Mi è appena apparso nella mente il suo sorriso, insieme alla leggerezza che eravamo in grado di donarci a vicenda. Eravamo capaci anche di questo, oltre che fare discorsi da stupide depresse. Nonostante fosse la mia piccola luce nel buio più assoluto, era anche un enorme sole nelle giornate estive del cuore. Il suo sorriso era dolce. I suoi occhi diventavano più piccoli, ma brillavano. Mi prendeva in giro, mi sfotteva, io allora le prendevo la testa fra il braccio e l'avambraccio per strusciarle il pugno sopra la nuca e nel frattempo la minacciavo:"adesso passi da busseto".
Ricordo anche il suo scoppio di risata, improvviso, aggressivo, affamato di vita, di prenderla e farla sua, inglobarla a sé per sempre. Il suo riso era sfacciato, spesso presuntuoso; come lei, del resto. E questo mi piaceva davvero molto, questa spavalderia mi catturava ogni volta. Anche quando litigavamo, poi mi riconquistava con quell'aria orgogliosa e nobile. Rientravo nella sua orbita con indulgenza e allegria: la fragilità che mascherava così pomposamente mi stringeva il cuore. Non potevo che volerle bene. E gliene volevo, infatti, ogni mattina che la vedevo questo bene si auto-alimentava, ogni mattinata iniziava da una sua espressione, "che palle, oggi non ho un cazzo di voglia", "ho dormito 4 ore per studiare quelle cazzo di diapositive dimmerda"; la ascoltavo, era come un mantra...La giornata partiva davvero dalle sue parole del cazzo, il mondo da quel momento poteva iniziare un nuovo giro di giostra.
Quando penso a lei penso al suo piccolo naso, a quegli occhiali così grandi dietro ai quali si nascondeva e si difendeva dalla realtà per lei sempre troppo crudele. Li faceva ergere appena sopra le guance come una grande muraglia, come il Muro di Berlino, per una separazione netta e decisa:"dietro di loro ci sono IO, oltre c'è tutto il resto, lontano da me". La penso spesso, mi chiedo cosa diavolo stia facendo adesso, la penso spesso associata ad una parolaccia o ad una offesa. Impreco quando sento il suo nome e non riesco a trattenere una smorfia di bambina schifata.
La nostra dialettica adesso è questa, una "guerriglia" fredda, sabotaggi di riflessioni, sgambetti al suo ricordo...fatta nei tunnel sotterranei del pensiero, in profondità, dove è certo che nessuno possa capire o vedere. Le dichiaro guerra ogni pochi giorni, nella mia testa, è diventata un feticcio psichico al quale spesso comunque mi appello, anche se per associarci cose un po' poco gradevoli.
Ma stamani mi si è piantato addosso il suo sorriso, quello leggero, d'una volta, proveniente da una diversa vita, lontana. Un sorriso d'estate, verde, fresco, precario. Una piccola brezza sulla superficie vellutata del mare afoso. Le sue magliette a fiori, i suoi consigli su libri da leggere, film da vedere, sogni da realizzare. Crescere con lei è stato bello, è stato un "gioco serio" dove la posta era alta ma quasi mai considerata. Si cresceva per il piacere di crescere insieme e a fanculo tutto il resto. Potendo guardare le cose a posteriori mi rendo conto di quanto sia stato importante conoscerla, viverla, affiancarla ed allontanarla. La lontananza forzata non può scalfire quello che abbiamo racchiuso entro i nostri corpi durante quella nostra stagione di vita. Le stagioni sono fatte così, appartengono alla realtà della finitezza, sono delimitate e confinate, devono lasciare il passo alla stagione seguente che nasce ed incalza; ma sono anche cicliche.
Magari ci rincontreremo sotto una stella benevola ad un prossimo giro di giostra.
sabato 30 maggio 2015
domenica 15 marzo 2015
Lettera aperta per E. - fenomenologia di un'Amicizia
Sono contenta, mia cara amica E., di passare questi attimi fugaci con te. Attimi ritagliati con allegria e poche pretese, ricavati da un messaggio fulmineo all'ultimo momento
"Non so che faccio stasera, mi sa serata tranquilla, magari un film a casa"
"Magari vengo da te, sono sola. Così ci facciamo compagnia!"
"Vai!"
"Guardo i treni e parto!"
Alla stazione di volata, e tac! Eccoci per una strada insieme a scazzare e a ridere, mangiando qualcosa e trovandoci poi in una piazza piena di gente a bere e a raccontarci piccoli e grandi dettagli delle nostre vite.
Questa nostra amicizia è ruvida, come la realtà, condivide la sua stessa concretezza: si basa sulle piccole cose di tutti i giorni "lo sai, oggi ho fatto questo, ho incontrato Tizio e mi ha detto così!"; è spontanea, diretta, schietta. Mi verrebbe da dirti che questa amicizia è irrorata dalla vena grezza e primitiva della vita: ruggisce di un'esistenza elementare, non implicata e vincolata da chissà quali superficiali fronzoli.
Questa nostra amicizia è genuina ed ingenua, cara E.. E' cresciuta lentamente, annusandosi e conoscendosi senza fretta; si è sedimentata con piccoli passi, con calma si è portata a coscienza di se stessa: voglio dire, io non ti saprei dire quando siamo diventate amiche, tu ed io. Non dal primo giorno che ci siamo conosciute. Posso solo capire -adesso- che tanti piccoli gesti tra noi si sono come uniti, mano a mano che il tempo passava, e forse inconsapevolmente hanno generato assieme un mosaico fatto di tante piccole sfaccettature, mettendo alla luce il nostro legame. L'abbiamo presa alla larga, penso, mentre sorrido. Ripercorro l'evoluzione della mia opinione su di te,di come piano piano la tua orbita sia venuta ad avvicinarsi alla mia, mentre io ero presa dal mio privato sistema solare. E tu dal tuo. Eravamo due Soli, che erano a conoscenza dell'esistenza dell'altra stella vicino a sè, ma niente di più; finchè le nostre diverse orbite ellittiche sono entrate in contatto e si sono venute ad incrociare. All'inizio sporadicamente, ci incontravamo in alcuni punti di intersezione, quasi per caso: una battuta, una serata insieme, qualche interesse comune. Ma progressivamente questi punti d'intersezione sono diventati sempre più frequenti ed hanno allargato le proprie maglie, inglobando sempre di più le nostre rispettive vite separate. Ho iniziato a riconoscere in te qualcosa di me, ma al tempo stesso scoprivo in te volti che io non possedevo, che mi piacevano un sacco (magari, forse proprio perchè erano cose che non mi appartenevano e che quindi ancora dovevo conoscere?). Insomma, da lì tutto in discesa, ci siamo rinvigorite sempre più. Sei diventata la mia buona compagna agli aperitivi, alle cene e alle conseguenti sbronze, alle feste e ai concerti. Per libri e per mostre. Compagna di americani e di Zibibbo, testimone di felicità, malesseri, idee, opinioni, credenze, sentimenti, cazzate, parolacce, brutti odori e brutte figure.
Ci abbiamo messo un po', ad incontrarci sul serio. Ma ti dico che anche questa cosa ha la sua bellezza, non abbiamo cercato di costruire a tutti i costi un rapporto, piuttosto gli abbiamo dato la possibilità di nascere, il tempo di farsi e di farsi riconoscere. Ha messo le radici spontaneamente, senza che nessuno lo istigasse a fare niente. Non credi che questo sia bello così?
Magari è proprio da questo percorso che deriva la "realisticità" del nostro legame. Non ho bisogno di dimostrarmi più di quel che sono con te, non c'è necessità di maschera, nel nostro piccolo teatro di varietà, posso muovermi come meglio credo e con naturalità; a limite mi pigli per il culo e bona! Una risata insieme e via, quando ci prendiamo troppo sul serio; e si continua ad andare avanti.
Ovunque siamo, comunque vicine.
Sei forte, E. .
"Non so che faccio stasera, mi sa serata tranquilla, magari un film a casa"
"Magari vengo da te, sono sola. Così ci facciamo compagnia!"
"Vai!"
"Guardo i treni e parto!"
Alla stazione di volata, e tac! Eccoci per una strada insieme a scazzare e a ridere, mangiando qualcosa e trovandoci poi in una piazza piena di gente a bere e a raccontarci piccoli e grandi dettagli delle nostre vite.
Questa nostra amicizia è ruvida, come la realtà, condivide la sua stessa concretezza: si basa sulle piccole cose di tutti i giorni "lo sai, oggi ho fatto questo, ho incontrato Tizio e mi ha detto così!"; è spontanea, diretta, schietta. Mi verrebbe da dirti che questa amicizia è irrorata dalla vena grezza e primitiva della vita: ruggisce di un'esistenza elementare, non implicata e vincolata da chissà quali superficiali fronzoli.
Questa nostra amicizia è genuina ed ingenua, cara E.. E' cresciuta lentamente, annusandosi e conoscendosi senza fretta; si è sedimentata con piccoli passi, con calma si è portata a coscienza di se stessa: voglio dire, io non ti saprei dire quando siamo diventate amiche, tu ed io. Non dal primo giorno che ci siamo conosciute. Posso solo capire -adesso- che tanti piccoli gesti tra noi si sono come uniti, mano a mano che il tempo passava, e forse inconsapevolmente hanno generato assieme un mosaico fatto di tante piccole sfaccettature, mettendo alla luce il nostro legame. L'abbiamo presa alla larga, penso, mentre sorrido. Ripercorro l'evoluzione della mia opinione su di te,di come piano piano la tua orbita sia venuta ad avvicinarsi alla mia, mentre io ero presa dal mio privato sistema solare. E tu dal tuo. Eravamo due Soli, che erano a conoscenza dell'esistenza dell'altra stella vicino a sè, ma niente di più; finchè le nostre diverse orbite ellittiche sono entrate in contatto e si sono venute ad incrociare. All'inizio sporadicamente, ci incontravamo in alcuni punti di intersezione, quasi per caso: una battuta, una serata insieme, qualche interesse comune. Ma progressivamente questi punti d'intersezione sono diventati sempre più frequenti ed hanno allargato le proprie maglie, inglobando sempre di più le nostre rispettive vite separate. Ho iniziato a riconoscere in te qualcosa di me, ma al tempo stesso scoprivo in te volti che io non possedevo, che mi piacevano un sacco (magari, forse proprio perchè erano cose che non mi appartenevano e che quindi ancora dovevo conoscere?). Insomma, da lì tutto in discesa, ci siamo rinvigorite sempre più. Sei diventata la mia buona compagna agli aperitivi, alle cene e alle conseguenti sbronze, alle feste e ai concerti. Per libri e per mostre. Compagna di americani e di Zibibbo, testimone di felicità, malesseri, idee, opinioni, credenze, sentimenti, cazzate, parolacce, brutti odori e brutte figure.
Ci abbiamo messo un po', ad incontrarci sul serio. Ma ti dico che anche questa cosa ha la sua bellezza, non abbiamo cercato di costruire a tutti i costi un rapporto, piuttosto gli abbiamo dato la possibilità di nascere, il tempo di farsi e di farsi riconoscere. Ha messo le radici spontaneamente, senza che nessuno lo istigasse a fare niente. Non credi che questo sia bello così?
Magari è proprio da questo percorso che deriva la "realisticità" del nostro legame. Non ho bisogno di dimostrarmi più di quel che sono con te, non c'è necessità di maschera, nel nostro piccolo teatro di varietà, posso muovermi come meglio credo e con naturalità; a limite mi pigli per il culo e bona! Una risata insieme e via, quando ci prendiamo troppo sul serio; e si continua ad andare avanti.
Ovunque siamo, comunque vicine.
Sei forte, E. .
lunedì 26 gennaio 2015
Vaghezza e Relatività
Io vorrei chiudere in una teca il languore che mi porto stretto nel cuore. Avvinghiato fra le fibre di questo muscolo, fa più male per il fatto di non poterlo esprimere, di non poterlo sciogliere da me e guardarlo da un punto esterno, che per il suo essere in sè. E' inglobato in me e così c'è sempre una parte che mi sfugge. Invece sarebbe bello chiuderlo appunto in una teca, lasciarlo splendere lì dentro, farlo stare lì come prova, come conferma. Io provo questo, vedete?
Non vorrei sempre portarmelo appresso, a volte vorrei esserne libera: scorrazzare per piccoli sentieri da sola,senza la presenza di questo sentimento sempre avvinto a me. Mi piacerebbe assaporare molte cose senza la sua ombra. Ma nutro il sospetto che sia una parte di me inscindibile. Forse, senza di lui, non sarei io così.
Sarei altro,
Le mani un poco mi tremano.
Ho tanti pensieri in testa, Che si confondo e si fondono tra di loro, originando bizzarre chimere mai viste prime. Vorrei che in situazioni come queste ci fosse un'azione ben precisa che disinnescasse tutto questo lavorio di testa, Non so, per esempio chiudere gli occhi, fare due respiri e...ecco fatto, tutto si dissolve. La mente non deve più crogiolarsi in vicoli ciechi. Sarebbe bello, avere il controllo di sè, Potersi davvero fermare, chiudere la strada ai pensieri, disconnettersi da soli. Riavviarsi.
Non vorrei sempre portarmelo appresso, a volte vorrei esserne libera: scorrazzare per piccoli sentieri da sola,senza la presenza di questo sentimento sempre avvinto a me. Mi piacerebbe assaporare molte cose senza la sua ombra. Ma nutro il sospetto che sia una parte di me inscindibile. Forse, senza di lui, non sarei io così.
Sarei altro,
Le mani un poco mi tremano.
Ho tanti pensieri in testa, Che si confondo e si fondono tra di loro, originando bizzarre chimere mai viste prime. Vorrei che in situazioni come queste ci fosse un'azione ben precisa che disinnescasse tutto questo lavorio di testa, Non so, per esempio chiudere gli occhi, fare due respiri e...ecco fatto, tutto si dissolve. La mente non deve più crogiolarsi in vicoli ciechi. Sarebbe bello, avere il controllo di sè, Potersi davvero fermare, chiudere la strada ai pensieri, disconnettersi da soli. Riavviarsi.
Mio Dio, sto davvero invidiando i computer?
Ma cosa posso fare...mi ritrovo su percorsi che ho già affrontato, sia mentalmente che realmente. Ma in realtà non c'è davvero un bel niente che è simile a qualcosa. Ogni esperienza diventa unica, sebbene coincida il suo destino con altre già passate. Ma sto cercando di stupirmi e mettermi a freno, cerco di fare uno sforzo. Vorrei poter di nuovo ripiombare in un un grembo pacato e stabile: mi accorgo che è una stupidaggine, non sarebbe per davvero così. Dovrei tapparmi gli occhi per vederlo e percepirlo in questa maniera. E che paradosso è vedere una cosa con gli occhi chiusi, sfrattati dal trono che gli spetta?
Mi bruciano gli occhi. mi bruciano le labbra. Non ho lasciato tregua nè agli uni nè alle altre.
Faccio un respiro profondo. A farmi compagnia solo la lancetta dei secondi, che inarrestabile schiocca perpetuamente, Mi fa quasi stare meglio, la sua continuità mi distende. Niente strappi, niente aspettative deluse: continua il suo inutile tragitto quella lancetta, che ha la grande responsabilità di scandire la mia vita e quella di chiunque ci entri in contatto. Ma lancetta non ha cervello e impulsi nervosi, non sente il peso di questa responsabilità.
Ma cosa posso fare...mi ritrovo su percorsi che ho già affrontato, sia mentalmente che realmente. Ma in realtà non c'è davvero un bel niente che è simile a qualcosa. Ogni esperienza diventa unica, sebbene coincida il suo destino con altre già passate. Ma sto cercando di stupirmi e mettermi a freno, cerco di fare uno sforzo. Vorrei poter di nuovo ripiombare in un un grembo pacato e stabile: mi accorgo che è una stupidaggine, non sarebbe per davvero così. Dovrei tapparmi gli occhi per vederlo e percepirlo in questa maniera. E che paradosso è vedere una cosa con gli occhi chiusi, sfrattati dal trono che gli spetta?
Mi bruciano gli occhi. mi bruciano le labbra. Non ho lasciato tregua nè agli uni nè alle altre.
Faccio un respiro profondo. A farmi compagnia solo la lancetta dei secondi, che inarrestabile schiocca perpetuamente, Mi fa quasi stare meglio, la sua continuità mi distende. Niente strappi, niente aspettative deluse: continua il suo inutile tragitto quella lancetta, che ha la grande responsabilità di scandire la mia vita e quella di chiunque ci entri in contatto. Ma lancetta non ha cervello e impulsi nervosi, non sente il peso di questa responsabilità.
Forse è una di quelle cose che mi può vedere come un teca, dove resta avvinghiato un languore che splende.
Grazie, relatività: mi fai passare da invidiare un computer ad invidiare un'esile lancetta di un comunissimo orologio da muro.
Grazie, relatività: mi fai passare da invidiare un computer ad invidiare un'esile lancetta di un comunissimo orologio da muro.
mercoledì 7 gennaio 2015
E' a te che parlo
Davvero stavolta sarà la volta buona?
Davvero riuscirò a lasciarti scivolare via con dolcezza dalle mani senza ripensamenti? Come i piccoli granelli di sabbia di una spiaggia ormai esistente solo nella memoria?
Sarà difficile concludere con dignità dopo tutto quello che è stato, con libertà pacata.
Risulterà complicato non far vincere i piccoli capricci, fiori di dolci piante d'abitudine preziosa.
Quasi impossibile sarà resistere senza le consolazioni che ci donavamo, le pelli che si scambiavano.
Ridere per nulla, ridere nel cuore della notte per le frasi che non articolavo bene. E per le tue stupide battute.
Riusciremo veramente ad esserci comunque, l'uno per l'altro senza farci del male?
Ma l'immaginazione non ha confini, e io voglio immaginare che io e te saremo la contraddizione, il paradosso di questa legge di natura dei rapporti umani; di noi spero si dirà che ci siamo tanto fatti bene, e poi tanto, tanto male, ma.... Ma ancora conserviamo gelosamente l'uno i tratti caratteristici dell'altro dentro la nostra profondità e che ancora ne parliamo, di questi abissi che ci portiamo dietro con fatica. Non sarà tabù ricordarmi e ricordarti con finissima malinconia i giorni passati l'uno a fianco dell'altro, non sarà tabù raccontarmi e raccontarti come sono i miei giorni ora che sono senza di te, che sapore ha questa vita senza di te. Di noi vorrei tanto che si dicesse "si sono fatti molto bene e poi molto male. Ma ancora si parlano come esseri umani che si son conosciuti da molto vicino".
Davvero riuscirò a lasciarti scivolare via con dolcezza dalle mani senza ripensamenti? Come i piccoli granelli di sabbia di una spiaggia ormai esistente solo nella memoria?
Sarà difficile concludere con dignità dopo tutto quello che è stato, con libertà pacata.
Risulterà complicato non far vincere i piccoli capricci, fiori di dolci piante d'abitudine preziosa.
Quasi impossibile sarà resistere senza le consolazioni che ci donavamo, le pelli che si scambiavano.
Ridere per nulla, ridere nel cuore della notte per le frasi che non articolavo bene. E per le tue stupide battute.
Riusciremo veramente ad esserci comunque, l'uno per l'altro senza farci del male?
Riusciremo a parlarci e a non vedere l'amore esplodere sotto le pupille? O meglio, riuscirà l'amore ad arginarsi e a non scoppiare nei nostri occhi?
Riusciremo mai ad essere amici, compagni fedeli di segreti, magari di segreti d'amore... Riusciremo a non desiderarci, a viverci sotto pelle diversa rispetto a quelle con cui abbiamo imparato a conoscerci fino nella più oscena ed estremamente dolce intimità?
Il nostro abbraccio sarà capace di mutar forma e adattarsi agli abiti più stretti di un'amicizia?
Riusciremo mai ad essere amici, compagni fedeli di segreti, magari di segreti d'amore... Riusciremo a non desiderarci, a viverci sotto pelle diversa rispetto a quelle con cui abbiamo imparato a conoscerci fino nella più oscena ed estremamente dolce intimità?
Il nostro abbraccio sarà capace di mutar forma e adattarsi agli abiti più stretti di un'amicizia?
Ho sempre detestato il fatto della regressione del rapporto, ogni volta che ci lasciamo con qualcuno a cui abbiamo voluto un forte bene: si riazzera tutto, ci hai parlato di cose che ti vergogni ad ammettere a te stessa, gli hai confidato brutte azioni, ci hai condiviso le più forti felicità, lo hai immerso nel tuo mondo e nei tuoi sogni e poi...puff, ci si lascia e resta solo lo spazio per un'ingombrante ed imbarazzante indifferenza. Sai come sono i suoi occhi al mattino, ancora stropicciati dai sogni, ma non ci parli più. I suoi ritmi quotidiani, hai imparato i suoi modi di dire ed i suoi toni: hai scoperto i suoi umori, come li manifesta e come li cela. Quella persona si è aperta in un universo davanti a te fino a pochi istanti fa, adesso è un muro ermetico su cui hai l'obbligo del veto dell'indifferenza. Devi astenerti.
Ma l'immaginazione non ha confini, e io voglio immaginare che io e te saremo la contraddizione, il paradosso di questa legge di natura dei rapporti umani; di noi spero si dirà che ci siamo tanto fatti bene, e poi tanto, tanto male, ma.... Ma ancora conserviamo gelosamente l'uno i tratti caratteristici dell'altro dentro la nostra profondità e che ancora ne parliamo, di questi abissi che ci portiamo dietro con fatica. Non sarà tabù ricordarmi e ricordarti con finissima malinconia i giorni passati l'uno a fianco dell'altro, non sarà tabù raccontarmi e raccontarti come sono i miei giorni ora che sono senza di te, che sapore ha questa vita senza di te. Di noi vorrei tanto che si dicesse "si sono fatti molto bene e poi molto male. Ma ancora si parlano come esseri umani che si son conosciuti da molto vicino".
Ecco, questo mi renderebbe felice. Questa è la mia nuova utopia.
Non sono sicura di riuscire a sostenerla io per prima, è difficile adattare la realtà ad un ideale senza distruggerla trasformandola in altro,
ma vorrei tanto poter provare a tenere comunque a me vicino il tuo bel sorriso.
sabato 27 dicembre 2014
Elogio alla pazienza (ed alla bellezza), I
"E' difficile spiegare quello che anch'io non so capire." (L. B.)
Ma devo parlare di quei suoi occhi enormi e belli, di quei nei e di quelle labbra, del mio brivido irrazionale se mi guarda come ha già fatto. Ho la necessità di esorcizzare quello che con coraggio mi ha sbattuto in faccia, io devo arginare e difendermi. Devo, perchè è solo uno straccio, è solo un'intuizione che non ha una forma vera e propria. Devo.
Ma lasciatemi almeno questo spazio per raccogliere una manciata di parole ed uscire da questo "devo": voglio affondare, almeno su questo schermo, il dito in questa mia piaga e lasciarla sgorgare in piena libertà, senza il peso di alcuna necessità.
C'è che amo la bellezza quando è nascosta, quando riesco a intravederla piano piano, mi piace lasciarle il tempo di manifestarsi, quando non è propriamente immediata (e magari è superficiale). Mi piace seguire le sue tracce, come un piccolo segugio, darle tempo per definire i suoi importanti dettagli, starle dietro ma senza stressarla. Non mi piace quando è sgualcita per la troppa fretta di scoprirsi. Per la bellezza ci vuole tempo, e la pazienza di non farsi bastare il primo sguardo frettoloso. La bellezza la vedo come un nucleo intimo, che sta nel luogo più riparato e protetto di ogni cosa: la bellezza sta in profondità.
La conoscenza deve calarsi quindi nei meandri di ogni suo oggetto, se vi ci vuole scorgere del bello.
Mi piace pensarmi come una pescatrice di bellezza, che paziente attenda sulla sua silenziosa barca che essa abbocchi al suo amo. E' la bellezza che viene a noi, non il contrario. Che si presenta, che si lascia vedere. Se solo glielo lasciamo fare.
E dunque, anche stavolta, l'ho trovata. Mi si è schiusa con tutta la forza e la potenza che solo la musica ha: si è manifestata magnificamente, con sguardi magnetici ed ammalianti su un tappeto di note; a tal modo da farmi vacillare, da portare il mio cervello a corrompersi e fare pensieri distorti. Lo ammetto, ho fantasticato sui suoi impulsi, ed è stato sbagliato perchè al bellezza se si cristallizza diventa qualcosa di diverso da sè; si stravolge. Perchè immediatamente lei non può che offrire un piccolo spicchio dell'oggetto ed anche di sè. Ed ecco, quindi la bellezza è intuizione, un fulmine che folgora i neuroni un attimo, ma nell'attimo dopo si estingue e non lascia che una vaga sensazione. Non si può subito poter credere di aver capito la bellezza; c'è bisogno di un altro fulmine in altro momento e in altro ambiente, e poi di un altro e un altro e un altro... Miss Beauty ha note jazz come vestiti, incomprensibili al primo ascolto, ma che ti lasciano attonito. Ed i vestiti sono solo il primo assaggio, solo la prima lieve - ma potente per te che ne benefici- scossa che può offrire. Sei disorientato, ma non è il momento di cristallizzarsi su questo primo guizzo.
Ed ecco perchè accetto con calma quegli occhi magnetici, che cerco di sminuire l'elettricità di quelle labbra oggettivamente belle che mi attrarrebbero all'istante e che hanno rischiato di farmi inciampare sul più bello. Un verde chiaro ha indirizzato lo sguardo su di me da troppo vicino, parole troppo dirette hanno trovato il modo di incunearsi nello spiraglio di una porta interna lasciata semichiusa. una camicia bianca mi ha fatto sorridere con malizia. Il resto non posso trascinarlo qui, avrebbe la meglio la prima visione fulminea e confusa di questa nuova bellezza appena scovata.
Ma devo parlare di quei suoi occhi enormi e belli, di quei nei e di quelle labbra, del mio brivido irrazionale se mi guarda come ha già fatto. Ho la necessità di esorcizzare quello che con coraggio mi ha sbattuto in faccia, io devo arginare e difendermi. Devo, perchè è solo uno straccio, è solo un'intuizione che non ha una forma vera e propria. Devo.
Ma lasciatemi almeno questo spazio per raccogliere una manciata di parole ed uscire da questo "devo": voglio affondare, almeno su questo schermo, il dito in questa mia piaga e lasciarla sgorgare in piena libertà, senza il peso di alcuna necessità.
C'è che amo la bellezza quando è nascosta, quando riesco a intravederla piano piano, mi piace lasciarle il tempo di manifestarsi, quando non è propriamente immediata (e magari è superficiale). Mi piace seguire le sue tracce, come un piccolo segugio, darle tempo per definire i suoi importanti dettagli, starle dietro ma senza stressarla. Non mi piace quando è sgualcita per la troppa fretta di scoprirsi. Per la bellezza ci vuole tempo, e la pazienza di non farsi bastare il primo sguardo frettoloso. La bellezza la vedo come un nucleo intimo, che sta nel luogo più riparato e protetto di ogni cosa: la bellezza sta in profondità.
La conoscenza deve calarsi quindi nei meandri di ogni suo oggetto, se vi ci vuole scorgere del bello.
Mi piace pensarmi come una pescatrice di bellezza, che paziente attenda sulla sua silenziosa barca che essa abbocchi al suo amo. E' la bellezza che viene a noi, non il contrario. Che si presenta, che si lascia vedere. Se solo glielo lasciamo fare.
E dunque, anche stavolta, l'ho trovata. Mi si è schiusa con tutta la forza e la potenza che solo la musica ha: si è manifestata magnificamente, con sguardi magnetici ed ammalianti su un tappeto di note; a tal modo da farmi vacillare, da portare il mio cervello a corrompersi e fare pensieri distorti. Lo ammetto, ho fantasticato sui suoi impulsi, ed è stato sbagliato perchè al bellezza se si cristallizza diventa qualcosa di diverso da sè; si stravolge. Perchè immediatamente lei non può che offrire un piccolo spicchio dell'oggetto ed anche di sè. Ed ecco, quindi la bellezza è intuizione, un fulmine che folgora i neuroni un attimo, ma nell'attimo dopo si estingue e non lascia che una vaga sensazione. Non si può subito poter credere di aver capito la bellezza; c'è bisogno di un altro fulmine in altro momento e in altro ambiente, e poi di un altro e un altro e un altro... Miss Beauty ha note jazz come vestiti, incomprensibili al primo ascolto, ma che ti lasciano attonito. Ed i vestiti sono solo il primo assaggio, solo la prima lieve - ma potente per te che ne benefici- scossa che può offrire. Sei disorientato, ma non è il momento di cristallizzarsi su questo primo guizzo.
Ed ecco perchè accetto con calma quegli occhi magnetici, che cerco di sminuire l'elettricità di quelle labbra oggettivamente belle che mi attrarrebbero all'istante e che hanno rischiato di farmi inciampare sul più bello. Un verde chiaro ha indirizzato lo sguardo su di me da troppo vicino, parole troppo dirette hanno trovato il modo di incunearsi nello spiraglio di una porta interna lasciata semichiusa. una camicia bianca mi ha fatto sorridere con malizia. Il resto non posso trascinarlo qui, avrebbe la meglio la prima visione fulminea e confusa di questa nuova bellezza appena scovata.
venerdì 12 dicembre 2014
un'inflazione di "Vorrei"
Vorrei non fosse così difficile
Vorrei fosse più facile
Vorrei che non facesse così male
Vorrei chiudere gli occhi e far scomparire tutto
Vorrei chiederti tutti i miei perchè
Vorrei tu mi sapessi rispondere
Vorrei che questo sole malato scaldasse forte ogni mia cicatrice
Vorrei poter pensare di non aver sofferto invano
Vorrei non sentirmi umiliata
Vorrei essere più decisa
Non vorrei dover scegliere
Vorrei che fosse notte e vedere solo le lucine dell'albero di Natale
Vorrei sentirmi un po' meno spenta
e un po' più sicura
Vorrei che nevicasse
Vorrei non mi chiedesse niente
Vorrei piangere
Vorrei poter avere il cuore leggero e ridere
Vorrei che mi capisse dallo sguardo che trova nei miei occhi
Non vorrei scrivere
Vorrei farlo per tutta la vita
Vorrei trovarti ancora la mattina di Natale dentro uno di quei tuoi maglioni grandi e morbidi di casa, col sorriso che a stento si contiene sul tuo viso.
Vorrei fosse andata diversamente
Vorrei essere cresciuta con te al mio fianco
Vorrei essere più magra, più alta, più educata, più fine, più posata, più leggera
Vorrei la sua amicizia indietro
Vorrei il suo amore indietro
Vorrei un abbraccio di mio padre adesso
Vorrei la voce calda di mia nonna adesso
Vorrei un sorriso dolce da mio fratello
Vorrei un cappuccino con un fiore disegnato sulla schiuma
Vorrei essere a Parigi
Vorrei poter parlare tante lingue e sentirmi capita da tutti
Vorrei non essere bovarista
Vorrei non avere aspettative
Vorrei non sperare in cose impossibili
Vorrei morire
Vorrei vivere fino a 100 e passa anni, con le ossa stanche ma il cuore pieno di commozione
Vorrei poterti dire:"Grazie"
Vorrei non essere così, ma mi rendo conto che mi amo anche così
Vorrei non avere i difetti che ho, ma mi rendo conto che li amo comunque
Vorrei respirare l'odore di pineta dopo la pioggia
Vorrei cantare
Vorrei recitare
Vorrei reclamare
Vorrei ricamare
come fa mia nonna
E nel frattempo parlare
Di te, di me, di loro, del governo ladro, della difficoltà dei sentimenti, della difficoltà dei ragionamenti
Vorrei filosofeggiare
Vorrei dialogare con Socrate
Vorrei ascoltare le barzellette di Kant direttamente da Kant
Vorrei vestirmi con il pensiero umano, accarezzare gli aforismi dei filosofi sulla mia pelle
Vorrei meno seghe mentali
Vorrei meno angoscia
Vorrei il Romanticismo
e poi l'Illuminismo
Vorrei rendere meno opprimente l'esistenza a Schopenhauer
Vorrei fosse meno fugace la felicità
Vorrei che la scienza s'innamorasse della letteratura
Vorrei che la letteratura si struggesse per la scienza
Vorrei armonizzare gli opposti
Vorrei riuscire ad essere coerente
Vorrei mettere in atto il mio dovere etico
e non sbagliare mai.
Vorrei non dover chiedere scusa
Vorrei non ferire nessuno mai
Vorrei sapere cosa mi succede, cosi ti succede, cosa gli succede, cosa le succede,
cosa ci succede, cosa vi succede, cosa succede loro.
Vorrei essere la coscienza del mondo.
venerdì 5 dicembre 2014
Molteplicità
Occhi chiari di uno sguardo deciso, sorrisi che sbocciano come fiori ed io piccola ape impaziente di tuffarmi fra enormi petali e affondare nella sete del tenero polline.
Firenze, il concerto, amicizie che non crollano, piccoli pensieri di persone gentili, calde note che infiammano i polmoni, la solitudine libera, leggera, piacevole.
Sudore, fatica, dolori muscolari, odore di polvere, odore di adrenalina, un sacco per scaricare le tensioni, un compagno per prendersi un attimo di pausa e ridere come bambini scoperti ad architettare qualche scherzetto maligno. Voci che ti incalzano, provocano per incoraggiare. La liberazione della testa da tutti i soliti pensieri.
Pisa, la solitudine non del tutto voluta, la timidezza, la colpa, la presunta colpa, il bianco ed il verde di Piazza dei Miracoli, fughe clandestine, foglie che cadono, la pioggia violenta, la pioggia leggera, un libro, un film, una serie televisiva. E poi lo scoppio della vita, vino, birra, sigarette e super alcolici legati assieme da sussulti, risa fragorose, confessioni, condizioni, confidenze vere, confidenze false, lottare per resistere, voler morire per smettere di resistere,
Situazioni maldestre, sguardi che a stento reprimono disprezzo e intolleranza, occhi in fiamme, un passato che a stento riesco a rintracciare, un presente che non reputavo possibile, una lontananza dura e fredda come ghiaccio, silenzi fatti di orgoglio e pregiudizi, parole essiccate e morte nelle nostre gole. E nessuno sta a rivendicarle.
Quante strade e quanti deragliamenti. Quante sensazioni si provano contemporaneamente, anche se sono contraddittorie fra loro? Quante vite viviamo in questa nostra generica vita? Per quante cose moriamo e per quante altre ringraziamo di essere sempre qua, nonostante tutto? Cosa siamo? Chi siamo? A cosa tendiamo? C'è qualcosa a cui tendere? E perchè? Perchè siamo qua?
Io a volte provo la sensazione di non essere io. Sembra assurdo. In passato, quando ero più piccola, mi capitava spesso. Adesso è da tanto che io sono io, e forse per questo il rigetto verso di me è più pesante.
Succedeva alle volte che nel mentre facevo un qualcosa, io mi distaccassi da me. Cioè, dal mio corpo, non mi vedevo dall'esterno, ma la sensazione era quella. Era spaesamento forse, ma non mi riconoscevo più in quel sinolo di materia e forma che mi costituiva e mi costituisce tutt'ora; pensavo:"questa non sono io". Ma questo non mi terrorizzava. Continuavo a fare ciò che stavo facendo, ma ero anche fuori di me. Mi piaceva questo sdoppiamento, scrutarmi da un punto di vista esterno. Mi divertivano questi momenti, mi piacevano. Stavo in pace, quasi come se capissi che alla fin fine...che importa affannarsi, tediarsi con i soliti problemi esistenzialisti, entrare in fissa con paure che diventano quasi fobie... Mi bastava uno di quegli attimi e tutto diventava più minuto, meno importante. Ma non futile. Semplicemente diverso dal mio solito modo di contemplare e osservare.
Ero bambina. Ora probabilmente iper-interpreto, ma la sensazione di questa cosa che succedeva ha la stessa consistenza dell'atmosfera di casa, calda, rasserenante, mite. Ecco, quella sensazione mi mitigava.
Non so perchè sto scrivendo questo, non ero partita con questo intento. Oltretutto era da veramente tanto tempo che non ci ripensavo. Questi ricordi mi sono caduti addosso come neve.
Mi viene in mente "Il mondo di Sofia", il libro che lo stesso autore chiama "romanzo sulla storia della filosofia", quando Alberto Knox -il filosofo- parla alla piccola Sofia di Hume (guarda un po', proprio lui adesso sto studiando) il quale, sebbene incentri la sua filosofia sull'esperienza (unico strumento per la conoscenza concesso all'uomo), riesce a non farsi fagocitare dalla sua stessa teoria e mantiene sempre un punto di vista comunque esterno e non dato per scontato: solo perchè attraverso l'esperienza si è conosciuto sempre un evento nello stesso modo, non è detto che in futuro esso non si manifesti differentemente. O che se ne presenti un altro, al posto suo. Siccome abbiamo sempre visto corvi neri, non è per questo giustificato avere la presunzione di poter affermare che non esistono (o possano esistere) corvi bianchi. Anzi....
"Questo romanzo è di chiunque si trova aggrappato ai peli del coniglio bianco tirato fuori dal cilindro dell’universo e non vuole scendere giù, non vuole abbandonarsi al sonno dell’ignoranza. Ma anche di chi, magari sbeffeggiato da tutti, continua a cercare un corvo bianco, l’eccezione che non conferma la regola..."
Firenze, il concerto, amicizie che non crollano, piccoli pensieri di persone gentili, calde note che infiammano i polmoni, la solitudine libera, leggera, piacevole.
Sudore, fatica, dolori muscolari, odore di polvere, odore di adrenalina, un sacco per scaricare le tensioni, un compagno per prendersi un attimo di pausa e ridere come bambini scoperti ad architettare qualche scherzetto maligno. Voci che ti incalzano, provocano per incoraggiare. La liberazione della testa da tutti i soliti pensieri.
Pisa, la solitudine non del tutto voluta, la timidezza, la colpa, la presunta colpa, il bianco ed il verde di Piazza dei Miracoli, fughe clandestine, foglie che cadono, la pioggia violenta, la pioggia leggera, un libro, un film, una serie televisiva. E poi lo scoppio della vita, vino, birra, sigarette e super alcolici legati assieme da sussulti, risa fragorose, confessioni, condizioni, confidenze vere, confidenze false, lottare per resistere, voler morire per smettere di resistere,
Situazioni maldestre, sguardi che a stento reprimono disprezzo e intolleranza, occhi in fiamme, un passato che a stento riesco a rintracciare, un presente che non reputavo possibile, una lontananza dura e fredda come ghiaccio, silenzi fatti di orgoglio e pregiudizi, parole essiccate e morte nelle nostre gole. E nessuno sta a rivendicarle.
Quante strade e quanti deragliamenti. Quante sensazioni si provano contemporaneamente, anche se sono contraddittorie fra loro? Quante vite viviamo in questa nostra generica vita? Per quante cose moriamo e per quante altre ringraziamo di essere sempre qua, nonostante tutto? Cosa siamo? Chi siamo? A cosa tendiamo? C'è qualcosa a cui tendere? E perchè? Perchè siamo qua?
Io a volte provo la sensazione di non essere io. Sembra assurdo. In passato, quando ero più piccola, mi capitava spesso. Adesso è da tanto che io sono io, e forse per questo il rigetto verso di me è più pesante.
Succedeva alle volte che nel mentre facevo un qualcosa, io mi distaccassi da me. Cioè, dal mio corpo, non mi vedevo dall'esterno, ma la sensazione era quella. Era spaesamento forse, ma non mi riconoscevo più in quel sinolo di materia e forma che mi costituiva e mi costituisce tutt'ora; pensavo:"questa non sono io". Ma questo non mi terrorizzava. Continuavo a fare ciò che stavo facendo, ma ero anche fuori di me. Mi piaceva questo sdoppiamento, scrutarmi da un punto di vista esterno. Mi divertivano questi momenti, mi piacevano. Stavo in pace, quasi come se capissi che alla fin fine...che importa affannarsi, tediarsi con i soliti problemi esistenzialisti, entrare in fissa con paure che diventano quasi fobie... Mi bastava uno di quegli attimi e tutto diventava più minuto, meno importante. Ma non futile. Semplicemente diverso dal mio solito modo di contemplare e osservare.
Ero bambina. Ora probabilmente iper-interpreto, ma la sensazione di questa cosa che succedeva ha la stessa consistenza dell'atmosfera di casa, calda, rasserenante, mite. Ecco, quella sensazione mi mitigava.
Non so perchè sto scrivendo questo, non ero partita con questo intento. Oltretutto era da veramente tanto tempo che non ci ripensavo. Questi ricordi mi sono caduti addosso come neve.
Mi viene in mente "Il mondo di Sofia", il libro che lo stesso autore chiama "romanzo sulla storia della filosofia", quando Alberto Knox -il filosofo- parla alla piccola Sofia di Hume (guarda un po', proprio lui adesso sto studiando) il quale, sebbene incentri la sua filosofia sull'esperienza (unico strumento per la conoscenza concesso all'uomo), riesce a non farsi fagocitare dalla sua stessa teoria e mantiene sempre un punto di vista comunque esterno e non dato per scontato: solo perchè attraverso l'esperienza si è conosciuto sempre un evento nello stesso modo, non è detto che in futuro esso non si manifesti differentemente. O che se ne presenti un altro, al posto suo. Siccome abbiamo sempre visto corvi neri, non è per questo giustificato avere la presunzione di poter affermare che non esistono (o possano esistere) corvi bianchi. Anzi....
"Questo romanzo è di chiunque si trova aggrappato ai peli del coniglio bianco tirato fuori dal cilindro dell’universo e non vuole scendere giù, non vuole abbandonarsi al sonno dell’ignoranza. Ma anche di chi, magari sbeffeggiato da tutti, continua a cercare un corvo bianco, l’eccezione che non conferma la regola..."
Tutto e il contrario di tutto.
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