Nonostante tutto, ho immaginato fino alla fine che con la notte saresti arrivato anche tu. Avreste condiviso lo stesso passo silenzioso e sapiente. Sarei scoppiata di gioia nel vedere te nei tuoi jeans, nella tua maglietta scolorita, e sempre con indosso un sorriso per me. Con la notte a braccetto, il tuo zaino grande sulle spalle. Saresti entrato in questa casa fin troppo silenziosa e tutto subito avrebbe cambiato aspetto: non l'avrei mai più rivista così bella, ora che c'eri tu dentro. Lo zaino sarebbe stato scaraventato da qualche parte, ci saremmo squadrati. Ci sarebbe stato un po' di silenzio da infilare nelle nostre commozioni. Tu forse saresti stato un po' traballante, per un'ultima volta avresti pensato:"e se avessi sbagliato a venire qua...", ma poi io non ce l'avrei più fatta a controllarmi, il sorriso sarebbe scappato dal covo dove lo tengo rinchiuso, di colpo ritornava alla luce, forte e fiero. Forse un po' polveroso, ma si sarebbe subito scrollato di dosso i rimasugli di certe giornate buie per gettarsi su di te. Gli mancavi molto.
Una questione di attimo, un fulmine. E ci saremmo ritrovati di nuovo in questa cucina, a prepararci qualcosa da mangiare, magari prima avremmo fatto un volo al carrefour per comprare qualche schifezza per riempire il letto di briciole, dopo. Di colpo, a tavola, con del vino, con degli occhi che per intere notti ho cercato di ridisegnare accanto a me nel letto freddo. E ridere e piangere, confessarci cose, rimanere per un attimo zitti e poi sorriderci. Come se fossimo senza tempo e senza peso. Ma le nostre essenze unite, tra dolci fusa di ricordi sbiaditi e questo istante atemporale nel quale ci saremmo relegati una volta in più. Le uniche due vere realtà saremmo state tu ed io.
La tua pelle nuda, ancora. Bianca. Tenera. Senza chiederci nè come nè perchè, semplicemente le domande non si sarebbero affacciate sulle nostre tempie, avremmo saputo entrambi che quel tempo era troppo essenziale per sprecarlo con le nostre incertezze. Quel tempo avrebbe disegnato la sagoma soltanto a noi, questo permetteva, un nostro abbraccio secolare, perpetuo, che si prolungasse oltre i confini di questo attimo rubato alla tirannia della razionalità e della logica. Saremmo stati puramente noi.
E questo gioco d'immaginazione stavolta l'ho tracciato dall'inizio alla fine. Ho bene in mente il tuo arrivo ma anche la partenza dopo una notte respirata assieme. Il ritorno alla realtà. Ma prima ci sarebbe stata un'ultima nostra parentesi. Un viaggio, col sole di mezzogiorno che ci dipingeva strane striature sulla pelle, un viaggio ancora fuori dal mondo, sebbene ci stessimo muovendo in esso per tornare nelle logiche delle rispettive vite. Un tragitto non molto lungo, ma sufficiente per colmarmi con la tua figura. Adoro mentre guidi, adoro quando ti accorgi che ti sto guardando, ricambi lo sguardo, arrossisci un poco e con un sorriso timidissimo mi chiedi:"che c'è". Io non so mai che risponderti, ho la sensazione che le parole incrinino e deformino ciò che sto provando nell'osservarti. Arriveremmo alla fine, fuori dalla porta ti fermeresti, ti gireresti, toccheresti una mia gamba e mi guarderesti, prudente. In quel momento tutto si ritira da ciò che è stato, ti sorrido, ma già diversamente, già ci siamo uniformati al mondo. Ti bacio per un'ultima volta, con i muscoli tesi, già pronta a saltare via dalla tua macchina. Quando chiudo la porta di casa mi sento più ricca: si aggiunge al mio tesoro una nostra sbandata oltre questa realtà.
Ma stavolta, nella realtà, non sarà così. Già mi sento più povera, percependo l'assenza di questo zaffiro non nato dal mio tesoro. Ho nelle orecchie conficcato il suono del frigo. Ronza. Mi uccide, nell'ombra di ciò che ho appena composto solamente con la testa.
venerdì 23 maggio 2014
giovedì 1 maggio 2014
Solitudini prudenti
Dove ho sbagliato? Ho sbagliato? Cosa c'è che non va in queste trame di pensieri disperse nel fango? Oggi mi ritrovo a tu per tu con la mia faccia: accanto a me niente e nessuno, un'effimera effige di un indagatore malizioso mi incrimina di fronte alle mie stesse condizioni: sei sola, il suo sorriso maligno mi dice.
Una solitudine a cui non ho posto rimedio. Mi lascio catturare dalla rete di queste assenze, vorrei fare qualcosa, ma cosa? Non ho abbastanza coraggio per modificare la situazione, non ho abbastanza vigliaccheria da mettermi da parte. Mugolo. Piagnucolo. Cerco la solitudine e la respingo. Senza mai risolvermi. In un giorno di festa ho deciso di preferire un effimero sguizzo di vecchie passioni (che dovrò allontanare al più presto, dovrò farlo, cristo) rispetto ad una nuova vita. La scelta sbagliata nel perfetto attimo di presunzione. Credevo di avere in mano il mondo e adesso il mondo mi volta le spalle. Il fatto è che, comunque, non riesco a stare bene in nessun modo, sola o non sola. Manca sempre un sapore sulla mia lingua. L'assenza di questo mi si fa terribilmente pesante, a stento riesco a non incrinarmi.
Una solitudine a cui non ho posto rimedio. Mi lascio catturare dalla rete di queste assenze, vorrei fare qualcosa, ma cosa? Non ho abbastanza coraggio per modificare la situazione, non ho abbastanza vigliaccheria da mettermi da parte. Mugolo. Piagnucolo. Cerco la solitudine e la respingo. Senza mai risolvermi. In un giorno di festa ho deciso di preferire un effimero sguizzo di vecchie passioni (che dovrò allontanare al più presto, dovrò farlo, cristo) rispetto ad una nuova vita. La scelta sbagliata nel perfetto attimo di presunzione. Credevo di avere in mano il mondo e adesso il mondo mi volta le spalle. Il fatto è che, comunque, non riesco a stare bene in nessun modo, sola o non sola. Manca sempre un sapore sulla mia lingua. L'assenza di questo mi si fa terribilmente pesante, a stento riesco a non incrinarmi.
martedì 8 aprile 2014
il dolore, senza possibilità di riscatto immediato
Vorrei che questo dolore finisse, subito. Che la smettesse di pungolarmi e di ferirmi mentre sono indifesa. Ci sono stati giorni in passato che lo agognavo come non mai, speravo di soffrire e patire tenacemente, perchè mi illudevo di essere diventata sterile ad ogni emozione. Non è così, e solo adesso me ne accorgo. Sarò forse la fiera dei luoghi comuni adesso, ma quanto è acuto e stringente questo pensiero adesso, mi opprime la gola. E' stupido desiderare il dolore, lo si fa sempre con una certa leggerezza, leggerezza effimera e falsa, che non racchiude mai la vera essenza di ciò che viviamo.
Un soffio di incredulità e di rabbia riesce a sradicare metri e metri di tentativi di impiantare una sola verità:"al di là di tutto, ce la possiamo fare, riusciamo ancora a resistere"". Il soffio adesso in me è forte è bufera e urla e si dimena e picchia contro i limiti-confini del corpo, non riesce a trovare uno sfogo adeguato, le perle che tentavo di preservare non esistono ed è come se non siano mai esistite. Questa impotenza...è logorante, mi brucia gli occhi mentre l'incendio dentro avvampa sempre di più, martella alle pareti della razionalità che non trova svincoli in cui salvarsi. Non ha senso. Ancora, di nuovo, non c'è un motivo che possa placarmi. Non c'è silenzio che possa curarmi, non ci sono parole che riescono a sfamarmi e a calmarmi. Vorrei chiudere gli occhi, far scomparire questo quadro a tinte troppo pesanti che mi opprime lo sguardo. Quanto è facile far fallire tutto, quanto è incredibile nell'intermezzo di un battito di ciglia cambiare completamente una situazione. Il prima adesso è un mondo distaccato dal reale, eppure era proprio la realtà che fino a pochi respiri prima stavi risucchiando in te. Quegli sguardi, quella dolcezza, quel bene forte dentro i nostri petti. Era resistito tutto ad ogni sorta di colpo basso. e puf... veniamo a ora: ora tutto è stato trascinato via violentemente,non c'è più niente a cui aggrapparsi, la vita che ho vissuto è scomparsa, con una sorta di magia perversa. E tutti quegli sforzi, tutta quella sopportazione, tutto questo mio continuo ribellarmi e crederci ancora...che fine hanno fatto? che senso hanno adesso? Banalità. Umilianti banalità di cartongesso fracassato e distrutto.
Vorrei finire di pensare, basta riflessioni, basta ricordi, basta dolori. Basta con questo malessere inconciliabile con una qualsiasi consolazione. Mi sento persa, mi sento vuota. Brancolo timidamente e senza più forze.
In che razza di posto orribile mi hai abbandonato?
Un soffio di incredulità e di rabbia riesce a sradicare metri e metri di tentativi di impiantare una sola verità:"al di là di tutto, ce la possiamo fare, riusciamo ancora a resistere"". Il soffio adesso in me è forte è bufera e urla e si dimena e picchia contro i limiti-confini del corpo, non riesce a trovare uno sfogo adeguato, le perle che tentavo di preservare non esistono ed è come se non siano mai esistite. Questa impotenza...è logorante, mi brucia gli occhi mentre l'incendio dentro avvampa sempre di più, martella alle pareti della razionalità che non trova svincoli in cui salvarsi. Non ha senso. Ancora, di nuovo, non c'è un motivo che possa placarmi. Non c'è silenzio che possa curarmi, non ci sono parole che riescono a sfamarmi e a calmarmi. Vorrei chiudere gli occhi, far scomparire questo quadro a tinte troppo pesanti che mi opprime lo sguardo. Quanto è facile far fallire tutto, quanto è incredibile nell'intermezzo di un battito di ciglia cambiare completamente una situazione. Il prima adesso è un mondo distaccato dal reale, eppure era proprio la realtà che fino a pochi respiri prima stavi risucchiando in te. Quegli sguardi, quella dolcezza, quel bene forte dentro i nostri petti. Era resistito tutto ad ogni sorta di colpo basso. e puf... veniamo a ora: ora tutto è stato trascinato via violentemente,non c'è più niente a cui aggrapparsi, la vita che ho vissuto è scomparsa, con una sorta di magia perversa. E tutti quegli sforzi, tutta quella sopportazione, tutto questo mio continuo ribellarmi e crederci ancora...che fine hanno fatto? che senso hanno adesso? Banalità. Umilianti banalità di cartongesso fracassato e distrutto.
Vorrei finire di pensare, basta riflessioni, basta ricordi, basta dolori. Basta con questo malessere inconciliabile con una qualsiasi consolazione. Mi sento persa, mi sento vuota. Brancolo timidamente e senza più forze.
In che razza di posto orribile mi hai abbandonato?
domenica 6 aprile 2014
Trai sempre qualcosa di positivo da ciò che si sta vivendo - La versione di un padre
Ti ho cresciuta sotto l'ala della dignità. Ti ho cresciuta col cuore in gola affinchè sempre (e dico sempre) ti fosse concessa la libertà di parlare, sbagliare, dire una cazzata magari, ma comunque libera di esprimerti e di sbocciare ogni qual volta tu volessi. Ti ho fatto imparare l'alfabeto del rispetto, senza però che questo riuscisse a scalfire il tuo particolare modo di osservare le cose. Ti ho abbracciato anche quando ero sempre arrabbiato con te. Quasi mai mi sono permesso di urlarti o di litigarti, solo quando l'ho reputato necessario per la tua educazione. Mai perchè non volevo farti manifestare. Ti ho cresciuta con la dolcezza di un padre innamorato, ti ho cresciuta e non c'è giorno in cui io non ringrazi Dio per avermelo concesso. Ti ho cresciuta su valori che reputo fondamentali per vivere armoniosamente con se stessi e con il resto di questo grande mondo. Non posso adesso permettere che qualcuno calpesti il tuo essere. Tu sei vissuta tra idee condivise, mai ripudiate e offese, sei cresciuta in vista di preservare per sempre il sacro diritto all'amor proprio, alla dignità che in primis deve investire noi stessi. Allontanando chi la minaccia, costringendoci a rialzarci più forti di prima, combattendo per mai restare malconci sotto parole cattive. Ti ho cresciuta per essere come il vento, impossibile da arrestare, impossibile da far morire. Voglio tu sia come le pietre di queste nostre mura medievali, voglio che il tempo ti abbellisca soltanto, ti levighi e ti lavori senza conoscere restrizioni da parte di chi invece, vuole affermarsi ed imporsi. Non voglio che la fiducia che riversi nel mondo venga macellata e fatta scomparire, voglio il più possibile farti preservare la tua ingenuità, la tua voglia di dire "così non è giusto, dobbiamo fare qualcosa". Voglio che questo sia il tuo nord, la bussola che ti permette di orientarti nel labirinto dell'esistenza. E non voglio mai che tu ti senta sola, o con le spalle al muro. Non lo sarai mai, il mio respiro è in qualche modo indissolubilmente attaccato alla tua anima, i miei occhi non smetteranno mai di vegliare su di te. C'è sempre una scelta, un qualcosa che possa cambiare le carte in tavola e che illumini nuove possibilità. Non arrenderti. Non accontentarti. Vivi. Vivi sul serio, vivi volendo ciò che stai vivendo. Sii l'artefice, il capitano, il rematore, il giudice della tua esistenza.
Sei il mio piccolo germoglio di luce.
Sei il mio piccolo germoglio di luce.
martedì 1 aprile 2014
Gli amori difficili - Italo Calvino
Potremmo essere in giro a passeggiare in una città qualunque, col caldo, mano nella mano e io dovrei accorgermi del tuo sorriso triste e allora darti un bacio o prenderti il viso e farti fare una smorfia che mimi la gioia. Sorrideresti e il mio desiderio di felicità per te sarebbe compiuto.
La verità è che i tuoi sorrisi tristi a me piacciono, perché a te stanno bene, perché li sai trattare, li sai adoperare e mettere in fila senza che rompano le righe. Se lo facessi io sarei penoso.
Questo è il punto: faccio pensieri e desidero cose nuove. Non importa cosa so. Per la prima volta, non importa.
Non so da dove vengono o come si chiamino e non potrei spiegarle a nessuno eccetto te, con un po’ di tempo, con un po’ di pause, con quei silenzi che non saprei riempire, all’inizio.
Ma potrei imparare.
Sono un pessimo romantico, lo ammetto. E’ per questo che non sono riuscito a farti innamorare. Lo so che è così.
Ho immaginato che potessi bastare io, con i miei modi normali e l’aria spavalda. Fintamente sicura. E del tempo, per spiegarti quello che manca, per farti vedere che ne sarebbe valsa la pena, alla fine.
Ho provato, che dire, a farmi scegliere. Ho sperato. Dovevo. Era una possibilità, capisci? Come fare a metterla via, a dimenticarla. Forse aspettando, forse non era il momento. Forse io e te abbiamo un altro tempo. Sono sicuro che con qualche giorno in più, ora in più, ti avrei portato via con me. E’ l’idea che almeno una volta succeda, no? Hai presente? Quell’idea invasiva e sotterranea che si inabissa o si palesa e lo fa una volta sola per tutte e se l’avverti non puoi far finta di niente se hai un po’ di senno.
Come un sibilo fluttuante e sinuoso.
A me è successo questo: non sono riuscito a fare finta di niente, non volevo, in fondo.
Non potevo far altro che cercare di portarti con me, dal profondo, per egoismo quasi, per farmi stare bene. Anche se sapevo di non potere. Anche se era rischioso. Anche se tu non vuoi, anche se, infine, la tua felicità non dipende da me.
La verità è che i tuoi sorrisi tristi a me piacciono, perché a te stanno bene, perché li sai trattare, li sai adoperare e mettere in fila senza che rompano le righe. Se lo facessi io sarei penoso.
Questo è il punto: faccio pensieri e desidero cose nuove. Non importa cosa so. Per la prima volta, non importa.
Non so da dove vengono o come si chiamino e non potrei spiegarle a nessuno eccetto te, con un po’ di tempo, con un po’ di pause, con quei silenzi che non saprei riempire, all’inizio.
Ma potrei imparare.
Sono un pessimo romantico, lo ammetto. E’ per questo che non sono riuscito a farti innamorare. Lo so che è così.
Ho immaginato che potessi bastare io, con i miei modi normali e l’aria spavalda. Fintamente sicura. E del tempo, per spiegarti quello che manca, per farti vedere che ne sarebbe valsa la pena, alla fine.
Ho provato, che dire, a farmi scegliere. Ho sperato. Dovevo. Era una possibilità, capisci? Come fare a metterla via, a dimenticarla. Forse aspettando, forse non era il momento. Forse io e te abbiamo un altro tempo. Sono sicuro che con qualche giorno in più, ora in più, ti avrei portato via con me. E’ l’idea che almeno una volta succeda, no? Hai presente? Quell’idea invasiva e sotterranea che si inabissa o si palesa e lo fa una volta sola per tutte e se l’avverti non puoi far finta di niente se hai un po’ di senno.
Come un sibilo fluttuante e sinuoso.
A me è successo questo: non sono riuscito a fare finta di niente, non volevo, in fondo.
Non potevo far altro che cercare di portarti con me, dal profondo, per egoismo quasi, per farmi stare bene. Anche se sapevo di non potere. Anche se era rischioso. Anche se tu non vuoi, anche se, infine, la tua felicità non dipende da me.
E non posso fare a meno di chiedertelo di nuovo. Solo per essere sicuro.
Verresti?
Verresti?
sabato 22 marzo 2014
Dedicato a
Questa volta la porta si è chiusa dolcemente, con un rumore di fusa. C'è stato un sorriso, mentre ho abbassato lo sguardo sul parquet, che non ho cercato di nascondere. Era un sorriso morbido, senza impegno di alcun genere. Di colore tenue.
Il mondo si è fatto meno pesante. Riesco a guardare le cose in faccia senza sentire male. Le nuvole, sebbene abbiano abbottonato ben bene l'azzurro sereno, non hanno un'aria minacciosa. Anzi. Mi danno un senso di tranquillità, il loro bianco sporco ha un che di accogliente.
Adesso non ho più paura. E' qualcosa che da tanto tempo non provavo, qualsiasi forma esistente mi impauriva. Mi faceva sentire fragile. Posso dire di avere il controllo. Dentro di me sento una vecchia presenza che fino ad ora non avevo più avvertito. Sono gli occhi di quella me che non si arrende, che sorride e ha in pugno il mondo. Questo mi riporta a sere d'estate di molti anni fa, quando mi piacevo ed ero fiera di me. Importavano poco gli altri, io mi sentivo bene. Cosa che ho perso nel crescere. Vuoi per dolori grandi, per delusioni disarmanti. Ma avevo lasciato il filo che mi univa a me stessa.
In Enten-Eller, Kierkegaard fa dire questo allo pseudonimo B:"...e se il malessere dipendesse da una causa esterna a me, io chiedo perdono per essermi fatto influenzare da quella cosa, per averle permesso di farmi soffrire". Ed eccoci adesso alla resa dei conti.
Grazie a quei tuoi occhi di esile dolcezza qualcosa si è rinvigorito a me. Grazie alle tue parole, ho ritrovato lo sguardo di quella me più giovane, ma più energica e sprezzante del mondo intero, che sa il fatto suo e questo le bastava per darsi forza. Le mie ali sono di nuovo attaccate alla schiena. Sto di nuovo guardando il mondo dall'alto, non più da un punto infinitamente basso dal quale sembra tutto schiacciante e inaccessibile.
Le parole sono importanti. Sì. Ma non per pignoleria. Sono importanti umanamente, tra individui, tra entità che entrano in contatto e si modificano, si rileggono in chiave diversa, si mescolano e contaminano.
La porta si è chiusa dolcemente. Il mio sorriso stava in piedi da solo, sicuro di sè. E i tuoi occhi mi hanno ridisegnato. Oggi è una giornata che rimane scolpita fra la volontà e l'intenzione. Fra l'amore e la comprensione.
Forse è un piccolo miracolo. Forse è giunto il momento di ricercare la luce, appena oltre queste nuvole illusorie.
Il mondo si è fatto meno pesante. Riesco a guardare le cose in faccia senza sentire male. Le nuvole, sebbene abbiano abbottonato ben bene l'azzurro sereno, non hanno un'aria minacciosa. Anzi. Mi danno un senso di tranquillità, il loro bianco sporco ha un che di accogliente.
Adesso non ho più paura. E' qualcosa che da tanto tempo non provavo, qualsiasi forma esistente mi impauriva. Mi faceva sentire fragile. Posso dire di avere il controllo. Dentro di me sento una vecchia presenza che fino ad ora non avevo più avvertito. Sono gli occhi di quella me che non si arrende, che sorride e ha in pugno il mondo. Questo mi riporta a sere d'estate di molti anni fa, quando mi piacevo ed ero fiera di me. Importavano poco gli altri, io mi sentivo bene. Cosa che ho perso nel crescere. Vuoi per dolori grandi, per delusioni disarmanti. Ma avevo lasciato il filo che mi univa a me stessa.
In Enten-Eller, Kierkegaard fa dire questo allo pseudonimo B:"...e se il malessere dipendesse da una causa esterna a me, io chiedo perdono per essermi fatto influenzare da quella cosa, per averle permesso di farmi soffrire". Ed eccoci adesso alla resa dei conti.
Grazie a quei tuoi occhi di esile dolcezza qualcosa si è rinvigorito a me. Grazie alle tue parole, ho ritrovato lo sguardo di quella me più giovane, ma più energica e sprezzante del mondo intero, che sa il fatto suo e questo le bastava per darsi forza. Le mie ali sono di nuovo attaccate alla schiena. Sto di nuovo guardando il mondo dall'alto, non più da un punto infinitamente basso dal quale sembra tutto schiacciante e inaccessibile.
Le parole sono importanti. Sì. Ma non per pignoleria. Sono importanti umanamente, tra individui, tra entità che entrano in contatto e si modificano, si rileggono in chiave diversa, si mescolano e contaminano.
La porta si è chiusa dolcemente. Il mio sorriso stava in piedi da solo, sicuro di sè. E i tuoi occhi mi hanno ridisegnato. Oggi è una giornata che rimane scolpita fra la volontà e l'intenzione. Fra l'amore e la comprensione.
Forse è un piccolo miracolo. Forse è giunto il momento di ricercare la luce, appena oltre queste nuvole illusorie.
martedì 14 gennaio 2014
Verità
Mi sporco continuamente la bocca con questa parola, gocciola dalle mie labbra come un suono di preghiera: è il mio appiglio, la mia fede ed il mio credo. Voglio Verità. Squadro il mondo in prospettiva di vederla giungere da ogni dove, come se fosse l'assicurazione al vivere bene. So bene che non è così, che anzi, Verità non è vestita di dolcezza e piacevoli forme, essa è nuda, magra, scarna. Ma è trasparente, il suo sguardo può essere duro, ma non cela cattiveria.
E' l'unica cosa che penso possa farmi sentire al sicuro. Potrebbe distruggermi. Ma è genuina. Confido in essa, perchè è alla sua semplicità che miro. Alla sua essenzialità. Non ha niente in meno o niente in più di ciò che deve essere. Chi mi parla sinceramente, avrà tutta la mia fiducia e tutta la mia capacità di ascoltare. Perchè questa morbosità per la verità? Perchè essa presuppone il coraggio: va di pari passo. La verità è lo strumento con cui ci si può redimere. Si sa che siamo fallaci, si sa di sbagliare. Dire la verità, ammettere a se stessi e di conseguenza agli altri, è il giusto contrappasso. "La verità rende liberi", è vero. Guardare una persona negli occhi, prepararsi a dirle qualcosa che la farà stare male (probabilmente), esporsi alla sua rabbia e al suo giudizio equivale a denudarsi, ad essere pronti per divenire acqua di ruscello, chiara trasparente e silenziosa. Dopo la verità nient'altro può essere detto: quel silenzio è gonfio di significato. Quel silenzio racchiude tutte le cose belle che una persona può donare: rispetto per il tuo dolore, amore, dignità, consapevolezza. La consapevolezza. Solo dopo aver preso atto si può tornare all'azione, decidere che fare, se porre rimedio, se biasimarsi o morire di vergogna. Solo dopo aver ammesso di essere fallibili.
Da qui nascono tutte le incomprensioni: siamo esseri che sbagliano, è naturale così. Ciò che ci rende "divini", non è la presunzione, la finzione di apparire perfetti, di nascondere le nostre colpe e illudersi di poterle cancellare. Il nostro essere divino sta nel rendersi conto della nostra natura, della nostra natura fallace e ammetterlo. Così ci avviciniamo alla divinità. Eterna comprensione. Di noi stessi in primis.
Questo non deve essere il presupposto su cui costruire la mediocre giustificazione che copre colpevole i nostri errori e li sminuisce. Non dobbiamo giustificarli perchè "tanto siamo destinati a sbagliare sempre". No. Tendiamo più che altro a comprenderci sempre di più, attraverso gli sbagli, ciò a cui tendiamo è la nostra felicità. I bugiardi non sono persone felici. Chi si arrende ai propri sbagli non è felice.
Chi ha il coraggio di autopunirsi denunciando le proprie debolezze si incammina verso la liberazione di se stesso e della sua felicità.
Che questo scritto rimanga su questa pagina e in me per sempre, che mi aiuti a essere meno debole e non mentire. Che vi aiuti a sentirvi meno soli e meno pessimi: avete qualcuno che condivide la vostra stessa codardia, me. Tutta l'umanità partecipa di questa colpa. Tutta l'umanità può redimersi.
A Soren e a Stè
"Ognuno di noi è Dio: è dio di se stesso."
E' l'unica cosa che penso possa farmi sentire al sicuro. Potrebbe distruggermi. Ma è genuina. Confido in essa, perchè è alla sua semplicità che miro. Alla sua essenzialità. Non ha niente in meno o niente in più di ciò che deve essere. Chi mi parla sinceramente, avrà tutta la mia fiducia e tutta la mia capacità di ascoltare. Perchè questa morbosità per la verità? Perchè essa presuppone il coraggio: va di pari passo. La verità è lo strumento con cui ci si può redimere. Si sa che siamo fallaci, si sa di sbagliare. Dire la verità, ammettere a se stessi e di conseguenza agli altri, è il giusto contrappasso. "La verità rende liberi", è vero. Guardare una persona negli occhi, prepararsi a dirle qualcosa che la farà stare male (probabilmente), esporsi alla sua rabbia e al suo giudizio equivale a denudarsi, ad essere pronti per divenire acqua di ruscello, chiara trasparente e silenziosa. Dopo la verità nient'altro può essere detto: quel silenzio è gonfio di significato. Quel silenzio racchiude tutte le cose belle che una persona può donare: rispetto per il tuo dolore, amore, dignità, consapevolezza. La consapevolezza. Solo dopo aver preso atto si può tornare all'azione, decidere che fare, se porre rimedio, se biasimarsi o morire di vergogna. Solo dopo aver ammesso di essere fallibili.
Da qui nascono tutte le incomprensioni: siamo esseri che sbagliano, è naturale così. Ciò che ci rende "divini", non è la presunzione, la finzione di apparire perfetti, di nascondere le nostre colpe e illudersi di poterle cancellare. Il nostro essere divino sta nel rendersi conto della nostra natura, della nostra natura fallace e ammetterlo. Così ci avviciniamo alla divinità. Eterna comprensione. Di noi stessi in primis.
Questo non deve essere il presupposto su cui costruire la mediocre giustificazione che copre colpevole i nostri errori e li sminuisce. Non dobbiamo giustificarli perchè "tanto siamo destinati a sbagliare sempre". No. Tendiamo più che altro a comprenderci sempre di più, attraverso gli sbagli, ciò a cui tendiamo è la nostra felicità. I bugiardi non sono persone felici. Chi si arrende ai propri sbagli non è felice.
Chi ha il coraggio di autopunirsi denunciando le proprie debolezze si incammina verso la liberazione di se stesso e della sua felicità.
Che questo scritto rimanga su questa pagina e in me per sempre, che mi aiuti a essere meno debole e non mentire. Che vi aiuti a sentirvi meno soli e meno pessimi: avete qualcuno che condivide la vostra stessa codardia, me. Tutta l'umanità partecipa di questa colpa. Tutta l'umanità può redimersi.
A Soren e a Stè
"Ognuno di noi è Dio: è dio di se stesso."
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