martedì 16 aprile 2019

(ri)epilogo


Se lo chiedeva, lei, perché si ritrovasse così spesso nel vicolo cieco della paura e della disperazione assoluta, quando invece avrebbe voluto essere tanto serena, tanto pacata. Era come se una forza si impadronisse di lei, un fuoco che lambendola la faceva vergognare di essere lambita, e quindi lei gli si opponeva. Afferrava le parole, che non erano quelle giuste per lei, sentiva un silenzio che non doveva esserci per lei, e d’improvviso la vampata partita dalle viscere le investiva tutto il petto, arrivando fino agli occhi e alle tempie: una zaffata di calore che non aveva deciso lei. Questa cosa incalcolata era decisamente troppo e non doveva essere permessa. D’altronde, lei non aveva dato il permesso a quel calore di diffondersi ed abbattersi su di lei. Lei doveva pur reagire all’affronto. E agiva assecondandolo, perché sotto sotto lei è una fervente credente. È la fedele più fedele. Lei spera e si consuma in questa speranza. La speranza della ragione, la speranza che ci sia un senso. Tutto il suo essere si consuma in questa speranza, anche quando pensa di non crederci più. Il senso la permea, questo senso che però non ha alcuna base solida, ma disperata. La fede nell’intelletto, in un Intelletto universale che giustifichi perché qualsiasi cosa succede.
E allora deve esserci una ragione, un perché sensato, logico, lineare e reale a quell’ondata di ira calda e vergognosa. Allora una causa deve essere trovata, una causa nel concreto, nelle vicissitudini. Se non è stata lei a decidere quella reazione che pur tuttavia subisce, la ragione deve essere da un’altra parte. Al di fuori di lei, dentro quell’Intelletto più grande quindi più oscuro per degli intelletti finiti, ma che però funziona sulle stesse regole di un piccolo intelletto come il suo. Ci deve essere qualcosa sotto, altrimenti perché mai lei avrebbe una reazione così? Lei non si accorge, ma confonde l’interno con l’esterno e la sua strada fatta dal mettere a posto e in ordine con distaccata sensatezza ogni cosa nello stesso modo, con lo stesso metodo, è un fallimento globale sotto l’aspetto espistemologico. Mescola campi e domini diversi, che rispondono a regole diverse, uniformandoli tutti quanti sotto uno stesso indice; il suo. Oltretutto il suo. Quanti errori mascherati in presunta onestà intellettuale! Un soggettivismo, un ego-centrismo, un’ egologia di lei applicata a tutto il mondo.

Guarda fuori dalla finestra, sente il sole che le penetra le iridi, sente l’occhio reagire, stirarsi, lasciarsi stimolare dalla luce. È una sensazione piacevole, che a lei piace ripetere un paio di volte. Ritorna a guardare davanti a sé, nella stanza meno luminosa, e poi ritorna a guardare fuori, alla ricerca di qualche fotone che le stimoli la pupilla, per avvertire di nuovo quel senso di dispiegamento dei suoi occhi che nello stesso momento, però, è anche un contrarsi. Che strano, non riesce a decidersi se è uno stiramento o una contrazione. Oscilla fra i due opposti concetti e opta, come spesso fa, per la terza via, di mantenimento di entrambi gli aspetti. Come spesso fa, per queste cose, per questi sollazzi minori, da gioco della mente. Quando poi si tratta delle cose che meritano davvero, che hanno delle conseguenze e possono condizionare la sua vita, la sua essenza o più semplicemente il suo carattere, decide per la tortura estrema (Bacone: ottenere risposte dalla Natura anche a costo di metterla sotto tortura, pur di farla parlare) affinché riesca a estorcere un aspetto, una tonalità inconfondibile con qualsiasi altra (quel colore è rosso mattone, senza se e senza ma, e senza ritornarci più sopra). A lui; a se stessa; a come è fatto il mondo.
Lei lo intuisce, è affascinata dalla contraddizione, ma è irrimediabilmente attratta e costretta a ricercare quello che non può che essere assolutamente. È alla ricerca, sempre, di un appiglio così tanto solido da potercisi aggrappare irrevocabilmente, abbandonando per sempre quel dubbio che ama tanto abitare ma che sotto sotto disprezza e che medita di sacrificare. Al riparo così, lei potrebbe non avere più paura. Alcun timore, alcuna incertezza. Eviterebbe così, aggrappata in una posizione tanto brutta quanto rigida, di sentire di nuovo quel calore invadere il suo corpo senza che lei abbia potuto innalzare difese o premeditare qualche reazione. Quell’ondata non arriverebbe più a disturbare il suo corpo; perché il suo corpo sarebbe totale, unico, immobile. Sarebbe un corpo privo di possibilità. In rigor mortis, cosicché nessuna modificazione potrebbe insinuarsi nei suoi tessuti e nelle sue articolazioni ormai già da sempre contratte.

sabato 9 luglio 2016

Dis-astro (o ebrezza del marcio)

Resta solo, in fondo alla giornata, nella sua gola a provetta da laboratorio, un senso di vuoto da raschiare, di perdita, di parto mancato. Un parto che si sarebbe potuto manifestare solo nel Bello: ma nel brutto il nuovo venuto si è ritratto, si è gonfiato, ha bloccato la sua crescita con sofferenza ed è diventato un aborto di feto ridotto a forme deformate e atroci.

Resta quel senso di abbandono, un sospiro mozzato a metà, un singhiozzo che risuona nella colonna vertebrale e causa lancinanti dolori alle ossa. Resta sulle labbra un cristallo di sale che le screpola e non puoi farci niente. Come quando il ghiaccio causa un'ustione sulla pelle: non te ne capaciti, ma è proprio quello che è avvenuto. Una discrepanza tra ciò che ci si aspettava e quello che è successo, come un'anca sbilenca che manca il giusto movimento e viene fuori uno sghembo da storpio.

La notte sopravviene e tu ancora senti che la tua giornata non è arrivata a compimento... Ma, ormai, che poterci fare? Il buio avvolge già tutto e tu non hai voglia di rischiarare quello che vuole restare coperto. Allora ci si ritrova a giocare, a trastullarsi col buio, sporcarcisi tenendolo in mano, non accorgendosi per tempo che quel buio entra dentro il corpo e inizia ad inquinare anche te: il lago dei pensieri che fino a quel momento avevi tenuto a bada e avevi posto sotto controllo. Ora transitano come vogliono i pensieri, e si convogliono dritti allo stomaco, creando un grumo ed una congestione del traffico. Senti una palla pesante fra le viscere che ti obbliga a restare ben piantato per terra, relegato al tuo ruolo che vorresti, ma che oggi non sei riuscita ad inquadrare. Allora ti blocchi sull'assenza. Allora avverti che un pezzo è mancante e ne indovini anche la forma e la grandezza, come la tavola periodica di Mendelev, grande genio, che aveva lasciato spazi vuoti apposta perché aveva intuito che altri elementi erano ancora da scoprire. Però tu non sei una inanimata carta su cui disegnano una tabella con tasselli assenti. Tu le percepisci le mancanze e se ti ci focalizzi provi pure un grande dolore. Fino a sentirti sbagliata, con un moncherino, con non tutti i requisiti che permettano di restare a galla.

Resta allora una sensazione strana, come un odore acre che importuna le narici, ma le tenta nello stesso momento, a respirarlo ancora. Odore di benzina o di carne bruciata. Odore di una disfatta che avvolge nelle sue spire sempre più strette, come una promessa di consolazione, se decidessi di lasciartici andare del tutto. Una madre che ti uccide abbracciandoti. Cosa c'è di più invitante? Accettare il proprio cono d'ombra e rientrarci in maniera mite come l'agnellino dentro al mattatoio.


La bellezza del mattatoio
gli attimi irripetibili
che cancellano il tempo
non esiste il tempo
esisti tu e
io
e loro
e l'esplosione
con l'orgoglio che guida,
al timone c'è lui
e ride
di risata pazza schiumosa
smostrata
una risata senza faccia
terribile
insulsa
gratuita
violenta
lasciate che tutto abbia il suo corso, la mia lacerazione deve essere riparata
una questione di rispetto
e di fedeltà alla casata
consumiamo questa faida
che la gara abbia inizio
chi pesta ammazza violenta bastona picchia incrina squarcia scortica con più foga vince
lasciamo trionfare questo delirio dionisiaco, l'ebrezza del marcio
intarsiamoci di potenza pura e ripudiamo disgustati la morale
le volontà non possono essere ingabbiate e fasciate, no, bisogna che si sprigionino con una intensità che spazza via qualsiasi cosa
distruggetevi
distruggetemi
distruggiamoci
mandiamo tutto a fanculo. Il tempo è ora, solo ora. Immoliamo come un capretto patetico la concezione del panta rei, sgozziamolo, che il sangue schizzi sulle nostre labbra e lecchiamocele con la lingua avida
sacrifichiamo un'eternità vergognosa per il trionfo ed il tripudio di un attimo. In un attimo scateniamoci e mordiamoci e facciamo di noi carne da macello, strappiamoci a suon di botte la vita da questi corpi che sono puro niente, sempre più forte, sì, sempre più ferocemente, sì, sempre più senza limiti decenti. Sì, sì, sì.
trucidiamoci con occhi che non vedono più ma sentono, annusano, distorcono, sfregiano e diventano sempre più bestiali, sempre più triviali. ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ah ahaaaaaa.

.

Rabbia. Bibbia del comune pensare, accelerazione giustificata, folle, malata. Sangue che tinge la pelle, capillari si divaricano, no, lasciatemi in pace, non la voglio la medicina per stare meglio, io voglio stare male
male
male
male.

Ho indurito il cuore per farlo schiantare con meno dolore contro le pareti delle gole profonde e rocciose delle relazioni umane. Schiantarsi contro queste pareti e al massimo scheggiarsi; ma non rompersi, non spaccarsi. Mantenere a tutti i costi la stessa unità primordiale. Restare lo Stesso come lo stesso scoglio resta uguale a se stesso anche dopo che è stato sommerso da un'onda. Inafferrabile, inscalfibile, immutabile. Quanta vana gloria dietro a questo movimento di morte. Dietro a questa inattività testarda ed ottusa. Consumare energie per restare immobili e pesanti-
- inossidabili.

martedì 19 gennaio 2016

Le lezioni del Saggio

Ieri ho scovato il Saggio a tu per tu con il suo Destino: eretti entrambi, si fissavano con una calma accesa e surreale, gli occhi dell'uno si conficcavano pacatamente negli occhi dell'altro. Erano speculari e disinvolti sul Ponte che già aveva fatto il suo saluto al sole e si dava senza remore all'assalto della notte. 
Il Saggio ed il suo Destino non si muovevano, solo le labbra impercettibilmente mostravano una cadenza densa ma segnata da un ritmo naturale. Gli occhi erano saette e la parole che si comunicavano dovevano essere proprio belle, perché inchiodavano sui loro visi cremosi sorrisi. Non si muovevano i loro corpi, è vero, eppure stavano danzando insieme, il Destino sinuosamente con curve di donna, ed il mio Saggio che le scorreva attorno, inebriato di questo movimento taciuto e sotteso, ma comunque restava pacato e padrone di sé. Era come le ostinate e piccole onde in riva di un enorme lago, che però non turbano la quiete d'insieme del bacino.
Mi avvicino al Ponte, mi avvicino a queste due figure, a malincuore, perchè so che la mia presenza turberà questo spettacolo sublime, infrangerò il loro quieto tentarsi. E forse sanno già prima di vedermi che sto arrivando, sanno che il loro attimo non può durare in eterno; il Saggio si gira per primo verso di me, con un sorriso da pace cosmica. Beato e, solo quanto basta, bagnato da una leggera malinconia. Il Destino allora lo segue e porta a compimento lo stesso movimento lento del Saggio, ma, a differenza sua, ha negli occhi un piccolo sisma di ansia, nonostante anche il suo sorriso a me rivolto sia genuino. Infatti abbassa lo sguardo, poi lo rialza sull'alto Saggio, gli sorride come solo tra loro due sanno fare, mi accenna un saluto con la mano e si allontana da noi. Il Saggio non può fare a meno di godersi questo atto finale, volge lo sguardo al Suo Destino che se ne va, non vuole perdere neanche un briciolo di quella camminata lenta, seducente, nostalgica. Insegue le curve di quella bella silhouette che conosce bene e solo per un attimo, un fulmine che subito si ritrae, vedo balenare sulle sue spalle il peso opprimente che deve sostenere per far vivere la bellezza di queste logiche e di questi attimi.
Ma adesso il Saggio è solo per me, mi cinge le spalle e iniziamo a percorrere la strada adiacente al Fiume, cammino assecondando la sua cadenza trasognata, aprendoci un  percorso nel buio che dilaga.
E dal Saggio sgorgano parole concentrate, messe dolcemente in fila, raccomandate affinché non disperdano nessuna delle cose che hanno su di sé e che devono traghettare fino a me. Il Saggio con la sua voce mi fa venire un amabile tormento allo stomaco, lo ascolto senza poter fare a meno di investire della necessità più urgente ogni pensiero che mi voglia comunicare. il Saggio finisce i suoi discorsi, mi mostra la sua pacatezza e la sua serietà. Mi parla di decisioni "prese di stomaco" ma guidate dalla ragione, trasuda dalla sua bocca una determinazione ed una profondità di riflessione che io credevo esistere solo nelle utopie e illusioni dell'uomo. Scavalca con lo sguardo la spalletta di mattoni e, seguendo le acque torbide del Fiume, mi narra del vuoto che adesso ha davanti e tutto intorno a sé. Adesso che con cortesia e tenerezza ha mandato via, lontano da sé Destino, con lo stesso Amore col quale fino a quel momento l'aveva amato più d'ogni altra cosa. Ride, addirittura, mentre mi dice "voglio essere in grado di gestire il Vuoto, può essere divertente, anche", ride quando mi dice "Magari ho fatto una cazzata, ma ho seguito quello che sentivo".

Diventa più serio quando ascolta le mie poche parole, mi sento un gruzzolo di sabbia scomposta, davanti alla maestosa dignità di Montagna quale è lui; o forse neanche mi ascolta, non mi risponde, lascia che le mie parole cadano nel vuoto che ci circonda. Forse si sta destreggiando in esso e cerca di disseminarci i miei suoni, così da farlo ritornare di nuovo un Vuoto completamente brullo.
Il mio Saggio se ha paura non lo mostra. Se qualcosa lo intimorisce, lo tiene a bada. A me riserva solo la sua enorme serenità ed i suoi enormi abbracci. Mi saluta con un leggero bacio calibrato sulla guancia, mi fa uno dei suoi sorrisi un po' ermetici
e
lascia che il fluire delle sue parole, formalmente pacate
mi invadano la testa
assediandola con la frenesia delle api in un alveare
mentre torno a casa accompagnata dal silenzio,

da quella quiete che precede la tempesta.
Lo sa che la sua calma, che esercita con tanta fatica,
in me diventerà terremoto caotico.
Ed infatti, ormai girato, in direzione opposta alla mia, dietro la sua barba scura

tra un passo trasognato e l'altro, sorride di questo piccolo sentore.

venerdì 18 dicembre 2015

Introspezione

Una nebbia spessa e incrostata di strani presentimenti. 
Gli strani presentimenti mi creano un cerchio alla testa, un fastidio, come il leggero dolore del collo indolenzito quando provo a scrutare tutto quanto possa essere scrutato, ma no, non quello che ho davanti. Non riesco a vedere niente, oltre le punte dei cipressi, tutto è d'un bianco sporco, complice, colpevole. La nebbia è umidità compressa, un'opacità impossibile da tagliare e sezionare per rendere tutto più chiaro. Ma funziona bene come giustificazione per un umore guasto: perchè mi viene incontro ed è appiccicosa, mi accerchia e mi inghiotte. E' un po' opprimente, preme sul mio corpo, cerca di conquistare ogni spazio, prova a penetrare il giacchetto, il maglione caldo di lana ed infine la pelle indifesa. Ci prova e ci riesce: fa scivolare piano e decisa il suo indice sulle mie costole, sento rabbrividire le ossa, tentennano nel loro predefinito posto nella grande impalcatura che sostiene carne, grasso, nervi, neuroni, dignità, sentimenti, pensieri, spavaldamente. Indietreggio impercettibilmente, dentro di me. L'ospedale, le retoriche colline toscane, le luci degli agriturismi, il convento appena dietro la curva..Non c'è rimasto più niente. Tento ancora di non guardare la tragedia che mi si staglia davanti, ancora sforzo il collo anche se fa male, ma questo nulla speculare a me non mi lascia altre vie di fuga. E dunque mi immergo, scendo in questa aria difficile da respirare, lascio che ogni mia cellula se ne impregni; abbandono la sabbia dorata e calda dell'esteriorità, di quella realtà bidimensionale e piatta della superficie delle cose per abbracciare ciò che, con decisa e costante attenzione, ripudio. Eccoci davanti al tempio delle cose scomode, ammucchiate ed abbandonate sulla scena di questa piccola disperazione personale. Tutto quello che è brutto o debole viene qui lasciato, per potersi mostrare al mondo sempre splendidamente luccicante e sfrigolante di sorrisi. A volte ci relego anche persone, interi esseri umani che per il momento devo far tacere e lasciarle sospese nel mio cono d'ombra, anche se poi la loro assenza viene a bussare forte ed io non posso fare altro che sopportare il dolore del rumore e lasciarli fuori dalla porta a morire di una attesa incessante. Capita che ci relego anche me, tutta me, voglio dire: un corpo non può andarsene a giro da solo, però con lui ci resta solo la percentuale minima di personalità, alla quale non costa niente sorridere ed annuire e ascoltare cose che in quel momento non mi toccano per niente. Perché nel frattempo io sono altrove; sono come un asceta sulla montagna, però un asceta turbato e stravolto da desideri che pensava di aver eliminato e superato, ma invece loro si presentano con una forza che sopraffà il povero uomo presunto stoico. Ed egli si accascia, su un letto di pietra, in una radura verde e boschiva, assume una posizione fetale nei confronti dell'universo che in quel momento gli pare soltanto un impossibile nemico da fronteggiare. Le spalle ricurve, inclinate ad incorniciare il collo teso, le leggere gambe che prima sostenevano un leggero corpo quasi etereo, ripiegate su di sè, fanno un blocco unico e compatto con l'addome. Ma il particolare più inquietante sono gli occhi: spersi e dispersi. Sono piantati dritti a loro, ma non vedono assolutamente niente, intuiscono solo caos ed un senso di impotenza dal quale è difficile fare ritorno. Hanno quel caos disegnato nei loro bulbi e lo percepiscono.
Al centro del tempio delle cose scomode, sto come il folle asceta, immersa in questo mondo che creo e che voglio dimenticare. Tra le altre cose sospese, gravitano nel mio spicchio di caos la grande disperazione, che somiglia ad una galassia e vista da lontana ha l'aria sacra delle cose imperscrutabili, rilucente nelle sue materializzazioni, e gli attimi non colti, figli di incertezze e paure inconsistenti, pulviscoli di grandi esplosioni mai avvenute e inesorabilmente mancate. Gravitano sentimenti scissi, le parti più buie del sentire, quell'acidità dell'invidia, quella rabbia cieca, quell'accidia dilaniante, che mi rendono poco incline all'elasticità mentale, a causa loro bandisco interi possibili mondi alternativi dal mio campo visivo e di azione.
Ma il fulcro di questo oscuro universo, che però mantiene una bellezza ed una luce in sè innegabili, se ne sta al centro di tutto e sembra vigilare su ogni cosa. E si palesa solo nell'attimo in cui porto a confronto me con gli altri: solo nel momento del contatto io lo vedo distintamente in me, una grossa vena al centro del mio corpo e del mio essere. Piano piano, porto alle forme, alle sfaccettature, questo materiale grezzo, che per contrasto negativo agli altri inizia a delinearsi sotto i miei occhi.

E allora vedo che...
Tu hai fame della gente, io no. Tu sorridi agli altrui sguardi con facilità, con voglia di succhiare dolcemente un sorriso di rimando. Io no. La gente non mi piace. La gente mi intimorisce, mi imbarazza, mi zittisce, mi mette a disagio. Tu invece parli con un tono di voce chiaro, aperto, un po' matto, indirizzi gentilezza e bellezza verso l'esterno. Tu vuoi che gli altri ti facciano stare bene e per una strana legge piuttosto ferrea, questo può accadere solo se anche gli altri stanno bene insieme a te. E tu, questo, lo sai fin troppo bene. Coerentemente alla tua stabile conoscenza di tale assioma, dunque, prendi un respiro e ti butti con entusiasmo nella mischia di suoni squillanti, gesti inconsueti e carini, una vera e propria giungla di frenesia, il grande trionfo della socievolezza.

Io no. Questa giungla la trovo alienante e sconosciuta. Girovago fra liane di legami con un'estraneità conficcata nel cuore che mi distrugge, ho gli occhi spalancati ed atterriti: io non capisco ciò che vedo. Non riesco a gestirmi in questo caos variopinto di rapporti e strette di mano, dove una naturale inclinazione per l'altro, fisicamente vicino, pare un dovere naturale. Un dovere che a te illumina gli occhi, un dovere che tu trasformi in fonte di piacere. Il tuo corpo è il tramite attraverso cui la socievolezza esterna viene a trasformarsi (si converte?) in un miele dolce e fluido che assapori e lasci sedimentare dentro di te con grande commozione.
Ed il mio corpo, invece, cosa è? Io non riesco a farlo funzionare come fai tu. Si risolve piuttosto nell'essere un impedimento, una barriera tinteggiata di colori fotonici, così da vederla in lontananza ed avvertire tutti. Non passate di qua vicino!
Non mettetemi in quella terribile situazione in cui devo aprire la bocca e far fluire parole che non so neanche trovare dentro di me! Lasciatemi nel mio autismo, abbiate rispetto della mia disabilità!
Ma tu no. Tu hai la battuta pronta e giochi di parole da esibire come amuleti orientali, che arrivano da culture lontane ed affascinanti. Tu necessiti del mondo e vuoi il mondo.
Io lo vorrei invece esiliare, sbattere lontanissimo, anni luce, via, vattene mondo! Non ho niente da dirti, non ho niente da offrirti, non pretendere niente da me.
L'incapacità di vivere giorni leggeri, relazioni leggere, colori leggeri. L'impossibilità di preservare per un periodo di tempo abbastanza lungo la leggerezza è il centro delle cose oscurate e terribili dentro di me.
Non riesco ad adeguarmi alla vita, a quello che crediamo essere il suo ritmo naturale. Le mie palpitazioni si consumano in un paesaggio solitario, freddo, dalle tonalità dense e scure.

 ...Ma poi, ora che mi ci fermo a pensare..."L'impossibilità di preservare per un periodo di tempo abbastanza lungo la leggerezza"...In base a quale unità di misura? Chi stabilisce la giusta misura? Chi ha un potere così grande? Tu e la tua socialità? Io e la mia asocialità?

Forse guardo male tutta questa grande mappa mentale; forse ci cerco più di quello che può manifestarmi.
Mi accontento, allora. Ed è un accontentarsi che mi riempie. Torno ad essere più serena. A tratti, incontro la leggerezza. E cerco di spenderla e di donarla con queste strane presenza che sono gli altri intorno a me. E per un poco viene ad essere lei il centro del mio universo.

Forse sì, è così.

martedì 28 luglio 2015

La Città Sospesa (Pilade, Pasolini)

Stamani: 
C'era la luce del nuovo giorno che inondava la camera. Sbircio con un occhio e poi lo richiudo subito. Ma già avevo conquistato con fatica il sonno, recuperarlo mi sembrava piuttosto un miraggio in quel momento. Mi giro di fianco e faccio un grosso respiro. La cadenza regolare dei polmoni mi tranquillizza un po' il cuore, ma non del tutto. Batte già con enfasi, anche se mi sono appena svegliata. Ha battuto forte e concitato per tutta la giornata e per tutta la serata di ieri. Adesso ricomincia. Poco alla volta mi sopraffà di immagini che si sovrappongono: la mente è di nuovo sovra-eccitata. Piano, piano, cuore. Calma, mente! Tutto è finito e passato, ma resterà per sempre sotto pelle, queste giornate non tramonteranno mai, ve lo assicuro! Come poter dimenticare la prima volta che sono entrata in Salina per le prove? Un ventre di balena artificiale, del sale che scorreva giù come cascata esotica e che sanciva lo scorrere del tempo. Uno spazio ampio, grezzo, essenziale. Come scordare l'euforia da bambini di molti adulti davanti ad una visione così surreale? Ed i bambini stessi, felicissimi?  Le labbra e le guance ed i capelli diventavano salati, il sale si insinuava in ogni dove, persino tra i rapporti interpersonali, suggellandoli e fortificandoli. Scendere da Volterra verso Saline era diventato una specie di rito: col sole ancora piuttosto forte lasciarsi alle spalle la mamma-città, con le sue contraddizioni e le sue abitudini, per rigenerarsi e purificarsi attraverso la parole salate,poetiche e dure di Pasolini. Ma Volterra, aggrappata al suo colle, la potevi scorgere se uscivi un attimo dalla fabbrica per una pausa, accigliata ed austera, che ti squadrava con fare indagatorio e severo: controllava ogni nostro gesto in quella fabbrica, sapeva che si trattava soltanto di una fuga precaria, di una sospensione, e che poi saremmo ritornati in fila indiana ed ordinati fra le sue schiere e nei suoi ritmi. Ma questo rendeva il tempo passato in Salina ancora più prezioso. Allora mentre me ne stavo a provare c'era anche una parte di me che si dissociava dal resto dell'unità-corpo, in un certo senso uscivo fuori da me e riuscivo a guardarmi e a guardare tutto dall'esterno. Come un giudice che ha la visione intera di un processo e del tribunale, infatti può vedere sia la parte dell'accusa e della difesa, sia la giuria e gli avvocati. Io riuscivo a contemplare l'insieme di ciò che tutti insieme stavamo portando a compimento, vedevo Gianluca ed Enrica, nello stesso momento avevo percezione del sale che scendeva, osservavo i passi lenti e misurati ed contemporaneamente le belle bandiere. La visione d'insieme, materiale e metafisica, della nostra opera mi lasciava senza parole. I legami fra noi e i legami delle scene, dei movimenti o delle parole, si facevano l'uno lo specchio dell'altro. Progredivano insieme, l'uno accanto all'altro, l'uno che innescava l'altro.
Il 25 luglio:
Lo spettacolo-debutto e la replica ci hanno travolto in un turbine: quando tutto è finito ero frastornata, incapace di capire ogni cosa del tutto. la visione d'insieme adesso mi sfuggiva dalle mani. Confusamente accecata dal sale, dalla stoffa rossa del vestito di Atena, il biancore delle montagne di sale e il nero dei nostri vestiti che risaltava. La processione-corteo delle Eumenidi e degli operai della Smith che veniva dietro ad Atena. Bandiere bianche, rami di ulivo, un movimento ellittico intorno alle montagne di sale; un movimento a spirale soffocante intorno a Pilade. Parole che sovrastavano, toni di voce che si alternavano e si rincorrevano. Da perderci il fiato. Davvero in quel momento, in quel luogo, il tempo era sospeso. 
La notte aveva incalzato il tramonto. Volterra adesso era soltanto un agglomerato di luci in lontananza. Anche lei quella sera taceva e non giudicava. La città era davvero sospesa, non ammessa, esclusa eppure presente, volteggiava nell'area, implicitamente si parlava di lei, ma non aveva diritto di replica. Volterra imprigionata ed ispezionata, rigirata, indagata, messa a nudo nel sale.
"Il progetto è nato come colossal" ci ha detto Enrica, e così si è manifestato in quella Salina, nella penombra della società industriale in cui viviamo, in cui spesso siamo sopraffatti da questo progresso cieco, che lui in primis ci ha escluso dalle sue logiche e da solo si nutre e cresce. L'uomo si ritrova estromesso da una cosa a cui lui stesso ha dato inizio. Un processo che ha avuto origini umane ma che adesso ha decapitato la stessa ragione umana, quella pratica (come la chiamerebbe Kant) che dovrebbe vigilare e vagliare tutti gli atti prima di esercitarli. L'uomo ha spodestato se stesso dalla sua egemonia rendendo il progresso spericolato e folle, si è reso conto che non può davvero essere padrone e tiranno di ogni cosa.  O meglio, non è più padrone, ma non se ne vuole rendere conto, ancora. Cieco e caparbio cerca a tutti i costi di stare alle costole del presunto progresso umano, tecnologico, industriale.
Quello che è stato messo in scena è stato un tentativo di rispondere e di opporsi alla direzione che questo flusso sta avendo: noi, attraverso immagini quasi oniriche (oserei dire) che almeno per l'istante dello spettacolo hanno provato a sospendere le logiche di questa vita trafitta dalla falsa credenza di poter soltanto progredire e di poter soltanto migliorare. E le nostre immagini sono nate dalle parole incalzanti, taglienti e allegoriche di Pasolini che decide di raccontarci questa sua analisi della realtà attraverso ciò che è lo strumento più universale nella comunicazione umana, dagli albori della civiltà: un mito. Pasolini quindi che fa? Deve parlare di cose poco evidenti, anzi, proprio sotterranee, che stanno sotto gli sfavillanti oggetti luccicanti che questo tempo offre. Deve parlare dell'altra faccia della medaglia, quella oscura, quella problematica. E decide di farlo riesumando culture umane antiche, in questo caso quella della tragedia greca. La modernità e i suoi disagi messi in scena attraverso miti e opere teatrali di un'umanità antica, considerata adesso da molti "arcaica". Non mette i brividi una trovata del genere?
Quindi, sostenuti dalle grandi spalle dell'intelletto pasoliniano("nani sulle spalle di giganti"), noi ci siamo eretti in quella fabbrica cercando di trasmettere tutti questi aspetti. Con la guida consapevole e calda umanamente di Archivio Zeta, con Enrica e Gianluca. Che ci hanno fatto conoscere e mettere in atto tutto questo universo di parole e significati. Ecco, azioni del genere lasciano dietro di sé impressioni ed effetti a lungo termine, affetti che non possono scadere insieme alla fine dell'esperienza con-vissuta.
Il 27 luglio: 

Mi sono accorta di ciò quando ieri, prima di partire per Carrara, per fare lo spettacolo al LunaticaFestival, ci siamo ritrovati per tentare di fare il viaggio tutti insieme: quando ho rivisto il laboratorio "Logos" riunito mi sono sentita istantaneamente bene. Come se qualcosa di solido e freddo alla bocca dello stomaco si stesse sciogliendo ed irradiasse un calore che si espandeva piano piano verso il cuore, i polmoni, il cervello. Nuovamente, tutto sorrideva intorno a me, di sorrisi complici ed umili, che avevano come unica pretesa quella di condividere ancora una volta questo viaggio così bello. Arriviamo a Carrara. Arriviamo al cimitero dove dovremo riprodurre lo spettacolo: anche questo un luogo sospeso, luogo umano incastonato in una natura verde e rigogliosa. In lontananza si scorgono le Apuane, con le cave bianche in mostra. Il pomeriggio passa veloce mentre proviamo, in un batter d'occhio siamo al momento dello spettacolo. Mentre ci cambiamo mi ritrovo vicino ad Enrica e a Gianluca, anche loro si stanno cambiando, in un silenzio raccolto, come la calma prima della tempesta. Solo vederli lì vicino a me mi rende felice ed orgogliosa di essere in quel cimitero sperduto in Toscana, pronta a dare il mio contributo per questo spettacolo. Poco da fare, anche se è la terza volta che lo facciamo nel giro di pochi giorni, lo stomaco mi si chiude mentre vedo arrivare Gianluca/Pilade con la sua coperta grezza e rustica sulle spalle, insieme a Rocco con la sua fisarmonica. Sospensione. Lo spettacolo piano piano si avvia verso il suo compimento. Le bandiere bianche (le stesse dello spettacolo alla salina, quelle portate in mano dagli operai della Smith) che innalziamo ad un tratto generano meraviglia e stupore nel pubblico. Finisce lo spettacolo, ci teniamo per mano e stiamo molto vicini fra di noi mentre salutiamo il pubblico. Come un unico corpo composto da molte piccole parti.
Sospiro di sollievo. Soddisfazione, ma anche svuotamento. E adesso? Ci catapultiamo a cena, nell'aria c'è una nota dolce di struggimento: dobbiamo scioglierci, le strade tornano a dividersi. E' il corso naturale delle cose, ma non riesco a farmi trovare pronta da questa naturalezza. Vedo che è una cosa condivisa da molti di noi. Come ho detto prima, vivere insieme cose del genere segna, ma anche lega, profondamente. La cena si sviluppa con allegria e leggerezza, i sorrisi sono tanti e genuini. La piccola Antonia è una risata limpida e viva costante. Giunge il momento di riconfluire nella vita quotidiana. Io mi sento così piena dentro che potrei esplodere da un momento all'altro. Ritorniamo alle macchine. Ci guardiamo fra tutti, ci abbracciamo fra tutti e sono abbracci che vanno oltre l'abbraccio, tentano di far capire qualcosa di ineffabile. Saluto la gentilezza e la dolcezza di Enrica, saluto il bel sorriso e la simpatia di Gianluca. Saluto il loro impegno ed il loro lavoro magnifico. Con gli altri "attori-cittadini" ci rivedremo sicuramente fra le mura di Volterra. Lo stomaco mi si stringe forte: saluto Antonia, la riempio di baci, le dico che non so quando ci rivedremo e lei con semplicità e stupore mi replica:"presto! Ci rivediamo presto". Giusto, ha ragione. Sono io un po' stupidamente romantica che mi lascio prendere da questo piccolo vuoto che incalza, senza tutti loro e mi ci trastullo un po' troppo. 

Presto torneremo sullo stesso sentiero battuto insieme. E lo aspetto con impazienza. Nel frattempo però, nel flusso quotidiano della vita, una nuova piccola luce si è accesa dentro di me, illuminando cose che non avevo ancora conosciuto. E questo è uno dei regali più grandi e belli che si possa fare ad un essere umano.

"Presto! Ci rivediamo presto!"

sabato 11 luglio 2015

Sabbia dorata di tenera nostalgia
mi si addiceva in tempi più miti
le stagioni erano meno invasive

il bianco non era così violento per le mie pupille.
Lontani sussurri di uccelli sugli abeti
mi contornavano l'anima chiara

Albeggiava su ogni centimetro di mondo 
con ineluttabile felicità
e facilità
la pelle era osmotica 
non faceva fatica alcuna ad intrecciarsi
amorevolmente 
con il cielo
e la terra
e le altre pelli di uomo,
scambio reciproco
di energie
e fiori di parole.
Versi o prosa
inchiostro stampato

inchiostro che sgorga da un pugno
tremante e chiuso
rigido, fermo sulla penna a stilo,
traduttore istantaneo
che rende visibile l'invisibile
scrive l'indicibile
su fogli chiari di neve.
Adesso è tutto più deprezzabile

meno arioso
la mano è mozza 
e la penna si incaglia e s'arresta
piove un lampo sulla scrivania
ma io ho gli occhi bendati
e non lo posso vedere
scivola sul legno inosservato
inutile
si ritrae la nuova idea 
nelle viscere della mente
è una mente che non vede
non parla
non ci sente:
percepisce solo un vuoto
grigio e soffocante
ma non prova a riempirlo
no.
La mente è stanca

e si stanca della sua stanchezza
pian piano rallenta pure lei
per inabissarsi in una penombra salata
mangiata, già consumata.
Resto veramente sola,
neanche più i pensieri
mi accompagnano
e mi tengono sveglia
non c'è più bocca per assaggiare
occhi per parlare
cuore per calcolare
gli ultimi avanzi di una personalità
lasciata in debito e al chiodo.
L'involucro è triste

e prova nostalgia per 
un'anima svanita.

sabato 30 maggio 2015

Spicchi di tracce mnestiche

Mi è appena apparso nella mente il suo sorriso, insieme alla leggerezza che eravamo in grado di donarci a vicenda. Eravamo capaci anche di questo, oltre che fare discorsi da stupide depresse. Nonostante fosse la mia piccola luce nel buio più assoluto, era anche un enorme sole nelle giornate estive del cuore. Il suo sorriso era dolce. I suoi occhi diventavano più piccoli, ma brillavano. Mi prendeva in giro, mi sfotteva, io allora le prendevo la testa fra il braccio e l'avambraccio per strusciarle il pugno sopra la nuca e nel frattempo la minacciavo:"adesso passi da busseto".
Ricordo anche il suo scoppio di risata, improvviso, aggressivo, affamato di vita, di prenderla e farla sua, inglobarla a sé per sempre. Il suo riso era sfacciato, spesso presuntuoso; come lei, del resto. E questo mi piaceva davvero molto, questa spavalderia mi catturava ogni volta. Anche quando litigavamo, poi mi riconquistava con quell'aria orgogliosa e nobile. Rientravo nella sua orbita con indulgenza e allegria: la fragilità che mascherava così pomposamente mi stringeva il cuore. Non potevo che volerle bene. E gliene volevo, infatti, ogni mattina che la vedevo questo bene si auto-alimentava, ogni mattinata iniziava da una sua espressione, "che palle, oggi non ho un cazzo di voglia", "ho dormito 4 ore per studiare quelle cazzo di diapositive dimmerda"; la ascoltavo, era come un mantra...La giornata partiva davvero dalle sue parole del cazzo, il mondo da quel momento poteva iniziare un nuovo giro di giostra.
Quando penso a lei penso al suo piccolo naso, a quegli occhiali così grandi dietro ai quali si nascondeva e si difendeva dalla realtà per lei sempre troppo crudele. Li faceva ergere appena sopra le guance come una grande muraglia, come il Muro di Berlino, per una separazione netta e decisa:"dietro di loro ci sono IO, oltre c'è tutto il resto, lontano da me". La penso spesso, mi chiedo cosa diavolo stia facendo adesso, la penso spesso associata ad una parolaccia o ad una offesa. Impreco quando sento il suo nome e non riesco a trattenere una smorfia di bambina schifata.
La nostra dialettica adesso è questa, una "guerriglia" fredda, sabotaggi di riflessioni, sgambetti al suo ricordo...fatta nei tunnel sotterranei del pensiero, in profondità, dove è certo che nessuno possa capire o vedere. Le dichiaro guerra ogni pochi giorni, nella mia testa, è diventata un feticcio psichico al quale spesso comunque mi appello, anche se per associarci cose un po' poco gradevoli.
Ma stamani mi si è piantato addosso il suo sorriso, quello leggero, d'una volta, proveniente da una diversa vita, lontana. Un sorriso d'estate, verde, fresco, precario. Una piccola brezza sulla superficie vellutata del mare afoso. Le sue magliette a fiori, i suoi consigli su libri da leggere, film da vedere, sogni da realizzare. Crescere con lei è stato bello, è stato un "gioco serio" dove la posta era alta ma quasi mai considerata. Si cresceva per il piacere di crescere insieme e a fanculo tutto il resto. Potendo guardare le cose a posteriori mi rendo conto di quanto sia stato importante conoscerla, viverla, affiancarla ed allontanarla. La lontananza forzata non può scalfire quello che abbiamo racchiuso entro i nostri corpi durante quella nostra stagione di vita. Le stagioni sono fatte così, appartengono alla realtà della finitezza, sono delimitate e confinate, devono lasciare il passo alla stagione seguente che nasce ed incalza; ma sono anche cicliche. 

Magari ci rincontreremo sotto una stella benevola ad un prossimo giro di giostra.

domenica 15 marzo 2015

Lettera aperta per E. - fenomenologia di un'Amicizia

Sono contenta, mia cara amica E., di passare questi attimi fugaci con te. Attimi ritagliati con allegria e poche pretese, ricavati da un messaggio fulmineo all'ultimo momento
"Non so che faccio stasera, mi sa serata tranquilla, magari un film a casa"
"Magari vengo da te, sono sola. Così ci facciamo compagnia!"
"Vai!"
"Guardo i treni e parto!"
Alla stazione di volata, e tac! Eccoci per una strada insieme a scazzare e a ridere, mangiando qualcosa e trovandoci poi in una piazza piena di gente a bere e a raccontarci piccoli e grandi dettagli delle nostre vite.

Questa nostra amicizia è ruvida, come la realtà, condivide la sua stessa concretezza: si basa sulle piccole cose di tutti i giorni "lo sai, oggi ho fatto questo, ho incontrato Tizio e mi ha detto così!"; è spontanea, diretta, schietta. Mi verrebbe da dirti che questa amicizia è irrorata dalla vena grezza e primitiva della vita: ruggisce di un'esistenza elementare, non implicata e vincolata da chissà quali superficiali fronzoli.
Questa nostra amicizia è genuina ed ingenua, cara E.. E' cresciuta lentamente, annusandosi e conoscendosi senza fretta; si è sedimentata con piccoli passi, con calma si è portata a coscienza di se stessa: voglio dire, io non ti saprei dire quando siamo diventate amiche, tu ed io. Non dal primo giorno che ci siamo conosciute. Posso solo capire -adesso- che tanti piccoli gesti tra noi si sono come uniti, mano a mano che il tempo passava, e forse inconsapevolmente hanno generato assieme un mosaico fatto di tante piccole sfaccettature, mettendo alla luce il nostro legame. L'abbiamo presa alla larga, penso, mentre sorrido. Ripercorro l'evoluzione della mia opinione su di te,di come piano piano la tua orbita sia venuta ad avvicinarsi alla mia, mentre io ero presa dal mio privato sistema solare. E tu dal tuo. Eravamo due Soli, che erano a conoscenza dell'esistenza dell'altra stella vicino a sè, ma niente di più; finchè le nostre diverse orbite ellittiche sono entrate in contatto e si sono venute ad incrociare. All'inizio sporadicamente, ci incontravamo in alcuni punti di intersezione, quasi per caso: una battuta, una serata insieme, qualche interesse comune. Ma progressivamente questi punti d'intersezione sono diventati sempre più frequenti ed hanno allargato le proprie maglie, inglobando sempre di più le nostre rispettive vite separate. Ho iniziato a riconoscere in te qualcosa di me, ma al tempo stesso scoprivo in te volti che io non possedevo, che mi piacevano un sacco (magari, forse proprio perchè erano cose che non mi appartenevano e che quindi ancora dovevo conoscere?). Insomma, da lì tutto in discesa, ci siamo rinvigorite sempre più. Sei diventata la mia buona compagna agli aperitivi, alle cene e alle conseguenti sbronze, alle feste e ai concerti. Per libri e per mostre. Compagna di americani e di Zibibbo, testimone di felicità, malesseri, idee, opinioni, credenze, sentimenti, cazzate, parolacce, brutti odori e brutte figure.
Ci abbiamo messo un po', ad incontrarci sul serio. Ma ti dico che anche questa cosa ha la sua bellezza, non abbiamo cercato di costruire a tutti i costi un rapporto, piuttosto gli abbiamo dato la possibilità di nascere, il tempo di farsi e di farsi riconoscere. Ha messo le radici spontaneamente, senza che nessuno lo istigasse a fare niente. Non credi che questo sia bello così?
Magari è proprio da questo percorso che deriva la "realisticità" del nostro legame. Non ho bisogno di dimostrarmi più di quel che sono con te, non c'è necessità di maschera, nel nostro piccolo teatro di varietà, posso muovermi come meglio credo e con naturalità; a limite mi pigli per il culo e bona! Una risata insieme e via, quando ci prendiamo troppo sul serio; e si continua ad andare avanti.
Ovunque siamo, comunque vicine.

Sei forte, E. .

lunedì 26 gennaio 2015

Vaghezza e Relatività

Io vorrei chiudere in una teca il languore che mi porto stretto nel cuore. Avvinghiato fra le fibre di questo muscolo, fa più male per il fatto di non poterlo esprimere, di non poterlo sciogliere da me e guardarlo da un punto esterno, che per il suo essere in sè. E' inglobato in me e così c'è sempre una parte che mi sfugge. Invece sarebbe bello chiuderlo appunto in una teca, lasciarlo splendere lì dentro, farlo stare lì come prova, come conferma. Io provo questo, vedete?
Non vorrei sempre portarmelo appresso, a volte vorrei esserne libera: scorrazzare per piccoli sentieri da sola,senza la presenza di questo sentimento sempre avvinto a me. Mi piacerebbe assaporare molte cose senza la sua ombra. Ma nutro il sospetto che sia una parte di me inscindibile. Forse, senza di lui, non sarei io così.
Sarei altro,
Le mani un poco mi tremano.
Ho tanti pensieri in testa, Che si confondo e si fondono tra di loro, originando bizzarre chimere mai viste prime. Vorrei che in situazioni come queste ci fosse un'azione ben precisa che disinnescasse tutto questo lavorio di testa, Non so, per esempio chiudere gli occhi, fare due respiri e...ecco fatto, tutto si dissolve. La mente non deve più crogiolarsi in vicoli ciechi. Sarebbe bello, avere il controllo di sè, Potersi davvero fermare, chiudere la strada ai pensieri, disconnettersi da soli. Riavviarsi.
Mio Dio, sto davvero invidiando i computer?
Ma cosa posso fare...mi ritrovo su percorsi che ho già affrontato, sia mentalmente che realmente. Ma in realtà non c'è davvero un bel niente che è simile a qualcosa. Ogni esperienza diventa unica, sebbene coincida il suo destino con altre già passate. Ma sto cercando di stupirmi e mettermi a freno, cerco di fare uno sforzo. Vorrei poter di nuovo ripiombare in un un grembo pacato e stabile: mi accorgo che è una stupidaggine, non sarebbe per davvero così. Dovrei tapparmi gli occhi per vederlo e percepirlo in questa maniera. E che paradosso è vedere una cosa con gli occhi chiusi, sfrattati dal trono che gli spetta?
Mi bruciano gli occhi. mi bruciano le labbra. Non ho lasciato tregua nè agli uni nè alle altre.
Faccio un respiro profondo. A farmi compagnia solo la lancetta dei secondi, che inarrestabile schiocca perpetuamente, Mi fa quasi stare meglio, la sua continuità mi distende. Niente strappi, niente aspettative deluse: continua il suo inutile tragitto quella lancetta, che ha la grande responsabilità di scandire la mia vita e quella di chiunque ci entri in contatto. Ma lancetta non ha cervello e impulsi nervosi, non sente il peso di questa responsabilità. 
Forse è una di quelle cose che mi può vedere come un teca, dove resta avvinghiato un languore che splende.
Grazie, relatività: mi fai passare da invidiare un computer ad invidiare un'esile lancetta di un comunissimo orologio da muro.

mercoledì 7 gennaio 2015

E' a te che parlo

Davvero stavolta sarà la volta buona?
Davvero riuscirò a lasciarti scivolare via con dolcezza dalle mani senza ripensamenti? Come i piccoli granelli di sabbia di una spiaggia ormai esistente solo nella memoria?

Sarà difficile concludere con dignità dopo tutto quello che è stato, con libertà pacata.
Risulterà complicato non far vincere i piccoli capricci, fiori di dolci piante d'abitudine preziosa.
Quasi impossibile sarà resistere senza le consolazioni che ci donavamo, le pelli che si scambiavano.
Ridere per nulla, ridere nel cuore della notte per le frasi che non articolavo bene. E per le tue stupide battute.
Riusciremo veramente ad esserci comunque, l'uno per l'altro senza farci del male? 
Riusciremo a parlarci e a non vedere l'amore esplodere sotto le pupille? O meglio, riuscirà l'amore ad arginarsi e a non scoppiare nei nostri occhi?
Riusciremo mai ad essere amici, compagni fedeli di segreti, magari di segreti d'amore... Riusciremo a non desiderarci, a viverci sotto pelle diversa rispetto a quelle con cui abbiamo imparato a conoscerci fino nella più oscena ed estremamente dolce intimità?
Il nostro abbraccio sarà capace di mutar forma e adattarsi agli abiti più stretti di un'amicizia? 
Ho sempre detestato il fatto della regressione del rapporto, ogni volta che ci lasciamo con qualcuno a cui abbiamo voluto un forte bene: si riazzera tutto, ci hai parlato di cose che ti vergogni ad ammettere a te stessa, gli hai confidato brutte azioni, ci hai condiviso le più forti felicità, lo hai immerso nel tuo mondo e nei tuoi sogni e poi...puff, ci si lascia e resta solo lo spazio per un'ingombrante ed imbarazzante indifferenza. Sai come sono i suoi occhi al mattino, ancora stropicciati dai sogni, ma non ci parli più. I suoi ritmi quotidiani, hai imparato i suoi modi di dire ed i suoi toni: hai scoperto i suoi umori, come li manifesta e come li cela. Quella persona si è aperta in un universo davanti a te fino a pochi istanti fa, adesso è un muro ermetico su cui hai l'obbligo del veto dell'indifferenza. Devi astenerti.

Ma l'immaginazione non ha confini, e io voglio immaginare che io e te saremo la contraddizione, il paradosso di questa legge di natura dei rapporti umani; di noi spero si dirà che ci siamo tanto fatti bene, e poi tanto, tanto male, ma.... Ma ancora conserviamo gelosamente l'uno i tratti caratteristici dell'altro dentro la nostra profondità e che ancora ne parliamo, di questi abissi che ci portiamo dietro con fatica. Non sarà tabù ricordarmi e ricordarti con finissima malinconia i giorni passati l'uno a fianco dell'altro, non sarà tabù raccontarmi e raccontarti come sono i miei giorni ora che sono senza di te, che sapore ha questa vita senza di te. Di noi vorrei tanto che si dicesse "si sono fatti molto bene e poi molto male. Ma ancora si parlano come esseri umani che si son conosciuti da molto vicino". 
Ecco, questo mi renderebbe felice. Questa è la mia nuova utopia. 
Non sono sicura di riuscire a sostenerla io per prima, è difficile adattare la realtà ad un ideale senza distruggerla trasformandola in altro, 

ma vorrei tanto poter provare a tenere comunque a me vicino il tuo bel sorriso.

sabato 27 dicembre 2014

Elogio alla pazienza (ed alla bellezza), I

"E' difficile spiegare quello che anch'io non so capire." (L. B.)

Ma devo parlare di quei suoi occhi enormi e belli, di quei nei e di quelle labbra, del mio brivido irrazionale se mi guarda come ha già fatto. Ho la necessità di esorcizzare quello che con coraggio mi ha sbattuto in faccia, io devo arginare e difendermi. Devo, perchè è solo uno straccio, è solo un'intuizione che non ha una forma vera e propria. Devo.
Ma lasciatemi almeno questo spazio per raccogliere una manciata di parole ed uscire da questo "devo": voglio affondare, almeno su questo schermo, il dito in questa mia piaga e lasciarla sgorgare in piena libertà, senza il peso di alcuna necessità.
C'è che amo la bellezza quando è nascosta, quando riesco a intravederla piano piano, mi piace lasciarle il tempo di manifestarsi, quando non è propriamente immediata (e magari è superficiale). Mi piace seguire le sue tracce, come un piccolo segugio, darle tempo per definire i suoi importanti dettagli, starle dietro ma senza stressarla. Non mi piace quando è sgualcita per la troppa fretta di scoprirsi. Per la bellezza ci vuole tempo, e la pazienza di non farsi bastare il primo sguardo frettoloso. La bellezza la vedo come un nucleo intimo, che sta nel luogo più riparato e protetto di ogni cosa: la bellezza sta in profondità.
La conoscenza deve calarsi quindi nei meandri di ogni suo oggetto, se vi ci vuole scorgere del bello.
Mi piace pensarmi come una pescatrice di bellezza, che paziente attenda sulla sua silenziosa barca che essa abbocchi al suo amo. E' la bellezza che viene a noi, non il contrario. Che si presenta, che si lascia vedere. Se solo glielo lasciamo fare.
E dunque, anche stavolta, l'ho trovata. Mi si è schiusa con tutta la forza e la potenza che solo la musica ha: si è manifestata magnificamente, con sguardi magnetici ed ammalianti su un tappeto di note; a tal modo da farmi vacillare, da portare il mio cervello a corrompersi e fare pensieri distorti. Lo ammetto, ho fantasticato sui suoi impulsi, ed è stato sbagliato perchè al bellezza se si cristallizza diventa qualcosa di diverso da sè; si stravolge. Perchè immediatamente lei non può che offrire un piccolo spicchio dell'oggetto ed anche di sè. Ed ecco, quindi la bellezza è intuizione, un fulmine che folgora i neuroni un attimo, ma nell'attimo dopo si estingue e non lascia che una vaga sensazione. Non si può subito poter credere di aver capito la bellezza; c'è bisogno di un altro fulmine in altro momento e in altro ambiente, e poi di un altro e un altro e un altro... Miss Beauty ha note jazz come vestiti, incomprensibili al primo ascolto, ma che ti lasciano attonito. Ed i vestiti sono solo il primo assaggio, solo la prima lieve - ma potente  per te che ne benefici- scossa che può offrire. Sei disorientato, ma non è il momento di cristallizzarsi su questo primo guizzo.
Ed ecco perchè accetto con calma quegli occhi magnetici, che cerco di sminuire l'elettricità di quelle labbra oggettivamente belle che mi attrarrebbero all'istante e che hanno rischiato di farmi inciampare sul più bello. Un verde chiaro ha indirizzato lo sguardo su di me da troppo vicino, parole troppo dirette hanno trovato il modo di incunearsi nello spiraglio di una porta interna lasciata semichiusa. una camicia bianca mi ha fatto sorridere con malizia. Il resto non posso trascinarlo qui, avrebbe la meglio la prima visione fulminea e confusa di questa nuova bellezza appena scovata.

venerdì 12 dicembre 2014

un'inflazione di "Vorrei"

Vorrei non fosse così difficile


Vorrei fosse più facile

Vorrei che non facesse così male



Vorrei chiudere gli occhi e far scomparire tutto

Vorrei chiederti tutti i miei perchè
Vorrei tu mi sapessi rispondere

Vorrei che questo sole malato scaldasse forte ogni mia cicatrice

Vorrei poter pensare di non aver sofferto invano

Vorrei non sentirmi umiliata

Vorrei essere più decisa

Non vorrei dover scegliere

Vorrei che fosse notte e vedere solo le lucine dell'albero di Natale

Vorrei sentirmi un po' meno spenta
e un po' più sicura

Vorrei che nevicasse

Vorrei non mi chiedesse niente

Vorrei piangere

Vorrei poter avere il cuore leggero e ridere

Vorrei che mi capisse dallo sguardo che trova nei miei occhi

Non vorrei scrivere
Vorrei farlo per tutta la vita

Vorrei trovarti ancora la mattina di Natale dentro uno di quei tuoi maglioni grandi e morbidi di casa, col sorriso che a stento si contiene sul tuo viso.

Vorrei fosse andata diversamente

Vorrei essere cresciuta con te al mio fianco

Vorrei essere più magra, più alta, più educata, più fine, più posata, più leggera

Vorrei la sua amicizia indietro

Vorrei il suo amore indietro

Vorrei un abbraccio di mio padre adesso

Vorrei la voce calda di mia nonna adesso

Vorrei un sorriso dolce da mio fratello

Vorrei un cappuccino con un fiore disegnato sulla schiuma

Vorrei essere a Parigi

Vorrei poter parlare tante lingue e sentirmi capita da tutti

Vorrei non essere bovarista

Vorrei non avere aspettative

Vorrei non sperare in cose impossibili

Vorrei morire


Vorrei vivere fino a 100 e passa anni, con le ossa stanche ma il cuore pieno di commozione

Vorrei poterti dire:"Grazie"

Vorrei non essere così, ma mi rendo conto che mi amo anche così

Vorrei non avere i difetti che ho, ma mi rendo conto che li amo comunque 

Vorrei respirare l'odore di pineta dopo la pioggia

Vorrei cantare

Vorrei recitare

Vorrei reclamare

Vorrei ricamare
come fa mia nonna

E nel frattempo parlare

Di te, di me, di loro, del governo ladro, della difficoltà dei sentimenti, della difficoltà dei ragionamenti

Vorrei filosofeggiare

Vorrei dialogare con Socrate

Vorrei ascoltare le barzellette di Kant direttamente da Kant

Vorrei vestirmi con il pensiero umano, accarezzare gli aforismi dei filosofi sulla mia pelle

Vorrei meno seghe mentali

Vorrei meno angoscia

Vorrei il Romanticismo
e poi l'Illuminismo

Vorrei rendere meno opprimente l'esistenza a Schopenhauer
Vorrei fosse meno fugace la felicità

Vorrei che la scienza s'innamorasse della letteratura
Vorrei che la letteratura si struggesse per la scienza

Vorrei armonizzare gli opposti



Vorrei riuscire ad essere coerente

Vorrei mettere in atto il mio dovere etico 
e non sbagliare mai.

Vorrei non dover chiedere scusa

Vorrei non ferire nessuno mai

Vorrei sapere cosa mi succede, cosi ti succede, cosa gli succede, cosa le succede,
cosa ci succede, cosa vi succede, cosa succede loro.

Vorrei essere la coscienza del mondo.



venerdì 5 dicembre 2014

Molteplicità

Occhi chiari di uno sguardo deciso, sorrisi che sbocciano come fiori ed io piccola ape impaziente di tuffarmi fra enormi petali e affondare nella sete del tenero polline.

Firenze, il concerto, amicizie che non crollano, piccoli pensieri di persone gentili, calde note che infiammano i polmoni, la solitudine libera, leggera, piacevole.

Sudore, fatica, dolori muscolari, odore di polvere, odore di adrenalina, un sacco per scaricare le tensioni, un compagno per prendersi un attimo di pausa e ridere come bambini scoperti ad architettare qualche scherzetto maligno. Voci che ti incalzano, provocano per incoraggiare. La liberazione della testa da tutti i soliti pensieri.

Pisa, la solitudine non del tutto voluta, la timidezza, la colpa, la presunta colpa, il bianco ed il verde di Piazza dei Miracoli, fughe clandestine, foglie che cadono, la pioggia violenta, la pioggia leggera, un libro, un film, una serie televisiva. E poi lo scoppio della vita, vino, birra, sigarette e super alcolici legati assieme da sussulti, risa fragorose, confessioni, condizioni, confidenze vere, confidenze false, lottare per resistere, voler morire per smettere di resistere,

Situazioni maldestre, sguardi che a stento reprimono disprezzo e intolleranza, occhi in fiamme, un passato che a stento riesco a rintracciare, un presente che non reputavo possibile, una lontananza dura e fredda come ghiaccio, silenzi fatti di orgoglio e pregiudizi, parole essiccate e morte nelle nostre gole. E nessuno sta a rivendicarle.

Quante strade e quanti deragliamenti. Quante sensazioni si provano contemporaneamente, anche se sono contraddittorie fra loro? Quante vite viviamo in questa nostra generica vita? Per quante cose moriamo e per quante altre ringraziamo di essere sempre qua, nonostante tutto? Cosa siamo? Chi siamo? A cosa tendiamo? C'è qualcosa a cui tendere? E perchè? Perchè siamo qua?
Io a volte provo la sensazione di non essere io. Sembra assurdo. In passato, quando ero più piccola, mi capitava spesso. Adesso è da tanto che io sono io, e forse per questo il rigetto verso di me è più pesante.
Succedeva alle volte che nel mentre facevo un qualcosa, io mi distaccassi da me. Cioè, dal mio corpo, non mi vedevo dall'esterno, ma la sensazione era quella. Era spaesamento forse, ma non mi riconoscevo più in quel sinolo di materia e forma che mi costituiva e mi costituisce tutt'ora; pensavo:"questa non sono io". Ma questo non mi terrorizzava. Continuavo a fare ciò che stavo facendo, ma ero anche fuori di me. Mi piaceva questo sdoppiamento, scrutarmi da un punto di vista esterno. Mi divertivano questi momenti, mi piacevano. Stavo in pace, quasi come se capissi che alla fin fine...che importa affannarsi, tediarsi con i soliti problemi esistenzialisti, entrare in fissa con paure che diventano quasi fobie... Mi bastava uno di quegli attimi e tutto diventava più minuto, meno importante. Ma non futile. Semplicemente diverso dal mio solito modo di contemplare e osservare.
Ero bambina. Ora probabilmente iper-interpreto, ma la sensazione di questa cosa che succedeva ha la stessa consistenza dell'atmosfera di casa, calda, rasserenante, mite. Ecco, quella sensazione mi mitigava.
Non so perchè sto scrivendo questo, non ero partita con questo intento. Oltretutto era da veramente tanto tempo che non ci ripensavo. Questi ricordi mi sono caduti addosso come neve.
Mi viene in mente "Il mondo di Sofia", il libro che lo stesso autore chiama "romanzo sulla storia della filosofia", quando Alberto Knox  -il filosofo- parla alla piccola Sofia di Hume (guarda un po', proprio lui adesso sto studiando) il quale, sebbene incentri la sua filosofia sull'esperienza (unico strumento per la conoscenza concesso all'uomo), riesce a non farsi fagocitare dalla sua stessa teoria e mantiene sempre un punto di vista comunque esterno e non dato per scontato: solo perchè attraverso l'esperienza si è conosciuto sempre un evento nello stesso modo, non è detto che in futuro esso non si manifesti differentemente. O che se ne presenti un altro, al posto suo. Siccome abbiamo sempre visto corvi neri, non è per questo giustificato avere la presunzione di poter affermare che non esistono (o possano esistere) corvi bianchi. Anzi....


"Questo romanzo è di chiunque si trova aggrappato ai peli del coniglio bianco tirato fuori dal cilindro dell’universo e non vuole scendere giù, non vuole abbandonarsi al sonno dell’ignoranza. Ma anche di chi, magari sbeffeggiato da tutti, continua a cercare un corvo bianco, l’eccezione che non conferma la regola..."

Tutto e il contrario di tutto.


giovedì 13 novembre 2014

La ragione fu per me l'assassina

Ho vissuto la mia vita per estremi. Ho vissuto la mia vita saltando troppo in alto e poi correndo ai ripari. Mi pare di scorgere l'esistenza passata sotto i riflettori di un otto volante, prima verso il cielo maestoso, giungere all'apice, illudersi di arrivare a scalfire il sole e poi giù, nello strapiombo, nell'oblio di una galleria sotterranea e buia.
Ho ucciso il mio istinto. La mia mente ha ucciso il mio istinto. Lo ha raso al suolo. La sua colpa? E' stata quella di avermi catapultato con troppa intensità in ogni cosa che facessi; quasi senza filtri, senza pelle che potesse un minimo preservare l'anima. Sono arrivata in alto, ho vissuto intensamente quello che ho trovato a quelle altitudini. Ma è stato un fuoco d'artificio troppo breve, perchè ho pagato cara la sfacciataggine di cui mi aveva vestito l'istinto. Sono arrivate le mazzate vere, che hanno tolto la poesia in ogni cosa. La poesia della presunzione di scambiare per certezza ciò che non lo è. La mia anima si è frantumata. E l'istinto non l'ha salvata.
Quando è così fa ancor più male. Sono crollata, ho perso le mie piume e la gravità ha trionfato.
Il dolore è stato così acuto che mi ha paralizzata, traumatizzando la mia ingenua stupidità: mi sono promessa di non dare più niente per scontato. Mai più avrei seguito l'istinto e le mie impressioni. Perchè non è detto che queste armi ti mostrino il vero. Niente più illusioni, mi sono sussurrata, da adesso in poi non ascolterò più niente...tranne ciò che ha tra le sue pieghe fondamenta sicure. Pilastri di razionalità alla sua base. Su cui non si può dubitare.
E da lì, io non me ne sono accorta subito, ma la Ragione ha affondato le sue radici e si è insinuata in ogni cosa. Ha avuto inizio la tirannide.
Ogni cosa è stata posta sotto osservazione ed esame. Se era bagnata da un minimo accenno di dubbio, non poteva essere presa in considerazione. D'un tratto, ho dubitato d'ogni cosa. D'un tratto, non ho potuto più fare affidamento su niente. Mi sono ritrovata nel cuore angosciante dell'indecisione, in una stallo che mi ha svuotato. Perchè, non potendo contare su niente, non potendo sapere NIENTE CON CERTEZZA, non potevo più scegliere. E mi sono immobilizzata, irrigidita ancora di più sotto le mie stesse membra. Ho smesso di vivere, ero diventata il mostro di Cartesio. Il cervello aveva atrofizzato i miei impulsi. La razionalità mi aveva distrutto, proprio come in altro modo aveva fatto l'istinto. Eccole, allora, le facce di una stessa medaglia. Sensazione contro ragione. Immediatezza contro immobilità.
Per questo dico che ho vissuto attraverso estremi. E adesso sono stanca di questo dualismo autodistruttivo, dell'eterno contrasto fra bianco e nero. Ho bisogno di una pelle razionale, che mi dia le potenzialità di contenere quanto basta questi fasci di immediati impulsi sventati d'istinto.

Voglio fondere istinto e ragione. Voglio forgiarmi di nuovo, intrisa di due estremi. 
La vita è troppo breve per essere bruciata dall'istinto; e lo è anche per essere cementificata dalla mente.

"soffrirò, morirò....ma nel frattempo sole, vento, vino e trallalà" (Misa Sapego)

sabato 26 luglio 2014

LA FERITA

Ho visto dall'alto e nel suo insieme Piazza dei Priori, stanotte. Ho visto le sue bozze maculate di bianco: mi spunta un sorriso, quelle macchie sono ciò che resta dei mille rumori di sassi sbattuti all'inizio dello spettacolo. Sono la testimonianza delle nostre parole, dei nostri gesti, del nostro cammino.
Ma non è solo questo: poggio il piede nella piazza, guardo l'enorme palazzo dei Priori e nella testa inizia a rimbombarmi:"C'è, questa necessità..."
Crollavo dal sonno stanotte, ma non sono riuscita ad addormentarmi subito: un turbinio di suoni e ricordi mi affollava la mente. Nastri rossi collegavano i miei pensieri, la luce soffice e sublime di Piazza dei Fornelli inondava la mia memoria; l'ascolto privato della vista al Teatro Romano tiranneggiava sulla mia voglia di dormire. Impossibile togliersi di dosso queste sensazioni. La Ferita si è insinuata nel mio cuore. Piano, ma con decisione, ha inciso solchi larghi e maestosi su di me.
Insieme a Giordano Bruno abbiamo deciso di legarci e di vincolarci, poichè su ciò poggia l'ordine dell'universo, con Leonardo Da Vinci abbiamo dipinto un diluvio spaventoso, straziante, che inevitabilmente era rinforzato dalla frana delle Mura a pochi passi da noi. Con Consolo, poi, ci siamo disperati per il legame indissolubile che lega l'atrocità della corruzione e dello sfarzo senza limiti con la morte inarrestabile dei luoghi dove si cela la vera bellezza: rovine di meravigliose civiltà antiche, lasciate a marcire e destinate all'incuria.
Uno spettacolo collettivo, un anestetico per l'indifferenza. Io non so più neanche come potervi spiegare che cosa c'è sotto a tutto questo, quale universo si riversa in questa esperienza.
Resto estasiata davanti ai ricordi che mi attraversano di quel che è successo ieri. Forse è stato un po' un miracolo. Forse, era giunta l'ora di portare a maturazione tante piccole cose, che grazie a questo spettacolo si sono manifestate con grande potenza. So solo che ieri per me è stata anche una cura per l'anima: persone che si guardavano, sorridevano, si stupivano, usavano il loro tempo per acquietarsi ed ascoltare, si legavano con noi.
E' stato un sentiero scavato tutti insieme, un pellegrinaggio per questa nostra città che spesso arranca sotto le sue stesse ferite. E' stato un soccorso, una cura (spero), un rimedio per cercare di puntare gli occhi su quanta bellezza abbiamo attorno a noi; un soccorso, per far capire che quella bellezza che abbiamo dentro di noi, quella che nasce dalla volontà di creare legami, di amare, di volersi ancora sorprendere, può essere l'antidoto per far risorgere la bellezza fuori di noi, quella della nostra città, delle sue rovine, delle sue testimonianze di vite antiche, della sua luce, dei suoi silenzi. E così, io credo, riacquistiamo anche la bellezza della nostra esistenza. Queste sono le emozioni che ci fanno spuntare nella mente la frase: io vivo. Esisto. R-esisto. Qui ed ora.

Nessuno si salva da solo. Niente si salva da solo.

martedì 15 luglio 2014

Rendermi a me stessa

Oggi è il revival degli sbagli del passato, tenuti al nascosto in cornici scheletriche da voler dimenticare. Sbagli di ogni genere, oggi sono una mente che è come presa a bersaglio all'improvviso da quegli errori, quegli attimi di vergogna che vorrei solo amaramente lasciarmi alle spalle sotto una bufera di neve che piano piano li seppellisce. Provo a leggere, provo ad ascoltare il suono della mia voce, ma senza avviso mi fulminano e di nuovo piombo in quei momenti passati, come se li stessi rivivendo adesso. Anzi, è peggio di così: li rivivo ma contemporaneamente riesco a vedermi dall'esterno, vedo il mio corpo e le stupidaggini che compie. Ascolto la mia stessa voce, che si era congelata su banchi di vita ormai atrofizzatii. Forse, oggi, devo fare i conti con me stessa. E' giunto il momento, forse, di aprire vecchie ferite, di esaminarle bene, allargarle per poterci guardare dentro. Forse, ancora un volta, le avevo chiuse e dimenticate con troppa fretta, lasciando conti e dolori in sospeso. Ma impossibile è in realtà dimenticare. Si può spingere fino al più estremo angolino qualsiasi cosa, lontanissimo da noi, evitandolo, facendo finta di non vedere, ridergli addosso per dimostrargli che nonostante lui, si riesce a vivere e ad andare avanti. Ma non si potrà rimandare in eterno un confronto diretto, uno scontro all'ultimo sangue: c'è da fronteggiarlo, disporsi davanti a lui con lo sguardo da sfida: trionfare oppure soccombere. Ma una terza via non c'è, il tempo del galleggiamento, della non scelta si è del tutto consumato. Adesso si deve prendere il coraggio e riuscirsi a guardare negli occhi: arricchiti anche di tutti quegli indicibili errori che non riusciamo a digerire. Arriva il momento in cui si può solo assorbirli e assimilarli in noi. Altrimenti, saremo noi a cadere vinti, ad essere risucchiati in loro. Saremo loro prigionieri e ci governeranno, limiteranno il nostro agire, faranno morire una parte di noi. E ci renderanno succubi, schiavi delle loro catene vincolanti.
Forse, è giunto il momento di guardarsi allo specchio. Ed accettare anche quelle ombre dietro ai nostri occhi. E' difficile in realtà sentire e fare nostro il proprio passato, è difficile accettare di confrontarsi anche con ciò che siamo stati e che non siamo più. Nel bene e nel male.
I miei sbagli. Le mie vergogne. Quel senso di fastidio nel ricordare certe cose che probabilmente avrei potuto gestire meglio. Forse, inizia la tempesta. Forse, arriverà l'alba dopo di questa. Apro le mani verso un tempo infecondo, sterile: apro le mani al mio passato, che nel tempo in cui è stato vestito di presente ha proliferato in me frutti d'ogni genere. Adesso, c'è il bisogno di recuperare, tra questi, quelli che avevo ripudiato. Quelli più amari e più marci. Quelli che hanno lacerato relazioni, sogni, desideri, dignità, amori, superbi ruggiti di vita.
Forse, da questi frutti orribili qualcosa può nascere. Può nascere completezza. Io sono anche quegli sbagli e quegli errori. Lo sono stata. Mi hanno riempito la pelle di scorie velenose.
E' il caso, senza più forse ormai, di tracciarli e disegnarli esplicitamente, accettarli per come ormai sono: dentro di me. Parte di me. Sono miei prolungamenti. Sono me.

"Ciò che non mi uccide, mi rende più forte."
F. N.

Hanno bisogno di penetrarmi. Ho bisogno di sopravvivere al loro cieco distruggere. In questo invisibile modo, potranno fortificarmi.

E rendermi a me stessa.

martedì 24 giugno 2014

little things make me happy

Serate in compagnia di qualche birra e amici sorridenti. Serate calde, odore di spensieratezza ovunque. Serate vissute tra sigarette e scoppi di risate, un po' in piedi e un po' seduti dove capita. Serate rivelatrici, la luna splende alta e ci protegge col suo fascio argentato e ci fa stare tutti un po' più vicini. E piove, su queste serate, quello sguardo. Chiaro. Mi sembra di leggerci dietro indulgenza e dolcezza. Sono degli occhi che mi hanno colpito forte al petto. Guardano senza arrendersi, penetrano e si radicano ben profondamente. Infondono sicurezza, lasciano che ti siedi comoda e a tuo agio davanti a loro. Non hanno la presunzione di chiedere. Ma donano molto.
Inatteso, è arrivato di soppiatto alle spalle questo senso di divertimento leggero e piacevole. Ha bussato timidamente alle spalle, mi ha fatto girare verso di lui. Ha abbozzato un sorriso e ha iniziato a parlarmi di piccole cose quotidiane e storielle reali. Cose inutili. Ma belle da gustarsi e a cui replicare con altrettante cose futili. Un divertimento leggero, ma pieno di energia, da sangue che pulsa forte nel corpo e ti dà la forza per erigere un sorriso incredibilmente bello, che infonde ancora di più calore sulla pelle. Brevi frasi. Poche. Silenzi. Di nuovo parole. Sguardi.

E occhi, che restano in un piccolo antro della mente, un po' più in disparte adesso, ma che vegliano su ogni cosa. Sono onnipresenti, mi colgono impreparata e mi accecano, irrompendo con balzi leggiadri. Sorrido di questo mio tornare bambina, del meravigliarmi di qualsiasi cosa. Anche di questo sguardo genuino.