
Vorrei che nevicasse
Vorrei non mi chiedesse niente
Vorrei piangere
Vorrei poter avere il cuore leggero e ridere
Vorrei che mi capisse dallo sguardo che trova nei miei occhi
Non vorrei scrivere
Vorrei farlo per tutta la vita
Vorrei trovarti ancora la mattina di Natale dentro uno di quei tuoi maglioni grandi e morbidi di casa, col sorriso che a stento si contiene sul tuo viso.
Vorrei fosse andata diversamente
Vorrei essere cresciuta con te al mio fianco
Vorrei essere più magra, più alta, più educata, più fine, più posata, più leggera
Vorrei la sua amicizia indietro
Vorrei il suo amore indietro
Vorrei un abbraccio di mio padre adesso
Vorrei la voce calda di mia nonna adesso
Vorrei un sorriso dolce da mio fratello
Vorrei un cappuccino con un fiore disegnato sulla schiuma
Vorrei essere a Parigi
Vorrei poter parlare tante lingue e sentirmi capita da tutti
Vorrei non essere bovarista
Vorrei non avere aspettative
Vorrei non sperare in cose impossibili
Vorrei morire
Vorrei vivere fino a 100 e passa anni, con le ossa stanche ma il cuore pieno di commozione
Vorrei poterti dire:"Grazie"
Vorrei non essere così, ma mi rendo conto che mi amo anche così
Vorrei non avere i difetti che ho, ma mi rendo conto che li amo comunque
Vorrei respirare l'odore di pineta dopo la pioggia
Vorrei cantare
Vorrei recitare
Vorrei reclamare
Vorrei ricamare
come fa mia nonna
E nel frattempo parlare
Di te, di me, di loro, del governo ladro, della difficoltà dei sentimenti, della difficoltà dei ragionamenti
Vorrei filosofeggiare
Vorrei dialogare con Socrate
Vorrei ascoltare le barzellette di Kant direttamente da Kant
Vorrei vestirmi con il pensiero umano, accarezzare gli aforismi dei filosofi sulla mia pelle
Vorrei meno seghe mentali
Vorrei meno angoscia
Vorrei il Romanticismo
e poi l'Illuminismo
Vorrei rendere meno opprimente l'esistenza a Schopenhauer
Vorrei fosse meno fugace la felicità
Vorrei che la scienza s'innamorasse della letteratura
Vorrei che la letteratura si struggesse per la scienza
Vorrei armonizzare gli opposti
Vorrei riuscire ad essere coerente
Vorrei mettere in atto il mio dovere etico
e non sbagliare mai.
Vorrei non dover chiedere scusa
Vorrei non ferire nessuno mai
Vorrei sapere cosa mi succede, cosi ti succede, cosa gli succede, cosa le succede,
cosa ci succede, cosa vi succede, cosa succede loro.
Vorrei essere la coscienza del mondo.
venerdì 5 dicembre 2014
Molteplicità
Occhi chiari di uno sguardo deciso, sorrisi che sbocciano come fiori ed io piccola ape impaziente di tuffarmi fra enormi petali e affondare nella sete del tenero polline.
Firenze, il concerto, amicizie che non crollano, piccoli pensieri di persone gentili, calde note che infiammano i polmoni, la solitudine libera, leggera, piacevole.
Sudore, fatica, dolori muscolari, odore di polvere, odore di adrenalina, un sacco per scaricare le tensioni, un compagno per prendersi un attimo di pausa e ridere come bambini scoperti ad architettare qualche scherzetto maligno. Voci che ti incalzano, provocano per incoraggiare. La liberazione della testa da tutti i soliti pensieri.
Pisa, la solitudine non del tutto voluta, la timidezza, la colpa, la presunta colpa, il bianco ed il verde di Piazza dei Miracoli, fughe clandestine, foglie che cadono, la pioggia violenta, la pioggia leggera, un libro, un film, una serie televisiva. E poi lo scoppio della vita, vino, birra, sigarette e super alcolici legati assieme da sussulti, risa fragorose, confessioni, condizioni, confidenze vere, confidenze false, lottare per resistere, voler morire per smettere di resistere,
Situazioni maldestre, sguardi che a stento reprimono disprezzo e intolleranza, occhi in fiamme, un passato che a stento riesco a rintracciare, un presente che non reputavo possibile, una lontananza dura e fredda come ghiaccio, silenzi fatti di orgoglio e pregiudizi, parole essiccate e morte nelle nostre gole. E nessuno sta a rivendicarle.
Quante strade e quanti deragliamenti. Quante sensazioni si provano contemporaneamente, anche se sono contraddittorie fra loro? Quante vite viviamo in questa nostra generica vita? Per quante cose moriamo e per quante altre ringraziamo di essere sempre qua, nonostante tutto? Cosa siamo? Chi siamo? A cosa tendiamo? C'è qualcosa a cui tendere? E perchè? Perchè siamo qua?
Io a volte provo la sensazione di non essere io. Sembra assurdo. In passato, quando ero più piccola, mi capitava spesso. Adesso è da tanto che io sono io, e forse per questo il rigetto verso di me è più pesante.
Succedeva alle volte che nel mentre facevo un qualcosa, io mi distaccassi da me. Cioè, dal mio corpo, non mi vedevo dall'esterno, ma la sensazione era quella. Era spaesamento forse, ma non mi riconoscevo più in quel sinolo di materia e forma che mi costituiva e mi costituisce tutt'ora; pensavo:"questa non sono io". Ma questo non mi terrorizzava. Continuavo a fare ciò che stavo facendo, ma ero anche fuori di me. Mi piaceva questo sdoppiamento, scrutarmi da un punto di vista esterno. Mi divertivano questi momenti, mi piacevano. Stavo in pace, quasi come se capissi che alla fin fine...che importa affannarsi, tediarsi con i soliti problemi esistenzialisti, entrare in fissa con paure che diventano quasi fobie... Mi bastava uno di quegli attimi e tutto diventava più minuto, meno importante. Ma non futile. Semplicemente diverso dal mio solito modo di contemplare e osservare.
Ero bambina. Ora probabilmente iper-interpreto, ma la sensazione di questa cosa che succedeva ha la stessa consistenza dell'atmosfera di casa, calda, rasserenante, mite. Ecco, quella sensazione mi mitigava.
Non so perchè sto scrivendo questo, non ero partita con questo intento. Oltretutto era da veramente tanto tempo che non ci ripensavo. Questi ricordi mi sono caduti addosso come neve.
Mi viene in mente "Il mondo di Sofia", il libro che lo stesso autore chiama "romanzo sulla storia della filosofia", quando Alberto Knox -il filosofo- parla alla piccola Sofia di Hume (guarda un po', proprio lui adesso sto studiando) il quale, sebbene incentri la sua filosofia sull'esperienza (unico strumento per la conoscenza concesso all'uomo), riesce a non farsi fagocitare dalla sua stessa teoria e mantiene sempre un punto di vista comunque esterno e non dato per scontato: solo perchè attraverso l'esperienza si è conosciuto sempre un evento nello stesso modo, non è detto che in futuro esso non si manifesti differentemente. O che se ne presenti un altro, al posto suo. Siccome abbiamo sempre visto corvi neri, non è per questo giustificato avere la presunzione di poter affermare che non esistono (o possano esistere) corvi bianchi. Anzi....
"Questo romanzo è di chiunque si trova aggrappato ai peli del coniglio bianco tirato fuori dal cilindro dell’universo e non vuole scendere giù, non vuole abbandonarsi al sonno dell’ignoranza. Ma anche di chi, magari sbeffeggiato da tutti, continua a cercare un corvo bianco, l’eccezione che non conferma la regola..."
Firenze, il concerto, amicizie che non crollano, piccoli pensieri di persone gentili, calde note che infiammano i polmoni, la solitudine libera, leggera, piacevole.
Sudore, fatica, dolori muscolari, odore di polvere, odore di adrenalina, un sacco per scaricare le tensioni, un compagno per prendersi un attimo di pausa e ridere come bambini scoperti ad architettare qualche scherzetto maligno. Voci che ti incalzano, provocano per incoraggiare. La liberazione della testa da tutti i soliti pensieri.
Pisa, la solitudine non del tutto voluta, la timidezza, la colpa, la presunta colpa, il bianco ed il verde di Piazza dei Miracoli, fughe clandestine, foglie che cadono, la pioggia violenta, la pioggia leggera, un libro, un film, una serie televisiva. E poi lo scoppio della vita, vino, birra, sigarette e super alcolici legati assieme da sussulti, risa fragorose, confessioni, condizioni, confidenze vere, confidenze false, lottare per resistere, voler morire per smettere di resistere,
Situazioni maldestre, sguardi che a stento reprimono disprezzo e intolleranza, occhi in fiamme, un passato che a stento riesco a rintracciare, un presente che non reputavo possibile, una lontananza dura e fredda come ghiaccio, silenzi fatti di orgoglio e pregiudizi, parole essiccate e morte nelle nostre gole. E nessuno sta a rivendicarle.
Quante strade e quanti deragliamenti. Quante sensazioni si provano contemporaneamente, anche se sono contraddittorie fra loro? Quante vite viviamo in questa nostra generica vita? Per quante cose moriamo e per quante altre ringraziamo di essere sempre qua, nonostante tutto? Cosa siamo? Chi siamo? A cosa tendiamo? C'è qualcosa a cui tendere? E perchè? Perchè siamo qua?
Io a volte provo la sensazione di non essere io. Sembra assurdo. In passato, quando ero più piccola, mi capitava spesso. Adesso è da tanto che io sono io, e forse per questo il rigetto verso di me è più pesante.
Succedeva alle volte che nel mentre facevo un qualcosa, io mi distaccassi da me. Cioè, dal mio corpo, non mi vedevo dall'esterno, ma la sensazione era quella. Era spaesamento forse, ma non mi riconoscevo più in quel sinolo di materia e forma che mi costituiva e mi costituisce tutt'ora; pensavo:"questa non sono io". Ma questo non mi terrorizzava. Continuavo a fare ciò che stavo facendo, ma ero anche fuori di me. Mi piaceva questo sdoppiamento, scrutarmi da un punto di vista esterno. Mi divertivano questi momenti, mi piacevano. Stavo in pace, quasi come se capissi che alla fin fine...che importa affannarsi, tediarsi con i soliti problemi esistenzialisti, entrare in fissa con paure che diventano quasi fobie... Mi bastava uno di quegli attimi e tutto diventava più minuto, meno importante. Ma non futile. Semplicemente diverso dal mio solito modo di contemplare e osservare.
Ero bambina. Ora probabilmente iper-interpreto, ma la sensazione di questa cosa che succedeva ha la stessa consistenza dell'atmosfera di casa, calda, rasserenante, mite. Ecco, quella sensazione mi mitigava.
Non so perchè sto scrivendo questo, non ero partita con questo intento. Oltretutto era da veramente tanto tempo che non ci ripensavo. Questi ricordi mi sono caduti addosso come neve.
Mi viene in mente "Il mondo di Sofia", il libro che lo stesso autore chiama "romanzo sulla storia della filosofia", quando Alberto Knox -il filosofo- parla alla piccola Sofia di Hume (guarda un po', proprio lui adesso sto studiando) il quale, sebbene incentri la sua filosofia sull'esperienza (unico strumento per la conoscenza concesso all'uomo), riesce a non farsi fagocitare dalla sua stessa teoria e mantiene sempre un punto di vista comunque esterno e non dato per scontato: solo perchè attraverso l'esperienza si è conosciuto sempre un evento nello stesso modo, non è detto che in futuro esso non si manifesti differentemente. O che se ne presenti un altro, al posto suo. Siccome abbiamo sempre visto corvi neri, non è per questo giustificato avere la presunzione di poter affermare che non esistono (o possano esistere) corvi bianchi. Anzi....
"Questo romanzo è di chiunque si trova aggrappato ai peli del coniglio bianco tirato fuori dal cilindro dell’universo e non vuole scendere giù, non vuole abbandonarsi al sonno dell’ignoranza. Ma anche di chi, magari sbeffeggiato da tutti, continua a cercare un corvo bianco, l’eccezione che non conferma la regola..."
Tutto e il contrario di tutto.
giovedì 13 novembre 2014
La ragione fu per me l'assassina
Ho vissuto la mia vita per estremi. Ho vissuto la mia vita saltando troppo in alto e poi correndo ai ripari. Mi pare di scorgere l'esistenza passata sotto i riflettori di un otto volante, prima verso il cielo maestoso, giungere all'apice, illudersi di arrivare a scalfire il sole e poi giù, nello strapiombo, nell'oblio di una galleria sotterranea e buia.
Ho ucciso il mio istinto. La mia mente ha ucciso il mio istinto. Lo ha raso al suolo. La sua colpa? E' stata quella di avermi catapultato con troppa intensità in ogni cosa che facessi; quasi senza filtri, senza pelle che potesse un minimo preservare l'anima. Sono arrivata in alto, ho vissuto intensamente quello che ho trovato a quelle altitudini. Ma è stato un fuoco d'artificio troppo breve, perchè ho pagato cara la sfacciataggine di cui mi aveva vestito l'istinto. Sono arrivate le mazzate vere, che hanno tolto la poesia in ogni cosa. La poesia della presunzione di scambiare per certezza ciò che non lo è. La mia anima si è frantumata. E l'istinto non l'ha salvata.
Quando è così fa ancor più male. Sono crollata, ho perso le mie piume e la gravità ha trionfato.
Il dolore è stato così acuto che mi ha paralizzata, traumatizzando la mia ingenua stupidità: mi sono promessa di non dare più niente per scontato. Mai più avrei seguito l'istinto e le mie impressioni. Perchè non è detto che queste armi ti mostrino il vero. Niente più illusioni, mi sono sussurrata, da adesso in poi non ascolterò più niente...tranne ciò che ha tra le sue pieghe fondamenta sicure. Pilastri di razionalità alla sua base. Su cui non si può dubitare.
E da lì, io non me ne sono accorta subito, ma la Ragione ha affondato le sue radici e si è insinuata in ogni cosa. Ha avuto inizio la tirannide.
Ogni cosa è stata posta sotto osservazione ed esame. Se era bagnata da un minimo accenno di dubbio, non poteva essere presa in considerazione. D'un tratto, ho dubitato d'ogni cosa. D'un tratto, non ho potuto più fare affidamento su niente. Mi sono ritrovata nel cuore angosciante dell'indecisione, in una stallo che mi ha svuotato. Perchè, non potendo contare su niente, non potendo sapere NIENTE CON CERTEZZA, non potevo più scegliere. E mi sono immobilizzata, irrigidita ancora di più sotto le mie stesse membra. Ho smesso di vivere, ero diventata il mostro di Cartesio. Il cervello aveva atrofizzato i miei impulsi. La razionalità mi aveva distrutto, proprio come in altro modo aveva fatto l'istinto. Eccole, allora, le facce di una stessa medaglia. Sensazione contro ragione. Immediatezza contro immobilità.
Per questo dico che ho vissuto attraverso estremi. E adesso sono stanca di questo dualismo autodistruttivo, dell'eterno contrasto fra bianco e nero. Ho bisogno di una pelle razionale, che mi dia le potenzialità di contenere quanto basta questi fasci di immediati impulsi sventati d'istinto.
Voglio fondere istinto e ragione. Voglio forgiarmi di nuovo, intrisa di due estremi.
La vita è troppo breve per essere bruciata dall'istinto; e lo è anche per essere cementificata dalla mente.
"soffrirò, morirò....ma nel frattempo sole, vento, vino e trallalà" (Misa Sapego)
Ho ucciso il mio istinto. La mia mente ha ucciso il mio istinto. Lo ha raso al suolo. La sua colpa? E' stata quella di avermi catapultato con troppa intensità in ogni cosa che facessi; quasi senza filtri, senza pelle che potesse un minimo preservare l'anima. Sono arrivata in alto, ho vissuto intensamente quello che ho trovato a quelle altitudini. Ma è stato un fuoco d'artificio troppo breve, perchè ho pagato cara la sfacciataggine di cui mi aveva vestito l'istinto. Sono arrivate le mazzate vere, che hanno tolto la poesia in ogni cosa. La poesia della presunzione di scambiare per certezza ciò che non lo è. La mia anima si è frantumata. E l'istinto non l'ha salvata.
Quando è così fa ancor più male. Sono crollata, ho perso le mie piume e la gravità ha trionfato.
Il dolore è stato così acuto che mi ha paralizzata, traumatizzando la mia ingenua stupidità: mi sono promessa di non dare più niente per scontato. Mai più avrei seguito l'istinto e le mie impressioni. Perchè non è detto che queste armi ti mostrino il vero. Niente più illusioni, mi sono sussurrata, da adesso in poi non ascolterò più niente...tranne ciò che ha tra le sue pieghe fondamenta sicure. Pilastri di razionalità alla sua base. Su cui non si può dubitare.
E da lì, io non me ne sono accorta subito, ma la Ragione ha affondato le sue radici e si è insinuata in ogni cosa. Ha avuto inizio la tirannide.
Ogni cosa è stata posta sotto osservazione ed esame. Se era bagnata da un minimo accenno di dubbio, non poteva essere presa in considerazione. D'un tratto, ho dubitato d'ogni cosa. D'un tratto, non ho potuto più fare affidamento su niente. Mi sono ritrovata nel cuore angosciante dell'indecisione, in una stallo che mi ha svuotato. Perchè, non potendo contare su niente, non potendo sapere NIENTE CON CERTEZZA, non potevo più scegliere. E mi sono immobilizzata, irrigidita ancora di più sotto le mie stesse membra. Ho smesso di vivere, ero diventata il mostro di Cartesio. Il cervello aveva atrofizzato i miei impulsi. La razionalità mi aveva distrutto, proprio come in altro modo aveva fatto l'istinto. Eccole, allora, le facce di una stessa medaglia. Sensazione contro ragione. Immediatezza contro immobilità.
Per questo dico che ho vissuto attraverso estremi. E adesso sono stanca di questo dualismo autodistruttivo, dell'eterno contrasto fra bianco e nero. Ho bisogno di una pelle razionale, che mi dia le potenzialità di contenere quanto basta questi fasci di immediati impulsi sventati d'istinto.
Voglio fondere istinto e ragione. Voglio forgiarmi di nuovo, intrisa di due estremi.
La vita è troppo breve per essere bruciata dall'istinto; e lo è anche per essere cementificata dalla mente.
"soffrirò, morirò....ma nel frattempo sole, vento, vino e trallalà" (Misa Sapego)
sabato 26 luglio 2014
LA FERITA
Ho visto dall'alto e nel suo insieme Piazza dei Priori, stanotte. Ho visto le sue bozze maculate di bianco: mi spunta un sorriso, quelle macchie sono ciò che resta dei mille rumori di sassi sbattuti all'inizio dello spettacolo. Sono la testimonianza delle nostre parole, dei nostri gesti, del nostro cammino.
Ma non è solo questo: poggio il piede nella piazza, guardo l'enorme palazzo dei Priori e nella testa inizia a rimbombarmi:"C'è, questa necessità..."
Crollavo dal sonno stanotte, ma non sono riuscita ad addormentarmi subito: un turbinio di suoni e ricordi mi affollava la mente. Nastri rossi collegavano i miei pensieri, la luce soffice e sublime di Piazza dei Fornelli inondava la mia memoria; l'ascolto privato della vista al Teatro Romano tiranneggiava sulla mia voglia di dormire. Impossibile togliersi di dosso queste sensazioni. La Ferita si è insinuata nel mio cuore. Piano, ma con decisione, ha inciso solchi larghi e maestosi su di me.
Insieme a Giordano Bruno abbiamo deciso di legarci e di vincolarci, poichè su ciò poggia l'ordine dell'universo, con Leonardo Da Vinci abbiamo dipinto un diluvio spaventoso, straziante, che inevitabilmente era rinforzato dalla frana delle Mura a pochi passi da noi. Con Consolo, poi, ci siamo disperati per il legame indissolubile che lega l'atrocità della corruzione e dello sfarzo senza limiti con la morte inarrestabile dei luoghi dove si cela la vera bellezza: rovine di meravigliose civiltà antiche, lasciate a marcire e destinate all'incuria.
Uno spettacolo collettivo, un anestetico per l'indifferenza. Io non so più neanche come potervi spiegare che cosa c'è sotto a tutto questo, quale universo si riversa in questa esperienza.
Resto estasiata davanti ai ricordi che mi attraversano di quel che è successo ieri. Forse è stato un po' un miracolo. Forse, era giunta l'ora di portare a maturazione tante piccole cose, che grazie a questo spettacolo si sono manifestate con grande potenza. So solo che ieri per me è stata anche una cura per l'anima: persone che si guardavano, sorridevano, si stupivano, usavano il loro tempo per acquietarsi ed ascoltare, si legavano con noi.
E' stato un sentiero scavato tutti insieme, un pellegrinaggio per questa nostra città che spesso arranca sotto le sue stesse ferite. E' stato un soccorso, una cura (spero), un rimedio per cercare di puntare gli occhi su quanta bellezza abbiamo attorno a noi; un soccorso, per far capire che quella bellezza che abbiamo dentro di noi, quella che nasce dalla volontà di creare legami, di amare, di volersi ancora sorprendere, può essere l'antidoto per far risorgere la bellezza fuori di noi, quella della nostra città, delle sue rovine, delle sue testimonianze di vite antiche, della sua luce, dei suoi silenzi. E così, io credo, riacquistiamo anche la bellezza della nostra esistenza. Queste sono le emozioni che ci fanno spuntare nella mente la frase: io vivo. Esisto. R-esisto. Qui ed ora.
Nessuno si salva da solo. Niente si salva da solo.
Ma non è solo questo: poggio il piede nella piazza, guardo l'enorme palazzo dei Priori e nella testa inizia a rimbombarmi:"C'è, questa necessità..."
Crollavo dal sonno stanotte, ma non sono riuscita ad addormentarmi subito: un turbinio di suoni e ricordi mi affollava la mente. Nastri rossi collegavano i miei pensieri, la luce soffice e sublime di Piazza dei Fornelli inondava la mia memoria; l'ascolto privato della vista al Teatro Romano tiranneggiava sulla mia voglia di dormire. Impossibile togliersi di dosso queste sensazioni. La Ferita si è insinuata nel mio cuore. Piano, ma con decisione, ha inciso solchi larghi e maestosi su di me.
Insieme a Giordano Bruno abbiamo deciso di legarci e di vincolarci, poichè su ciò poggia l'ordine dell'universo, con Leonardo Da Vinci abbiamo dipinto un diluvio spaventoso, straziante, che inevitabilmente era rinforzato dalla frana delle Mura a pochi passi da noi. Con Consolo, poi, ci siamo disperati per il legame indissolubile che lega l'atrocità della corruzione e dello sfarzo senza limiti con la morte inarrestabile dei luoghi dove si cela la vera bellezza: rovine di meravigliose civiltà antiche, lasciate a marcire e destinate all'incuria.
Uno spettacolo collettivo, un anestetico per l'indifferenza. Io non so più neanche come potervi spiegare che cosa c'è sotto a tutto questo, quale universo si riversa in questa esperienza.
Resto estasiata davanti ai ricordi che mi attraversano di quel che è successo ieri. Forse è stato un po' un miracolo. Forse, era giunta l'ora di portare a maturazione tante piccole cose, che grazie a questo spettacolo si sono manifestate con grande potenza. So solo che ieri per me è stata anche una cura per l'anima: persone che si guardavano, sorridevano, si stupivano, usavano il loro tempo per acquietarsi ed ascoltare, si legavano con noi.
E' stato un sentiero scavato tutti insieme, un pellegrinaggio per questa nostra città che spesso arranca sotto le sue stesse ferite. E' stato un soccorso, una cura (spero), un rimedio per cercare di puntare gli occhi su quanta bellezza abbiamo attorno a noi; un soccorso, per far capire che quella bellezza che abbiamo dentro di noi, quella che nasce dalla volontà di creare legami, di amare, di volersi ancora sorprendere, può essere l'antidoto per far risorgere la bellezza fuori di noi, quella della nostra città, delle sue rovine, delle sue testimonianze di vite antiche, della sua luce, dei suoi silenzi. E così, io credo, riacquistiamo anche la bellezza della nostra esistenza. Queste sono le emozioni che ci fanno spuntare nella mente la frase: io vivo. Esisto. R-esisto. Qui ed ora.
Nessuno si salva da solo. Niente si salva da solo.
martedì 15 luglio 2014
Rendermi a me stessa
Oggi è il revival degli sbagli del passato, tenuti al nascosto in cornici scheletriche da voler dimenticare. Sbagli di ogni genere, oggi sono una mente che è come presa a bersaglio all'improvviso da quegli errori, quegli attimi di vergogna che vorrei solo amaramente lasciarmi alle spalle sotto una bufera di neve che piano piano li seppellisce. Provo a leggere, provo ad ascoltare il suono della mia voce, ma senza avviso mi fulminano e di nuovo piombo in quei momenti passati, come se li stessi rivivendo adesso. Anzi, è peggio di così: li rivivo ma contemporaneamente riesco a vedermi dall'esterno, vedo il mio corpo e le stupidaggini che compie. Ascolto la mia stessa voce, che si era congelata su banchi di vita ormai atrofizzatii. Forse, oggi, devo fare i conti con me stessa. E' giunto il momento, forse, di aprire vecchie ferite, di esaminarle bene, allargarle per poterci guardare dentro. Forse, ancora un volta, le avevo chiuse e dimenticate con troppa fretta, lasciando conti e dolori in sospeso. Ma impossibile è in realtà dimenticare. Si può spingere fino al più estremo angolino qualsiasi cosa, lontanissimo da noi, evitandolo, facendo finta di non vedere, ridergli addosso per dimostrargli che nonostante lui, si riesce a vivere e ad andare avanti. Ma non si potrà rimandare in eterno un confronto diretto, uno scontro all'ultimo sangue: c'è da fronteggiarlo, disporsi davanti a lui con lo sguardo da sfida: trionfare oppure soccombere. Ma una terza via non c'è, il tempo del galleggiamento, della non scelta si è del tutto consumato. Adesso si deve prendere il coraggio e riuscirsi a guardare negli occhi: arricchiti anche di tutti quegli indicibili errori che non riusciamo a digerire. Arriva il momento in cui si può solo assorbirli e assimilarli in noi. Altrimenti, saremo noi a cadere vinti, ad essere risucchiati in loro. Saremo loro prigionieri e ci governeranno, limiteranno il nostro agire, faranno morire una parte di noi. E ci renderanno succubi, schiavi delle loro catene vincolanti.
Forse, è giunto il momento di guardarsi allo specchio. Ed accettare anche quelle ombre dietro ai nostri occhi. E' difficile in realtà sentire e fare nostro il proprio passato, è difficile accettare di confrontarsi anche con ciò che siamo stati e che non siamo più. Nel bene e nel male.
I miei sbagli. Le mie vergogne. Quel senso di fastidio nel ricordare certe cose che probabilmente avrei potuto gestire meglio. Forse, inizia la tempesta. Forse, arriverà l'alba dopo di questa. Apro le mani verso un tempo infecondo, sterile: apro le mani al mio passato, che nel tempo in cui è stato vestito di presente ha proliferato in me frutti d'ogni genere. Adesso, c'è il bisogno di recuperare, tra questi, quelli che avevo ripudiato. Quelli più amari e più marci. Quelli che hanno lacerato relazioni, sogni, desideri, dignità, amori, superbi ruggiti di vita.
Forse, da questi frutti orribili qualcosa può nascere. Può nascere completezza. Io sono anche quegli sbagli e quegli errori. Lo sono stata. Mi hanno riempito la pelle di scorie velenose.
Forse, è giunto il momento di guardarsi allo specchio. Ed accettare anche quelle ombre dietro ai nostri occhi. E' difficile in realtà sentire e fare nostro il proprio passato, è difficile accettare di confrontarsi anche con ciò che siamo stati e che non siamo più. Nel bene e nel male.
I miei sbagli. Le mie vergogne. Quel senso di fastidio nel ricordare certe cose che probabilmente avrei potuto gestire meglio. Forse, inizia la tempesta. Forse, arriverà l'alba dopo di questa. Apro le mani verso un tempo infecondo, sterile: apro le mani al mio passato, che nel tempo in cui è stato vestito di presente ha proliferato in me frutti d'ogni genere. Adesso, c'è il bisogno di recuperare, tra questi, quelli che avevo ripudiato. Quelli più amari e più marci. Quelli che hanno lacerato relazioni, sogni, desideri, dignità, amori, superbi ruggiti di vita.
Forse, da questi frutti orribili qualcosa può nascere. Può nascere completezza. Io sono anche quegli sbagli e quegli errori. Lo sono stata. Mi hanno riempito la pelle di scorie velenose.
E' il caso, senza più forse ormai, di tracciarli e disegnarli esplicitamente, accettarli per come ormai sono: dentro di me. Parte di me. Sono miei prolungamenti. Sono me.
"Ciò che non mi uccide, mi rende più forte."
F. N.
Hanno bisogno di penetrarmi. Ho bisogno di sopravvivere al loro cieco distruggere. In questo invisibile modo, potranno fortificarmi.
"Ciò che non mi uccide, mi rende più forte."
F. N.
Hanno bisogno di penetrarmi. Ho bisogno di sopravvivere al loro cieco distruggere. In questo invisibile modo, potranno fortificarmi.
E rendermi a me stessa.
martedì 24 giugno 2014
little things make me happy
Serate in compagnia di qualche birra e amici sorridenti. Serate calde, odore di spensieratezza ovunque. Serate vissute tra sigarette e scoppi di risate, un po' in piedi e un po' seduti dove capita. Serate rivelatrici, la luna splende alta e ci protegge col suo fascio argentato e ci fa stare tutti un po' più vicini. E piove, su queste serate, quello sguardo. Chiaro. Mi sembra di leggerci dietro indulgenza e dolcezza. Sono degli occhi che mi hanno colpito forte al petto. Guardano senza arrendersi, penetrano e si radicano ben profondamente. Infondono sicurezza, lasciano che ti siedi comoda e a tuo agio davanti a loro. Non hanno la presunzione di chiedere. Ma donano molto.
Inatteso, è arrivato di soppiatto alle spalle questo senso di divertimento leggero e piacevole. Ha bussato timidamente alle spalle, mi ha fatto girare verso di lui. Ha abbozzato un sorriso e ha iniziato a parlarmi di piccole cose quotidiane e storielle reali. Cose inutili. Ma belle da gustarsi e a cui replicare con altrettante cose futili. Un divertimento leggero, ma pieno di energia, da sangue che pulsa forte nel corpo e ti dà la forza per erigere un sorriso incredibilmente bello, che infonde ancora di più calore sulla pelle. Brevi frasi. Poche. Silenzi. Di nuovo parole. Sguardi.
E occhi, che restano in un piccolo antro della mente, un po' più in disparte adesso, ma che vegliano su ogni cosa. Sono onnipresenti, mi colgono impreparata e mi accecano, irrompendo con balzi leggiadri. Sorrido di questo mio tornare bambina, del meravigliarmi di qualsiasi cosa. Anche di questo sguardo genuino.
Inatteso, è arrivato di soppiatto alle spalle questo senso di divertimento leggero e piacevole. Ha bussato timidamente alle spalle, mi ha fatto girare verso di lui. Ha abbozzato un sorriso e ha iniziato a parlarmi di piccole cose quotidiane e storielle reali. Cose inutili. Ma belle da gustarsi e a cui replicare con altrettante cose futili. Un divertimento leggero, ma pieno di energia, da sangue che pulsa forte nel corpo e ti dà la forza per erigere un sorriso incredibilmente bello, che infonde ancora di più calore sulla pelle. Brevi frasi. Poche. Silenzi. Di nuovo parole. Sguardi.
E occhi, che restano in un piccolo antro della mente, un po' più in disparte adesso, ma che vegliano su ogni cosa. Sono onnipresenti, mi colgono impreparata e mi accecano, irrompendo con balzi leggiadri. Sorrido di questo mio tornare bambina, del meravigliarmi di qualsiasi cosa. Anche di questo sguardo genuino.
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