martedì 4 giugno 2013

stracci di non so che, boh

La confusione mi sta distruggendo: ho frammenti di pensieri in testa, mal collegati fra loro, che gettano la rete del dubbio e nulla più.
Indecisione.
Rabbia.
Tarlo della mente.
Sono nauseata da questa mia irresolutezza naturale, per la quale sono portata fin dal giorno in cui ho iniziato a scegliere nella mia vita. Esplosioni violente fra i nodi della mente, ma tutto resta ancora in silenzio. Mi offusca, mi fa svenire, vorrei avere polso e cuore fermo, invece barcollo, ubriaca di rimorsi e di paura di sbagliare, accendo il cerino della speranza ma tutto collassa, è un soffio di vento che mi porta via la fiamma dalle dita.
Buio. Ancora confusione.
Scelgo la mia strada, facendo finta di esserne sicura, la prima curva ed è già un calvario, già mi guardo indietro e non riesco ad andare avanti. Dovrei, però. O forse no?
Piedi stanchi di non avere una rotta, di ritornare sui propri passi. Gioco a mosca cieca con la mia coscienza, gioco a mimetizzarmi con gli insetti di questa notte densa di frustrazione. Provo ad impormi di ascoltarmi, ma non riesco a capire. Tento di intessere un ponte di fili sottili fra ciò che sono e ciò che voglio. Ma cosa voglio io? Come si fa a saperlo? Quante carezze ha bisogno il mio corpo per sentirsi (anche per solo un secondo) sazio? Quante belle parole qualcuno deve cucire per me per raggiungere la mia anima?
E inoltre nel mio ventre nascono falene che vorrebbero crescere e evolversi in felicità alata, ma le lascio morire di stenti. Sempre a rincorrere il niente, le cause più perse e tumefatte.
Troverò mai pace in questa corsa disperata fatta a casaccio?

martedì 14 maggio 2013

Cenere

La regina ha scoperto le sue carte.
I castelli - menzogne, solo menzogne-
sono crollati alle sue spalle,
ai piedi di quel teatro 

che si era costruita con un sorriso 
reso freddo e brutto dalla falsità.
Non provo pena, non provo compassione,

perchè so che ci vuole una gran forza 
per portare avanti quotidianamente 
la finzione, 
che in realtà ti sta consumando dentro 
questo sporco lavoro. 
Ha i nervi ed i tendini tirati
si apre a me ma 
il tempo in cui la guardavo con indulgenza 
è tramontato da troppo tempo 
non riesco a recuperarlo.
Sarà la delusione che mi ha inflitto
Mi sono irrigidita come un vecchio ciliegio
ricurvo su una terra morta 
ed il vento che lo tormenta da sempre. 
Non ho più frutti da offrirti, 
anche volendo non posso più donarteli 
come una volta. 

sabato 4 maggio 2013

Un amore che cerca la sua giusta dimensione

Il sole è alto e illumina i pulviscoli bianchi nell'aria; io resto ancora un attimo seduta davanti alla finestra, a guardare il muro di pietra davanti, dove le ombre si nascondono nelle fessure dei sassi: un muro che sembrerebbe un colosso sicuro è invece sopraffatto dalle mille crepe del tempo.
Succede anche a noi una cosa del genere: apparentemente sembriamo intatte, il corpo è fluido nei movimenti ed anche i discorsi scivolano con facilità. Diversa è invece la situazione se si parla di pensieri e sentimenti; macerie che stanno marcendo nel cuore, i pensieri sono spaccati, divisi, logori. Difficile che ci sia un pensiero immacolato e chiaro, è più un tripudio di fulmini, impulsi nervosi che si confondono e si fondono assieme.
Così, davanti a questo muro e a questa finestra tento di creare una collana perfetta di pensieri fini e lucenti, uno accanto all'altro, senza che si disperdano. 

Cerco di schiarire le coltri di nuvole che ci riguardano.
Mesi che si susseguono e forse il sole sta per spuntare veramente. Forse (perchè ancora ho paura di sperare), io e te ci stiamo sintonizzando in un ordine di idee che nascono da un equilibrio tanto ricercato. I nostri ruggiti ci hanno spaventato troppo, abbiamo la coda fra le gambe, ma tanta, tanta voglia di viverci ancora. Non possiamo averne abbastanza, ti guardo e i tuoi occhi chiedono e danno, ad un ritmo che mi fa essere ansimante. I baci non bastano, le tue mani vogliono di più, ma neanche il sesso basta. Dovremmo trafiggerci e arrivare direttamente a quel cuore di carne e sangue, sentire che io sto accarezzando il tuo battito vitale e tu il mio. In quel momento forse smetteremmo di angosciarci, di ricercare con ferocia la pienezza, la felicità palpitante. Tu la mia, io la tua.
Cerchiamo di modularci, sussistere dentro l'altro con meno aggressività. Le paure sono tante e grandi, le gelosie infinite... Tutto questo esplode poi nella rabbia covata, i rinfacci sono schiaffi a cuore aperto.

Gli orgogli sono stati deposti, abbiamo capito quanto pericolosi possano essere, quali ferite aprano dentro l'anima: mi immagino di noi in questo momento come due sagome attorno ad un falò sulla spiaggia. Due guerrieri, che si sono accorti dell'inutilità del combattere e che adesso hanno solo voglia di amore e carezze. Mi sussurri parole sotto costellazioni che viaggiano nel cielo, incuranti dell'universo che abbiamo noi due dentro. Ti dico che ce la faremo. Che ti amo. Che ho voglia di te. Che riusciremo ad amarci senza ferirci troppo.

Ti dico che non vorrei nessun altro, ed è vero.

mercoledì 17 aprile 2013

Filosofia

Appoggio la testa su quell'abisso fatto di onde spumose e azzurre tendendo loro l'orecchio: arrivano ovattati discorsi di squisita armonia, dissonanze che però sono dolci da levigare. Decido di immergere tutto il corpo e mi lascio sopraffare: parole di persone lontane, ma che sono vicine al mio cuore, ai miei polmoni, più dell'aria e del sangue che dona vita alla mia persona. Ascolto con occhi stellati le vicissitudini, le frane del pensiero umano e il tentativo di saltare in alto, sempre più in alto, planare tra gli astri e struggersi di meraviglia per arrivare a Dio, alla sostanza, al Bene Sommo. Mi tengo fra le mani come perle discorsi acuti, alcuni ingenui e dolci, altri pesanti come il buio ma incantevoli come seta sulla pelle. Respiro Spinoza e il mondo crolla di vecchie idee tenute assieme dai tessuti del mio corpo. Un battito di vita in quelle parole, un battito di forza e volontà che mi fanno pensare "non voglio morire, voglio stringermi attorno al fuoco dei loro animi". Tutti loro, i più antichi e i più rivoluzionari, li tengo per il polso, non voglio dormire, voglio che mi tengano sveglia con le loro storie di vita e di massimi sistemi.
Trattengo granelli di verità, le sfaccettature di questo mondo che a volte mi pare troppo futile oppure troppo pesante. Vivo con loro, adagio il mio respiro al loro e mi fanno da grande culla dove tenere i germogli della mia mente.
Sorrido, perchè finalmente le mie domande trovano dei riflessi speculativi nella storia. I loro nomi sono rosari che placano la mia fame di vita e profondità. Ammiro quel professore che mi legge la poesia di Borges su Spinoza, l'altro che ci guarda e negli occhi ha punti interrogativi che indirizza verso di noi e ci narra di mondi soprasensibili, fenomeni, noumeni, vizi e virtù. Si parla di UMANITA', si parla di quei limiti invalicabili che attanagliano l'uomo ma che lo rendono libero, false credenze e dolci menzogne... Tutto nasce e muore nello spirito umano, il mondo è bellezza e putridezza, ci muoviamo alla cieca per sfamarci, senza sfamarci mai.

giovedì 4 aprile 2013

probabilmente il titolo giusto è ' vanità '

davvero, non ci riesco. Ho provato a mettermi il cuore in pace, ma continua a sgorgare sangue. Per i dolori di oggi, per le ferite di ieri.
Ci ho provato, ma mi tornano ancora in mente le sue parole sussurrate durante il concerto, mi tira dolcemente verso di sè, abbraccia le mie spalle, fa combaciare il mio corpo con il suo e mi canta "quella che non sei non sarai, a me basterà", e sorride e mi guarda con quegli occhi a cui era impossibile non credere, erano sinceri veramente. O così mi è sembrato. Ma in realtà non è andata così, mi ha abbandonato ad un angolo della strada ed è ripartito guardando di sfuggita dallo specchietto retrovisore con un sorriso di finto disappunto e di tenero e enorme orgoglio.
Mi ricordo di quando mi ha detto "io adesso sono qui per te, non ho nessun'altra; scegli tu, se ancora mi vuoi. io sono qui per te". Dio, ho stampata nella mente quella panchina all'ombra, dove la mia resistenza, la mia volontà di fare la preziosa si è sgretolata non appena l'alone del suo odore mi ha raggiunto. Mi ricordo di Bibbona, mi ricordo del bagno insieme e della notte bianca. Mi ricordo tutta la mia decisissima fermezza di credere in lui, di sperare che finalmente saltassimo insieme e spiccassimo il volo. Ma niente. Le mani si sono distaccate, io guardavo e non capivo e intanto perdevo quota. Dopo c'è stato solo il rumore assordante dello schianto e il rimettere a posto i cocci, tentare di risistemare il mio mosaico. C'è voluto parecchio, qualche tesserina credo di averla persa per sempre.
Ricordo di come mi guardava negli occhi, con quel mezzo sorriso sulle labbra fini che mi faceva impazzire. Perchè mi sembrava felice, perchè credevo di renderlo felice.

Credo si possa chiamare ' vanità ', perchè questa relazione non ha fatto altro che male, almeno parlando per me. Tutto quello che è sopravvissuto è l'umiliazione, la sofferenza, la mortificazione. Di essermi fidata, di essermi spinta oltre, ma da sola, senza di lui. Credere di poter supportare il peso del rapporto su solo le mie spalle. Non ce l'ho fatta. E' vanità: l'orgoglio non può altro che vantarsi del mio masochismo titanico, eroico, perseverante. Vado narrando le mie disgrazie, il termine giusto mi sa che è proprio "la mia tragedia shakespeariana". Lui è il simbolo della tristezza - della presa in giro.

Ma mi piace credere di essere cambiata. Sento che non gli voglio più permettere di comportarsi come vuole. Le sue battutine, no. Quelle allusioni, no. Ancora se ne vanta di aver piegato me, alla sua volontà. Ancora ha le penne gonfie di vanità (questa volta la sua) per essere riuscito ad avermi, senza amarmi, ad ottenermi, prima a non volermi, poi a volermi e poi di nuovo a non volermi, a respingermi.

17 maggio 2012

Somebody that I used to know

La guardo ma non capisco: come sia potuto sfiorire il nostro mondo, come siano potuti morire i suoi colori. Sono sorda ai suoi richiami (esistono ancora i suoi richiami?) e il suo sguardo è fugace sopra di me, mai che si soffermi per più di un attimo; cosa hai paura di trovarci in me? Forse, le distanze che ormai ci separano, due mondi nuovi sono nati dalla nostra scissione, il mio ed il tuo. Una volta era diverso, vivevamo in simbiosi (tempi andati), le nostre realtà. le nostre vite fuse. Ci rifugiavamo in camera tua, con la porta chiusa e ci dicevamo tutto, ogni singola cosa, in fretta e con la paura che qualcuno potesse ascoltare parole che invece erano solo per noi. Parole sacre, indelebili, piccoli amori, gioie e le prime illusioni.
Adesso c'è il gelo, nebbia ghiacciata sui nostri occhi. Non ci sappiamo più vedere. In realtà, non ci sappiamo neanche più cercare. Siamo cambiate, ma ciò che mi resta di traverso è che è cambiato il filo che ci legava: lo credevamo indistruttibile, forte e resistente. Adesso è sbiadito, logoro. Non siamo riuscite a tenerci strette, a sorriderci ancora nonostante tutto... Ma nonostante tutto cosa? Nonostante la vita. Le mille vie della realtà dove abbiamo giocato a perderci e poi lo abbiamo fatto veramente. E siamo andate avanti, sole, facendo finta che niente fosse cambiato.
Cosa ci accomuna adesso? Il passato, ciò che ormai non è più.

mercoledì 20 febbraio 2013

Love will tear us apart

Fabrizio una volta mi ha detto che avrei sofferto, perchè gli altri non mi avrebbero capito, sarei rimasta distante per la sensibilità che mi porto nel cuore, che è un peso grave sulle mie membra. Fabrizio aveva ragione.
La voglia di piangere mi scioglie lo stomaco, ma non è abbastanza forte per potermi liberare. Così mi resta un leggero movimento alle viscere che mi fa rabbrividire, facendomi sprofondare sempre di più nella malinconia.
Non voglio che il mio unico conforto sia un libro, un oggetto inanimato che non è capace di ridere di rimando alle mie risate o piangere insieme a me. Eppure... Proprio così è.

Darei la mia anima, forte e mutilata, per potermi abbassare e non lasciarmi sfiorare da certi pensieri che invece mi sconquassano, e tornare fra e braccia di tutti loro, dei miei coetanei, di mio padre e della mia leggerezza. Purtroppo l'essere rari, sopravvivere a certi eventi porta dietro di sè, fedele come un'ombra, un'enorme solitudine. Un'enorme incomprensione che mi pare una montagna insovrastabile. Purtroppo, l'essere forti rende un sacco deboli, un sacco insicuri dentro di sè.
Se parlo dentro di me c'è il rimbombo, le parole vagano nella prateria bruciata dei miei anni, si assimilano al vuoto che sento dentro di me, infinito e incancellabile.

Una parola, un gesto, un odore, mi rievocano ricordi color seppia, appartenenti a una vita congelata, lontani anni luce da me ma che non riesco a lasciare. Perchè, quei ricordi sono i mattoni di questo mio corpo, di questo mio animo che non trova pace o consolazione.