Fabrizio una volta mi ha detto che avrei sofferto, perchè gli altri non mi avrebbero capito, sarei rimasta distante per la sensibilità che mi porto nel cuore, che è un peso grave sulle mie membra. Fabrizio aveva ragione.
La voglia di piangere mi scioglie lo stomaco, ma non è abbastanza forte per potermi liberare. Così mi resta un leggero movimento alle viscere che mi fa rabbrividire, facendomi sprofondare sempre di più nella malinconia.
Non voglio che il mio unico conforto sia un libro, un oggetto inanimato che non è capace di ridere di rimando alle mie risate o piangere insieme a me. Eppure... Proprio così è.
Darei la mia anima, forte e mutilata, per potermi abbassare e non lasciarmi sfiorare da certi pensieri che invece mi sconquassano, e tornare fra e braccia di tutti loro, dei miei coetanei, di mio padre e della mia leggerezza. Purtroppo l'essere rari, sopravvivere a certi eventi porta dietro di sè, fedele come un'ombra, un'enorme solitudine. Un'enorme incomprensione che mi pare una montagna insovrastabile. Purtroppo, l'essere forti rende un sacco deboli, un sacco insicuri dentro di sè.
Se parlo dentro di me c'è il rimbombo, le parole vagano nella prateria bruciata dei miei anni, si assimilano al vuoto che sento dentro di me, infinito e incancellabile.
Una parola, un gesto, un odore, mi rievocano ricordi color seppia, appartenenti a una vita congelata, lontani anni luce da me ma che non riesco a lasciare. Perchè, quei ricordi sono i mattoni di questo mio corpo, di questo mio animo che non trova pace o consolazione.
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