Ho osservato la sua nuca, stamattina. Il mondo come sempre
sfrecciava oltre i miei timpani, le voci stridevano fra di loro, ma per me non
c’era altro che quella nuca oscillante,piccola.
I suoi capelli profumano, questo ho pensato. Ho pensato anche che avrei voluto toccarli, alzare il polso stanco e atterrare con le dita su quel mio piccolo paradiso personale. Su quei capelli ordinati, sottomessi ad un taglio troppo corto, che non lascia loro alcuna libertà.
Sono lisci. Lucidi. Li adoro. Avrei voluto soffocarci dentro il naso e poi le guance, contaminarmi con quel profumo di pulito ad occhi serrati. A polmoni spiegati, impegnati a trattenere ogni granello di odore, avrei voluto risucchiarlo tutto dentro di me, sentirmi piena come un uovo di lui.
I suoi capelli profumano, questo ho pensato. Ho pensato anche che avrei voluto toccarli, alzare il polso stanco e atterrare con le dita su quel mio piccolo paradiso personale. Su quei capelli ordinati, sottomessi ad un taglio troppo corto, che non lascia loro alcuna libertà.
Sono lisci. Lucidi. Li adoro. Avrei voluto soffocarci dentro il naso e poi le guance, contaminarmi con quel profumo di pulito ad occhi serrati. A polmoni spiegati, impegnati a trattenere ogni granello di odore, avrei voluto risucchiarlo tutto dentro di me, sentirmi piena come un uovo di lui.
Ho anche ripensato a quando potevo veramente respirarlo, a
toccare l’odore di quella testa perfettamente in ordine. E i ricordi erano dei
treni che mi passavano sopra, di colpo ho avuto davanti agli occhi una crepa
del momento che stavo vivendo: l’esame era senza audio, vedevo soltanto ombre
di diverso colore chiamarsi e confondersi. Si spiegava davanti a me quella
macchina, quei respiri, quei corpi, uno dentro l’altro, uno al servizio
dell’altro. Vedevo lui, gli occhi chiusi, le sue labbra dischiuse
sul mio collo. Ho visto quell’amore che si distruggeva da solo, perché non gli
avevamo dato abbastanza spazio per potersi dilatare. Lo abbiamo offuscato,
sotterrato con una coperta spessa che pizzica la pelle. Vedo me, che mi tappo
gli occhi da sola per non vedere, per non capire. Vedo che nascondo lo sporco
sotto il tappeto, non voglio sentire niente.
E’ strano capirlo, ma ci siamo tagliati le gambe da soli, io
e lui.
E mi sono ritrovata a imbambolarmi su una testa, respirando
appena, mutilata da questi maledetti resti, da queste macchie che più provo a
cancellare più si rafforzano.
Ecco, ho scritto questa roba molto tempo fa, molte illusioni fa. Quando mi sono aggrappata ad un qualcosa che luccicava e ho fatto finta che fosse oro. C'era in me una strana voglia di piantare radici, affondarle bene in profondità, non curandomi affatto del dove. Era una mia necessità, un limite di me che non ho voluto affrontare e che ho provato a raggirare.
E adesso ho deciso di provarci, ma senza coinvolgere una seconda persona: provo a ritornare alle mie origini, al mio grembo materno, alla vita primordiale. Perchè sento di "avermi" persa per strada, giorno dopo giorno. Sono colata via dal mio guscio di tessuti nervosi e di ossa. Per cui, eccomi, mi conficco nella situazione che più amo e che mi fa sentire più me stessa; scrivo, lancio fuori il mio caos, la mia vita, i miei cazzo di dubbi, le mie mappe interne. Perchè in fondo mi voglio bene e voglio preservarmi. E vivere.
Chiurbina, che dire... sei fantastica.
RispondiEliminaMi syupisci sempre, quel capo giallo è capace di molte, moltissime cose. Sfruttalo al meglio, sono davvero DAVVERo orgogliosa di te, Chiurbs mia. :)
Ginge.