martedì 5 giugno 2012

Alla voglia di scrivere non si può mai sbattere la porta in faccia e urlargli "NO"


C'era un tipo che si chiamava Michele e doveva starsene lontano dalla sua piccola rosa, Michela. Michele stava lontano, doveva studiare fuori dalla città che aveva dato i natali sia a lui che a Michela.
Il problema era questo: Michela non si sa bene cosa elaborava nel suo cervello, ma questa distanza non riusciva a colmarla, si dimenava tra questi chilometri così distazianti, così freddi e imperscrutabili. Le sembrava di vivere appesa a fili che non gestiva lei. Questa distanza la influenzava troppo, non la faceva ragionare, non la faceva restare lucida.
Michele invece accettava questa separazione, si immaginava se stesso e Michela come gli argini di un fiume energico e capriccioso, che racchiudevano appunto la vita di questa vena del mondo. Erano sì costretti a stare lontani, ma custodivano dentro di loro l'amore, la bellezza, il motore vero delle loro esistenze. Per cui, per Michele, tutto questo era accettabile,sebbene soffrisse anche lui per la mancanza di calore di quel suo tenero fiorellino.
La sera Michela aveva una crollo emozionale, si riversava dentro di sè una frana emotiva. Chissà, forse pensava troppo e i pensieri le minavo le basi della mente. Sta di fatto che quella piccola e fragile creaturina, la sera si metteva a guardare fuori dalla finestra e il cielo le sembrava una minaccia, gli alberi le parevano mostri che volevano uccidere le sue ultime speranze. Rimaneva quindi dentro l'involucro dei vestiti soltanto un corpicino smunto, lei si sentiva venire via, lei non si sentiva più libera. Michele gli aveva donato un sentimento incredibile, ma nel frattempo (senza che lei se ne accorgesse) l'aveva anche incatenata a lui: si rendeva conto Michela, mentre stava seduta sul suo letto, la faccia rivolta verso la finestra, di essere dipendente da Michele. Che ogni battuta che sentiva fare, lei subito pensava a lui e si chiedeva"chissà se Michele l'avrebbe apprezzata". Si accorse che la gelosia le divorava la pancia e che le sue giornate senza lui erano più vuote.
Certe notti, trasportata da questi pensieri serali, Michela invece di dormire pensava che doveva riacquistare la sua libertà: l'orgoglio le premeva sulle costole, non poteva davvero permettersi di dipendere da qualcun'altro; tempo fa si era fatta una promessa, dopo un amore sbagliato, dopo una fiducia beffeggiata e schiaffeggiata..... "Mai più... Mai più...."
Ma si ritrovava al punto di partenza invece. E chiedeva a Dio aiuto, lo chiamava e gli chiedeva cosa fosse meglio, l'amore o la libertà. Stare male per qualcuno o soffrire per guadagnarsi la propria libertà.
Ancora se lo domanda. Mi guarda e mi formula la domanda con quegli occhi terribilmente limpidi che fanno trasparire tutta l'angoscia di quel dubbio atroce, che si vergogna a esprimere ad alta voce.
So che certe volte ha mandato messaggi puramente folli a Michele, chiedendogli di risparmiarla, di non chiedere più di lei, perchè lei non riusciva a sorreggere questa umiliazione. Il dolore forte e amaro che si prova per qualcun'altro. Non poteva sopportarlo, vedeva un dispendio di energia inutile e masochista.
Perchè lei è convinta profondamente che l'assenza non può essere placata. Che niente è destinato a durare per sempre.





...E come darle torto?

giovedì 31 maggio 2012

MONTAG E TUTTO L'UNIVERSO CHE CI STA DIETRO

La presentazione
la bellezza di nuovo incontrata
le mani di chi mi ha guidata 
e mi ha cresciuta
a suo modo
in un bellissimo modo.

Le parole
di nuovo
ancora
insaziabili
che facevano venir fame
d'amore 
di capienza
di dolcezza.

Giacomo mi dice
"sei stata la migliore"
Giacomo
mi abbraccia
Giacomo
con gli occhi
mi guarda
veramente
per la prima volta
dentro
e si siede 
per riscaldarsi 
davanti al mio
falò.

E lui
ancora una volta
mio
la sua voce
mi accarezza
i capelli
e le stelle
sono già
tra i miei capelli.
Mi ha abbracciato
prima che 
tutto iniziasse
mi ha sfiorato,
avrei voluto che mai finisse
quell'attimo
di pazzia.
Il tempo
doveva congelarsi
relegarmi a quel suo tocco
al suo profumo
per sempre.
Mi ha toccato
e le labbra si beavano
gioivano
si crogiolavano
nei suoi occhi.
Ah, i suoi occhi...

martedì 29 maggio 2012

maledizione, adoro le mele marce.


Adesso, in questo momento, ho deciso di farmi del male. Sporca e stupida masochista. 
Ho anche appena finito di leggere "Gang Bang", e ho trovato tale frase: non lo sai? Chi è danneggiato ama chi è danneggiato come lui.
Ma la ribalto adesso questa cazzata di frase; la ribalto e dico che adesso IO voglio danneggiare. In realtà si ama chi ci danneggia, non chi è danneggiato come noi. In realtà si ha bisogno di qualcuno che ci maltratti. 

E' la verità.

Il sentimento si contamina di dipendenza, ferisci, colpisci alle spalle chi ti è accanto... Mostrati tirannica e titanica, mostra la rabbia indomabile che hai dentro, Poco importa quanto irrazionale sia, poco importa se capisci un poco che in realtà non è giusto. Il dolore lega inesorabilmente. Il boia e il condannato. La tortura se prolungata, se alternata qualche volta a parole dolci di richiesta di perdono diventa agli occhi del povero Cristo martoriato un gesto d'amore del boia. Lo ricercherà. E' la verità.
Ho visto. Ho osservato. Da masochista a sadica. Il confine quasi non esiste. Le persone che ci abbandonano, che ci umiliano, sono quelle che ci restano addosso; i momenti invece di vera felicità ci sembrano cose normali, ed il meccanismo del ricordo le leviga e le piega alla logica della quotidianità. Non ti rimangono impressi i sorrisi. Ricordi il momento in cui ti ha detto "amo un'altra", "non mi sento preso come credevo di essere". Ti ricordi esattamente la sensazione che hai provato, la senti amplificata e il sangue ti ribolle nelle vene. Ricordi perfettamente, hai sentito che la schiena ti si è spezzata, gli occhi si sono dilatati, increduli, le spalle hanno perso tono. Non riesci che a guardarti i piedi e a sprofondare sempre di più in quel mare di delusione e umiliazione. Non ti sei sentita compresa. Accettata. Uno schiaffo in pieno viso. Non ti sei sentita abbastanza. Inutile. Usata e poi gettata via. Gli occhi fissi su quelle maledette scarpe sporche di ricordi.
E' la verità.
Ho visto con questi occhi tutto ciò. Davvero, io credo che ho talmente paura, sono talmente angosciata dalla sua assenza, dall'astinenza che mi provoca la sua lontananza che potrei veramente fare una cazzata, adesso. Uccidere quanto di più puro c'è fra me e lui e legarlo a me come una malattia. Come un livido, una tumescenza, aggrappati alla pelle bianca e casta. Strangolare il mio - il suo- amore per egoismo. Perché deve capire che posso esserci solo io adesso, per lui. 
Dio, che paura che mi faccio. Giuro, mi sto terrorizzando con la mia stessa anima.

domenica 6 maggio 2012

L'inizio della fine.

E' tutto concentrato
il silenzio oltre a me
quelle lacrime della donna di roccia
quella barba che mi sorride
che mi attrae
che mi fa sorridere.

Ho voglia di piangere e ho voglia di questo male tanto dolce, tanto acuto. Lascio che il sipario cali sulla scenografia di questa vita così bella, confusionaria, che mi sta sfuggendo come una giovane gazzella, a balzi leggiadri e bellissimi. Signori, la pièce sta giungendo alla sua fine, credo che tutto si concluderà con una tragedia intelligente: avrà il sipario, che sta calando su di me come una ghigliottina, tra le sue pieghe vellutate una morale che colerà su tutti noi e non ci lascerà mai soli. Scalderà il ventre freddo e sterile del futuro. Lo rianimerà, vedrete.

Signori, ho voglia di piangere. Signori, tutto morirà, capite?

Era la dolcezza degli sguardi, 
l'arrivare la mattina presto, ancora tiepidi di sonno e trovare lì pronto un fiore-sorriso da cogliere.
Era la conquista della fiducia, era l'equilibrio che ci siamo a turno donati.

Tutto muore, abbiamo raggiunto una vetta la cui visione potrebbe sembrare soltanto un sogno, con le morbide sfumature dei pastelli, ghirlande di fiori e odori da far perdere la testa. Adesso la vetta inizia a perdere la consistenza, noi ci stiamo diramando e disperdendo. Eravamo uno. Tanti che si erano ritrovati in Uno. Cielo mio, ascolta queste mie parole, esse mi sembrano banali e patetiche, il mio sentimento è troppo denso, troppo spumoso e libero per racchiuderlo in loro
.
E' dura accettare la fine. Cresceremo, vivremo le nostre vite. Continuate a ripetermi che è giusto così, ognuno dovrà diventare qualcuno e maturare. Ma che lacerazione sento dentro questo piccolo petto! E' una violenza che si consuma piano piano, ma che mi penetra e mi annienta. Il mio malessere è concreto quanto è concreto il distacco. Mi state portando via la pelle, gli occhi ed i polmoni: quella è diventata casa mia, con tutti loro, con il loro amore, con i loro grossi, troppo grossi difetti. La convivenza da forzata è diventata necessaria, per urgenza individuale. Quando non siamo insieme ci cerchiamo e quando ci troviamo il cuore sospira, si accascia alla gabbia toracica e si sente nuovamente felice: tutto a posto, falso allarme.
Con che coraggio mi chiedete di dirgli che presto, molto presto dovrà abituarsi all'assenza di tutti loro? Il suo mondo diventerà un mondo senza gravità, senza leggi fisiche a governarlo. Sarà nel più completo caos. Dovrà nuovamente trovare un equilibrio, un'altra cosa a cui aggrapparsi. Ma senza loro, senza quelle mattinate lunghe chilometri, che non finivano mai con astronomia e qualche sigaretta, tra Pasolini ed un caffè macchiato e la maglietta macchiata da portare fino al tocco. No, non ci saranno ore buco, niente più partite clandestine a pallavolo in classe, niente più cazzate. Signori, non avremo più la necessità di fare le buzzate, di entrare un'ora più tardi, di prendere 5 all'interrogazione che sapevi ti sarebbe toccata, te lo sentivi; e ovviamente non eri preparato. La corsa deve finire qui, accanto ad un foglio bianco che stupreranno scrivendoci sopra una cifra che ha la presunzione di giudicarti per tutti questi cinque anni. Non potranno mai farlo in realtà, lasciamoli sonnecchiare dentro a questa illusione, ma no, mai potranno giudicare cosa ci è successo in 5 anni. Non potranno mai indovinare che cosa ci siamo passati a vicenda, quale nettare abbiamo condiviso.

Mi mancherà tutto, dalla parete bianca sulla quale è appesa la lavagna in classe nostra al vero bene che ci siamo voluti. 


Il distacco inizia
quelle lacrime
quella barba
gli zaini e gli amori
l'eco della risata in corridoio
la dolcezza di certe spiegazioni
l'amaro di qualche delusione.


Le foglie del presente
di un albero lontano
che chiama, 
ma affonda 
le radici
nel passato.

sabato 14 aprile 2012

Contatto.

Voglio essere qualcun altro.
Magari Ale, perchè voglio sentire cosa si prova con un altro corpo a percepire una pelle estranea.
 Ma tutti i corpi hanno la stessa reazione?
Io quando sento la pelle di un'altra persona - può essere Ale, può essere un qualsiasi altro individuo - ho delle strane sensazione; occorre adesso fare delle precisazioni:

- quella di Ale è particolare, la sua pelle è una coperta che mi avvolge e mi riscalda, mi provoca brividi allo stomaco e un fuoco che si appicca a ogni parte del corpo, alle ossa, al sangue, ai capelli. E' tanto strano, a volte mi sembra di essere un'equilibrista maldestra, e di dipendere soltanto dalle vibrazioni del filo sul quale a stento mi tengo in equilibrio: quel filo è Ale. 
- La pelle di Denise: è dolce e amichevole. Sento che potrei mettermi accovacciata in quelle piccole mani e trovare un porto sicuro per il resto della vita. La sua pelle è sorridente come lei, genuina, buona.

Ma voglio parlare di pelle in generale, di persone generiche; faccio attenzione anche quando la gamba di uno sconosciuto - casualmente - sfiora la mia quando sono seduta sul pullman.
E' bello quel mettere in comune una parte di sè.
Per questo non mi piacciono le persone che subito e di scatto spezzano questo infinitesimo contatto.
Dio, siamo della stessa razza.
Il tuo corpo è come il mio.

In quel momento un frammento di storia estranea si adagia e comunica con la mia... Non è una cosa tanto tanto bella?

In fondo la serenità e il compimento della curiosità (in generale) che ci trasciniamo dietro sempre, vengono placate, soddisfatte. Basta una piccolissima scintilla di calore umano per smettere di tremare e non sentirsi più soli.


giovedì 12 aprile 2012

- Lascerei la musica, ma 'sta stronza mi fa le avances e non resisto.

Amo Caparezza.
Lo amo perchè nelle sue canzoni ci trovo sempre qualcosa di me, quello che racconta, quello che sputa in faccia al mondo è sempre qualcosa che io da sempre sentivo dentro ma che ho sempre avuto paura di dire ad alta voce: quando sento "ci sono cose che non capisco e a cui nessuno dà la minima importanza, e quando faccio una domanda mi rispondono con frasi di circostanza", so che mi ha letto dentro, eccomi lì spiattellata su un foglio bianco, mi ha racchiuso dentro una semplice frase. Amo Caparezza perchè quando lo vedo sul palco, come ieri sera, mi si sprigiona in tutto il corpo una carica pazzesca e penso "per fortuna c'è lui". Amo Caparezza perchè sono paranoica ed ossessiva fino all'abiura di me, proprio come lui. Lo amo perchè per le canzoni sue che conosco ho visto l'evoluzione che ha avuto, e lo apprezzo ancora di più perchè non ha avuto paura di sperimentare sempre cose nuove, e dal parlare dei disagi adolescenziali (che, ammettiamolo, tutti noi abbiamo percepito e di cui ci siamo vergognati almeno una volta), è approdato con "Il sogno eretico" su tematiche di attualità, ha riportato di moda la storia, il cinema, la filosofia, senza pretese o pesantezza, ma anzi con la sua solita brillantezza geniale, con ironia pungente e con un modo di fare semplice, sfrontato, rifinito con la caratteristica che ormai gli appartiene (e solamente a lui in questa maniera) da sempre: un senso goliardico, leggero, ingenuo, ma che non risparmia niente e nessuno.
Che bello ritrovare Giovanna D'Arco, Giordano Bruno, Savonarola, Galileo, Danton (tutte cose fatte passivamente dietro un banco di scuola) nella musica, personaggi che appartengono al passato riformulati per descrivere quadri o sensazioni presenti. Ecco, cari professori miei, credo che possiate imparare anche voi qualcosa da questo strampalato casco di ricci scuri, esplosivo, irriverente e libero da qualsiasi etichetta.
Amo Caparezza, perchè lo vedo come una creatura meravigliosa, complessa: lo vedo fragile, lo vedo titubante, lo vedo pieno di incertezze e disagi; ma lo vedo anche come un gigante perchè è riuscito a scavalcare la sua indole timida e introversa e ha dato sfogo a tutto il suo potenziale, al suo infinito potenziale, a quella genialità da sempre rarissima da trovare in un solo individuo.
Lo amo, perchè lo vedo come un esempio da cui imparare tanto, lo amo perchè è fantastico, lo amo, perchè è giovane ma attento a ciò che succede nel mondo, pieno di interessi, ma anche piacevolmente infantile. Lo amo perchè è il mix di leggerezza infantile e la solida consapevolezza del mondo degli adulti. Lo amo perchè quando lo ascolto io mi emoziono. Per cosa dice e per come lo dice.

lunedì 2 aprile 2012

Frammenti di vite passate, I


venerdì 7 gennaio 2011:
E camminare leggeri come gatti, sulle punte per non fare rumore e impaurire nessuno, per adagiarsi tra qualche piccola gioia che ha gli occhi velati di lacrime, in mezzo a questa trincea quotidiana. Questo è l'unico modo per sopravvivere; rischiando ed amando.
lunedì 3 gennaio 2011 alle ore 21.21:
La prima sigaretta del 2011 mi ha raschiato un po' la gola. Era il tocco e tutti stavano urlando dentro la festa. Io sono sgusciata via e ho sbattuto la testa contro il cielo,ostinatamente silenzioso. Forse qualcuno in chissà quale parte di universo stava osservando la costellazione dell'Orsa Maggiore avanzare,proprio come me, con una sigaretta in mano e un vuoto incolmabile dentro. Sei arrivato alla fine, 2011. Dobbiamo conoscerci ancora, ma ho la strana sensazione che tu sia una fottuta copia del tuo vecchio,il 2010: ancora avaro di amore.
giovedì 30 dicembre 2010:
L'innocenza può rimanere immacolata fino a quando non la si riconosce,fin quando si manifesta con la forza dell'anonimato. Appena la facciamo esitere e cerchiamo di sfiorarla,essa cessa di respirare e muore in un urlo disperato di silenzio.
mercoledì 29 dicembre 2010 alle ore 11.48:
Mi guardo dietro alle spalle e vedo una bambina con un bellissimo vestitino rosso,in piedi, che mi guarda diffidente; tiene le spalle un po' ricurve e il suo sguardo non mi dà pace. L'ho delusa, non sono diventata ciò che lei sognava tanto. E adesso mi vede, che mi dimeno fra errori e incertezze, errare senza meta senza credo senza personalità. La sua bellissima e vasta fantasia non avrebbe mai potuto concepirlo. Ho rinunciato a sogni e desideri, non ho combattuto per vivere come volevo e lei mi guarda, con la delusione che si impadronisce dei suoi meravigliosi occhioni. Vorrei poterla abbracciare e implorarle perdono ma un muro invisibile ci separa. 
...Questo è l'errore più atroce, più ignobile: mi sono dimenticata di quella bambina dagli occhi color del mare, di quali fossero i suoi grandi progetti per il futuro, l'ho lasciata appassire dentro me. Mi ritrovo adesso a scongiurare imprecando di poter tornare indietro, quando ancora quella bambina correva per i prati e rideva di niente e il suo cuore era una gazzella impertinente. Ma non ottengo risposta; rimango qui, in un angolo buio di questa cantina ammuffita a uccidermi ancora un po'.

martedì 28 dicembre 2010 alle ore 19.57:
Dove sono tutti i tuoi insegnamenti, maestro, adesso che l'amore è quasi un'utopia;
dove li metti i tuoi dotti calcoli ed i tuoi stronzi metodi quando dentro ci si prosciuga per le troppe lacrime? Forse, hai troppo poco insistito sulla passione del presente e ti sei nascosto fra le appassite date di tempi che non torneranno più. Insegnami adesso a marcire nella mia incapacità di vivere, maestro, e affoga lentamente nei tuoi errori dai quali cerchi di scappare con vigliacca miopia.
Fa freddo. Nel cuore e nell'anima.
Chiedo un po' di pace, ma Dio, tutto è congelato. Spifferi crudeli e pungenti di ricordi mal celati mi invadono la cavità profonda della speranza facendola morire ancor prima che abbia potuto avere il tempo di sbocciare. C'è solo ghiaccio dentro di me. Freddo e sterile ghiaccio.