Vorrei che questo dolore finisse, subito. Che la smettesse di pungolarmi e di ferirmi mentre sono indifesa. Ci sono stati giorni in passato che lo agognavo come non mai, speravo di soffrire e patire tenacemente, perchè mi illudevo di essere diventata sterile ad ogni emozione. Non è così, e solo adesso me ne accorgo. Sarò forse la fiera dei luoghi comuni adesso, ma quanto è acuto e stringente questo pensiero adesso, mi opprime la gola. E' stupido desiderare il dolore, lo si fa sempre con una certa leggerezza, leggerezza effimera e falsa, che non racchiude mai la vera essenza di ciò che viviamo.
Un soffio di incredulità e di rabbia riesce a sradicare metri e metri di tentativi di impiantare una sola verità:"al di là di tutto, ce la possiamo fare, riusciamo ancora a resistere"". Il soffio adesso in me è forte è bufera e urla e si dimena e picchia contro i limiti-confini del corpo, non riesce a trovare uno sfogo adeguato, le perle che tentavo di preservare non esistono ed è come se non siano mai esistite. Questa impotenza...è logorante, mi brucia gli occhi mentre l'incendio dentro avvampa sempre di più, martella alle pareti della razionalità che non trova svincoli in cui salvarsi. Non ha senso. Ancora, di nuovo, non c'è un motivo che possa placarmi. Non c'è silenzio che possa curarmi, non ci sono parole che riescono a sfamarmi e a calmarmi. Vorrei chiudere gli occhi, far scomparire questo quadro a tinte troppo pesanti che mi opprime lo sguardo. Quanto è facile far fallire tutto, quanto è incredibile nell'intermezzo di un battito di ciglia cambiare completamente una situazione. Il prima adesso è un mondo distaccato dal reale, eppure era proprio la realtà che fino a pochi respiri prima stavi risucchiando in te. Quegli sguardi, quella dolcezza, quel bene forte dentro i nostri petti. Era resistito tutto ad ogni sorta di colpo basso. e puf... veniamo a ora: ora tutto è stato trascinato via violentemente,non c'è più niente a cui aggrapparsi, la vita che ho vissuto è scomparsa, con una sorta di magia perversa. E tutti quegli sforzi, tutta quella sopportazione, tutto questo mio continuo ribellarmi e crederci ancora...che fine hanno fatto? che senso hanno adesso? Banalità. Umilianti banalità di cartongesso fracassato e distrutto.
Vorrei finire di pensare, basta riflessioni, basta ricordi, basta dolori. Basta con questo malessere inconciliabile con una qualsiasi consolazione. Mi sento persa, mi sento vuota. Brancolo timidamente e senza più forze.
In che razza di posto orribile mi hai abbandonato?
martedì 8 aprile 2014
domenica 6 aprile 2014
Trai sempre qualcosa di positivo da ciò che si sta vivendo - La versione di un padre
Ti ho cresciuta sotto l'ala della dignità. Ti ho cresciuta col cuore in gola affinchè sempre (e dico sempre) ti fosse concessa la libertà di parlare, sbagliare, dire una cazzata magari, ma comunque libera di esprimerti e di sbocciare ogni qual volta tu volessi. Ti ho fatto imparare l'alfabeto del rispetto, senza però che questo riuscisse a scalfire il tuo particolare modo di osservare le cose. Ti ho abbracciato anche quando ero sempre arrabbiato con te. Quasi mai mi sono permesso di urlarti o di litigarti, solo quando l'ho reputato necessario per la tua educazione. Mai perchè non volevo farti manifestare. Ti ho cresciuta con la dolcezza di un padre innamorato, ti ho cresciuta e non c'è giorno in cui io non ringrazi Dio per avermelo concesso. Ti ho cresciuta su valori che reputo fondamentali per vivere armoniosamente con se stessi e con il resto di questo grande mondo. Non posso adesso permettere che qualcuno calpesti il tuo essere. Tu sei vissuta tra idee condivise, mai ripudiate e offese, sei cresciuta in vista di preservare per sempre il sacro diritto all'amor proprio, alla dignità che in primis deve investire noi stessi. Allontanando chi la minaccia, costringendoci a rialzarci più forti di prima, combattendo per mai restare malconci sotto parole cattive. Ti ho cresciuta per essere come il vento, impossibile da arrestare, impossibile da far morire. Voglio tu sia come le pietre di queste nostre mura medievali, voglio che il tempo ti abbellisca soltanto, ti levighi e ti lavori senza conoscere restrizioni da parte di chi invece, vuole affermarsi ed imporsi. Non voglio che la fiducia che riversi nel mondo venga macellata e fatta scomparire, voglio il più possibile farti preservare la tua ingenuità, la tua voglia di dire "così non è giusto, dobbiamo fare qualcosa". Voglio che questo sia il tuo nord, la bussola che ti permette di orientarti nel labirinto dell'esistenza. E non voglio mai che tu ti senta sola, o con le spalle al muro. Non lo sarai mai, il mio respiro è in qualche modo indissolubilmente attaccato alla tua anima, i miei occhi non smetteranno mai di vegliare su di te. C'è sempre una scelta, un qualcosa che possa cambiare le carte in tavola e che illumini nuove possibilità. Non arrenderti. Non accontentarti. Vivi. Vivi sul serio, vivi volendo ciò che stai vivendo. Sii l'artefice, il capitano, il rematore, il giudice della tua esistenza.
Sei il mio piccolo germoglio di luce.
Sei il mio piccolo germoglio di luce.
martedì 1 aprile 2014
Gli amori difficili - Italo Calvino
Potremmo essere in giro a passeggiare in una città qualunque, col caldo, mano nella mano e io dovrei accorgermi del tuo sorriso triste e allora darti un bacio o prenderti il viso e farti fare una smorfia che mimi la gioia. Sorrideresti e il mio desiderio di felicità per te sarebbe compiuto.
La verità è che i tuoi sorrisi tristi a me piacciono, perché a te stanno bene, perché li sai trattare, li sai adoperare e mettere in fila senza che rompano le righe. Se lo facessi io sarei penoso.
Questo è il punto: faccio pensieri e desidero cose nuove. Non importa cosa so. Per la prima volta, non importa.
Non so da dove vengono o come si chiamino e non potrei spiegarle a nessuno eccetto te, con un po’ di tempo, con un po’ di pause, con quei silenzi che non saprei riempire, all’inizio.
Ma potrei imparare.
Sono un pessimo romantico, lo ammetto. E’ per questo che non sono riuscito a farti innamorare. Lo so che è così.
Ho immaginato che potessi bastare io, con i miei modi normali e l’aria spavalda. Fintamente sicura. E del tempo, per spiegarti quello che manca, per farti vedere che ne sarebbe valsa la pena, alla fine.
Ho provato, che dire, a farmi scegliere. Ho sperato. Dovevo. Era una possibilità, capisci? Come fare a metterla via, a dimenticarla. Forse aspettando, forse non era il momento. Forse io e te abbiamo un altro tempo. Sono sicuro che con qualche giorno in più, ora in più, ti avrei portato via con me. E’ l’idea che almeno una volta succeda, no? Hai presente? Quell’idea invasiva e sotterranea che si inabissa o si palesa e lo fa una volta sola per tutte e se l’avverti non puoi far finta di niente se hai un po’ di senno.
Come un sibilo fluttuante e sinuoso.
A me è successo questo: non sono riuscito a fare finta di niente, non volevo, in fondo.
Non potevo far altro che cercare di portarti con me, dal profondo, per egoismo quasi, per farmi stare bene. Anche se sapevo di non potere. Anche se era rischioso. Anche se tu non vuoi, anche se, infine, la tua felicità non dipende da me.
La verità è che i tuoi sorrisi tristi a me piacciono, perché a te stanno bene, perché li sai trattare, li sai adoperare e mettere in fila senza che rompano le righe. Se lo facessi io sarei penoso.
Questo è il punto: faccio pensieri e desidero cose nuove. Non importa cosa so. Per la prima volta, non importa.
Non so da dove vengono o come si chiamino e non potrei spiegarle a nessuno eccetto te, con un po’ di tempo, con un po’ di pause, con quei silenzi che non saprei riempire, all’inizio.
Ma potrei imparare.
Sono un pessimo romantico, lo ammetto. E’ per questo che non sono riuscito a farti innamorare. Lo so che è così.
Ho immaginato che potessi bastare io, con i miei modi normali e l’aria spavalda. Fintamente sicura. E del tempo, per spiegarti quello che manca, per farti vedere che ne sarebbe valsa la pena, alla fine.
Ho provato, che dire, a farmi scegliere. Ho sperato. Dovevo. Era una possibilità, capisci? Come fare a metterla via, a dimenticarla. Forse aspettando, forse non era il momento. Forse io e te abbiamo un altro tempo. Sono sicuro che con qualche giorno in più, ora in più, ti avrei portato via con me. E’ l’idea che almeno una volta succeda, no? Hai presente? Quell’idea invasiva e sotterranea che si inabissa o si palesa e lo fa una volta sola per tutte e se l’avverti non puoi far finta di niente se hai un po’ di senno.
Come un sibilo fluttuante e sinuoso.
A me è successo questo: non sono riuscito a fare finta di niente, non volevo, in fondo.
Non potevo far altro che cercare di portarti con me, dal profondo, per egoismo quasi, per farmi stare bene. Anche se sapevo di non potere. Anche se era rischioso. Anche se tu non vuoi, anche se, infine, la tua felicità non dipende da me.
E non posso fare a meno di chiedertelo di nuovo. Solo per essere sicuro.
Verresti?
Verresti?
sabato 22 marzo 2014
Dedicato a
Questa volta la porta si è chiusa dolcemente, con un rumore di fusa. C'è stato un sorriso, mentre ho abbassato lo sguardo sul parquet, che non ho cercato di nascondere. Era un sorriso morbido, senza impegno di alcun genere. Di colore tenue.
Il mondo si è fatto meno pesante. Riesco a guardare le cose in faccia senza sentire male. Le nuvole, sebbene abbiano abbottonato ben bene l'azzurro sereno, non hanno un'aria minacciosa. Anzi. Mi danno un senso di tranquillità, il loro bianco sporco ha un che di accogliente.
Adesso non ho più paura. E' qualcosa che da tanto tempo non provavo, qualsiasi forma esistente mi impauriva. Mi faceva sentire fragile. Posso dire di avere il controllo. Dentro di me sento una vecchia presenza che fino ad ora non avevo più avvertito. Sono gli occhi di quella me che non si arrende, che sorride e ha in pugno il mondo. Questo mi riporta a sere d'estate di molti anni fa, quando mi piacevo ed ero fiera di me. Importavano poco gli altri, io mi sentivo bene. Cosa che ho perso nel crescere. Vuoi per dolori grandi, per delusioni disarmanti. Ma avevo lasciato il filo che mi univa a me stessa.
In Enten-Eller, Kierkegaard fa dire questo allo pseudonimo B:"...e se il malessere dipendesse da una causa esterna a me, io chiedo perdono per essermi fatto influenzare da quella cosa, per averle permesso di farmi soffrire". Ed eccoci adesso alla resa dei conti.
Grazie a quei tuoi occhi di esile dolcezza qualcosa si è rinvigorito a me. Grazie alle tue parole, ho ritrovato lo sguardo di quella me più giovane, ma più energica e sprezzante del mondo intero, che sa il fatto suo e questo le bastava per darsi forza. Le mie ali sono di nuovo attaccate alla schiena. Sto di nuovo guardando il mondo dall'alto, non più da un punto infinitamente basso dal quale sembra tutto schiacciante e inaccessibile.
Le parole sono importanti. Sì. Ma non per pignoleria. Sono importanti umanamente, tra individui, tra entità che entrano in contatto e si modificano, si rileggono in chiave diversa, si mescolano e contaminano.
La porta si è chiusa dolcemente. Il mio sorriso stava in piedi da solo, sicuro di sè. E i tuoi occhi mi hanno ridisegnato. Oggi è una giornata che rimane scolpita fra la volontà e l'intenzione. Fra l'amore e la comprensione.
Forse è un piccolo miracolo. Forse è giunto il momento di ricercare la luce, appena oltre queste nuvole illusorie.
Il mondo si è fatto meno pesante. Riesco a guardare le cose in faccia senza sentire male. Le nuvole, sebbene abbiano abbottonato ben bene l'azzurro sereno, non hanno un'aria minacciosa. Anzi. Mi danno un senso di tranquillità, il loro bianco sporco ha un che di accogliente.
Adesso non ho più paura. E' qualcosa che da tanto tempo non provavo, qualsiasi forma esistente mi impauriva. Mi faceva sentire fragile. Posso dire di avere il controllo. Dentro di me sento una vecchia presenza che fino ad ora non avevo più avvertito. Sono gli occhi di quella me che non si arrende, che sorride e ha in pugno il mondo. Questo mi riporta a sere d'estate di molti anni fa, quando mi piacevo ed ero fiera di me. Importavano poco gli altri, io mi sentivo bene. Cosa che ho perso nel crescere. Vuoi per dolori grandi, per delusioni disarmanti. Ma avevo lasciato il filo che mi univa a me stessa.
In Enten-Eller, Kierkegaard fa dire questo allo pseudonimo B:"...e se il malessere dipendesse da una causa esterna a me, io chiedo perdono per essermi fatto influenzare da quella cosa, per averle permesso di farmi soffrire". Ed eccoci adesso alla resa dei conti.
Grazie a quei tuoi occhi di esile dolcezza qualcosa si è rinvigorito a me. Grazie alle tue parole, ho ritrovato lo sguardo di quella me più giovane, ma più energica e sprezzante del mondo intero, che sa il fatto suo e questo le bastava per darsi forza. Le mie ali sono di nuovo attaccate alla schiena. Sto di nuovo guardando il mondo dall'alto, non più da un punto infinitamente basso dal quale sembra tutto schiacciante e inaccessibile.
Le parole sono importanti. Sì. Ma non per pignoleria. Sono importanti umanamente, tra individui, tra entità che entrano in contatto e si modificano, si rileggono in chiave diversa, si mescolano e contaminano.
La porta si è chiusa dolcemente. Il mio sorriso stava in piedi da solo, sicuro di sè. E i tuoi occhi mi hanno ridisegnato. Oggi è una giornata che rimane scolpita fra la volontà e l'intenzione. Fra l'amore e la comprensione.
Forse è un piccolo miracolo. Forse è giunto il momento di ricercare la luce, appena oltre queste nuvole illusorie.
martedì 14 gennaio 2014
Verità
Mi sporco continuamente la bocca con questa parola, gocciola dalle mie labbra come un suono di preghiera: è il mio appiglio, la mia fede ed il mio credo. Voglio Verità. Squadro il mondo in prospettiva di vederla giungere da ogni dove, come se fosse l'assicurazione al vivere bene. So bene che non è così, che anzi, Verità non è vestita di dolcezza e piacevoli forme, essa è nuda, magra, scarna. Ma è trasparente, il suo sguardo può essere duro, ma non cela cattiveria.
E' l'unica cosa che penso possa farmi sentire al sicuro. Potrebbe distruggermi. Ma è genuina. Confido in essa, perchè è alla sua semplicità che miro. Alla sua essenzialità. Non ha niente in meno o niente in più di ciò che deve essere. Chi mi parla sinceramente, avrà tutta la mia fiducia e tutta la mia capacità di ascoltare. Perchè questa morbosità per la verità? Perchè essa presuppone il coraggio: va di pari passo. La verità è lo strumento con cui ci si può redimere. Si sa che siamo fallaci, si sa di sbagliare. Dire la verità, ammettere a se stessi e di conseguenza agli altri, è il giusto contrappasso. "La verità rende liberi", è vero. Guardare una persona negli occhi, prepararsi a dirle qualcosa che la farà stare male (probabilmente), esporsi alla sua rabbia e al suo giudizio equivale a denudarsi, ad essere pronti per divenire acqua di ruscello, chiara trasparente e silenziosa. Dopo la verità nient'altro può essere detto: quel silenzio è gonfio di significato. Quel silenzio racchiude tutte le cose belle che una persona può donare: rispetto per il tuo dolore, amore, dignità, consapevolezza. La consapevolezza. Solo dopo aver preso atto si può tornare all'azione, decidere che fare, se porre rimedio, se biasimarsi o morire di vergogna. Solo dopo aver ammesso di essere fallibili.
Da qui nascono tutte le incomprensioni: siamo esseri che sbagliano, è naturale così. Ciò che ci rende "divini", non è la presunzione, la finzione di apparire perfetti, di nascondere le nostre colpe e illudersi di poterle cancellare. Il nostro essere divino sta nel rendersi conto della nostra natura, della nostra natura fallace e ammetterlo. Così ci avviciniamo alla divinità. Eterna comprensione. Di noi stessi in primis.
Questo non deve essere il presupposto su cui costruire la mediocre giustificazione che copre colpevole i nostri errori e li sminuisce. Non dobbiamo giustificarli perchè "tanto siamo destinati a sbagliare sempre". No. Tendiamo più che altro a comprenderci sempre di più, attraverso gli sbagli, ciò a cui tendiamo è la nostra felicità. I bugiardi non sono persone felici. Chi si arrende ai propri sbagli non è felice.
Chi ha il coraggio di autopunirsi denunciando le proprie debolezze si incammina verso la liberazione di se stesso e della sua felicità.
Che questo scritto rimanga su questa pagina e in me per sempre, che mi aiuti a essere meno debole e non mentire. Che vi aiuti a sentirvi meno soli e meno pessimi: avete qualcuno che condivide la vostra stessa codardia, me. Tutta l'umanità partecipa di questa colpa. Tutta l'umanità può redimersi.
A Soren e a Stè
"Ognuno di noi è Dio: è dio di se stesso."
E' l'unica cosa che penso possa farmi sentire al sicuro. Potrebbe distruggermi. Ma è genuina. Confido in essa, perchè è alla sua semplicità che miro. Alla sua essenzialità. Non ha niente in meno o niente in più di ciò che deve essere. Chi mi parla sinceramente, avrà tutta la mia fiducia e tutta la mia capacità di ascoltare. Perchè questa morbosità per la verità? Perchè essa presuppone il coraggio: va di pari passo. La verità è lo strumento con cui ci si può redimere. Si sa che siamo fallaci, si sa di sbagliare. Dire la verità, ammettere a se stessi e di conseguenza agli altri, è il giusto contrappasso. "La verità rende liberi", è vero. Guardare una persona negli occhi, prepararsi a dirle qualcosa che la farà stare male (probabilmente), esporsi alla sua rabbia e al suo giudizio equivale a denudarsi, ad essere pronti per divenire acqua di ruscello, chiara trasparente e silenziosa. Dopo la verità nient'altro può essere detto: quel silenzio è gonfio di significato. Quel silenzio racchiude tutte le cose belle che una persona può donare: rispetto per il tuo dolore, amore, dignità, consapevolezza. La consapevolezza. Solo dopo aver preso atto si può tornare all'azione, decidere che fare, se porre rimedio, se biasimarsi o morire di vergogna. Solo dopo aver ammesso di essere fallibili.
Da qui nascono tutte le incomprensioni: siamo esseri che sbagliano, è naturale così. Ciò che ci rende "divini", non è la presunzione, la finzione di apparire perfetti, di nascondere le nostre colpe e illudersi di poterle cancellare. Il nostro essere divino sta nel rendersi conto della nostra natura, della nostra natura fallace e ammetterlo. Così ci avviciniamo alla divinità. Eterna comprensione. Di noi stessi in primis.
Questo non deve essere il presupposto su cui costruire la mediocre giustificazione che copre colpevole i nostri errori e li sminuisce. Non dobbiamo giustificarli perchè "tanto siamo destinati a sbagliare sempre". No. Tendiamo più che altro a comprenderci sempre di più, attraverso gli sbagli, ciò a cui tendiamo è la nostra felicità. I bugiardi non sono persone felici. Chi si arrende ai propri sbagli non è felice.
Chi ha il coraggio di autopunirsi denunciando le proprie debolezze si incammina verso la liberazione di se stesso e della sua felicità.
Che questo scritto rimanga su questa pagina e in me per sempre, che mi aiuti a essere meno debole e non mentire. Che vi aiuti a sentirvi meno soli e meno pessimi: avete qualcuno che condivide la vostra stessa codardia, me. Tutta l'umanità partecipa di questa colpa. Tutta l'umanità può redimersi.
A Soren e a Stè
"Ognuno di noi è Dio: è dio di se stesso."
martedì 10 dicembre 2013
Portrait I
C'è, nel suo modo di osservare le cose, qualcosa che mi fa sciogliere. Occhi che sono una carezza calda, occhi malinconici e veritieri. Il naso segue armonicamente la delicatezza di tutto il viso, per poi portare allo strapiombo dove si rialzano le labbra. Belle, dolci come tutto il resto. Stento a volte a racchiudere tutto questo in un unico insieme, in un unico individuo. Perchè è veramente troppo. E poi sorride, oppure si imbarazza e distoglie lo sguardo. E se era veramente troppo la cosa di prima, adesso non so più veramente dove aggrapparmi per resistere. E quando è preso da altro, quando non mi calcola nei suoi pensieri, lì raggiunge il culmine. Si rilassa, pensa ad altro, è un altro, cambia forma, adesso è un anfibio, poi falena, poi di nuovo lui. Mille modi in cui si manifesta, mille maschere, mille incantevoli forme. Vorrei toccarlo, per sentire se ha consistenza, perchè mi pare quasi una mia sublimazione, un'idealizzazione che non rispecchia la realtà. Ma è materialmente accanto a me, i nostri cappotti si sfiorano, parla, parla, parla. Tace, si gira verso di me e sorride. Un sorriso unico, che elargisce a tutti e so che con quello li conquista. Credo lo sappia anche lui. Ma non mi interessa degli altri. Il soggetto sono quei capelli, su quella fronte limpida e quelle sopracciglia che segnano la strada per indirizzarmi al suo sguardo, per poi farmi precipitare su di un suo sorriso sdrucciolevole. L'armonia delle parti. Tutto che si ricollega ad un solo Uno. Indivisibile. Posso prendere in esame ogni sua parte del corpo, farne il miglior elogio. Ma il tutto dice già ogni cosa da sè. E' fatto così, non potrebbe essere fatto in nessun altro modo, la pelle, quella può essere e basta, bianca ed ingenua, che si schiude al mondo, come un fiore raro. Quelle le sue spalle e le sue gambe, Dio le benedica per la loro linea eccelsa, per il suo fisico slanciato e quel passo un po' indeciso. Per la sciarpa che comunque non copre quel collo diafano e caritatevole. E la sua voce è balsamo per le ferite del passato, le sue parole le sceglie con cura e le incastona nel tono di voce come gemme di luce.
Tuttavia, nonostante ci sia equilibrio di forma, di bellezza in lui, le sue mani vengono usate come capro espiatorio, le unghie quasi impossibili da intravedere vengono divorate. Mi dice con un po' di rossore sulle guance (zigomi un po' spigolosi, ma decisamente sublimi) che quando è da solo capita che se le mangi. Quando riflette su di sè. Quando l'insicurezza non lo lascia distrarre. E allora, oltre la facile via dell'apparenza estetica, qualcosa scivola ulteriormente verso la cavità profonda dell'animo sensibile alla bellezza: la sua piccola debolezza, il suo conflitto con se stesso è l'ultima vera azione che mi conquista e mi costringe a dichiararmi vinta. Va bene così. La mia unica volontà da sconfitta è quella di contemplare questo piccolo gioiello umano, estaticamente. Senza mai farlo accorgere veramente di me. E' bello così, senza altri attributi.
Tuttavia, nonostante ci sia equilibrio di forma, di bellezza in lui, le sue mani vengono usate come capro espiatorio, le unghie quasi impossibili da intravedere vengono divorate. Mi dice con un po' di rossore sulle guance (zigomi un po' spigolosi, ma decisamente sublimi) che quando è da solo capita che se le mangi. Quando riflette su di sè. Quando l'insicurezza non lo lascia distrarre. E allora, oltre la facile via dell'apparenza estetica, qualcosa scivola ulteriormente verso la cavità profonda dell'animo sensibile alla bellezza: la sua piccola debolezza, il suo conflitto con se stesso è l'ultima vera azione che mi conquista e mi costringe a dichiararmi vinta. Va bene così. La mia unica volontà da sconfitta è quella di contemplare questo piccolo gioiello umano, estaticamente. Senza mai farlo accorgere veramente di me. E' bello così, senza altri attributi.
lunedì 11 novembre 2013
qualcosa che mi fa essere me stessa
io avverto di essere viva, mentre scrivo. Che sia arrabbiata, triste o felice, sento qualcosa. L'animo mi si infiamma mentre con scottante voracità metto in fila parole e immagini. Sento di essere qualcosa. Ho bisogno di scrivere e di esprimere i miei terremoti, le mie distrazioni, i miei pensieri. Scelgo di affidarmi alla mia mente, capisco che è giunta l'ora di darmi spazio e accostarmi al mio stesso cuore. Lo faccio sgorgare, cerco di trattenere attimi che se ne sono già andati. E' frustrante anche. Ma le mie parole continuano a scivolarmi via dalla testa e atterrano in un fazzoletto di foglio bianco e si abbarbicano allo schermo del pc. Mentre scrivo faccio pulizia, mi rinnovo, mi purifico. Posso cambiare forma, addolcire le mie pene, oppure aumentarle. Non importa, quel che conta è che in quel momento ho un contatto con me stessa. Come uno specchio che oltre a riflettere la mia propria immagine riflette anche quello che si è posato sul fondo di questi giorni che vivo e che talvolta trascuro. Scrivere è fermarsi un attimo nella bolgia quotidiana e respirare profondamente. Un momento in cui io mi riappacifico con me stessa e con il mondo che mi sta intorno. Quando scrivo mi sembra quasi di intravedere una visione d'insieme di tutto l'universo. Non mi sento più tanto piccola. Il mio mondo si fa enorme, mi soffermo su piccole imperfezioni, le esamino e tento di analizzarle. Begli attimi, belle persone, belle cose, anche.
Scrivere. Ho un rapporto strano con la scrittura, a volte la butterei nel cesso, altre credo che sia la mia ancora di salvezza. Certe volte penso che sia solo tutto inutile, altre sento che mi eleva ad uno stato più alto dell'esistenza. Penso che sia l'unica chiave d'accesso al mio stesso essere. Credo che non potrei sentirmi (nel senso proprio di percepirmi, riconoscere che in questo mondo ci sono, esisto) senza di lei.
Scrivere. Ho un rapporto strano con la scrittura, a volte la butterei nel cesso, altre credo che sia la mia ancora di salvezza. Certe volte penso che sia solo tutto inutile, altre sento che mi eleva ad uno stato più alto dell'esistenza. Penso che sia l'unica chiave d'accesso al mio stesso essere. Credo che non potrei sentirmi (nel senso proprio di percepirmi, riconoscere che in questo mondo ci sono, esisto) senza di lei.
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